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I democratici hanno ferocemente criticato la decisione della Corte Suprema Usa di cancellare la sentenza Roe v. Wade, che dal 1973 garantiva su scala federale la facoltà per le donne incinte di praticare l’aborto. La Corte Suprema, infatti, ha stabilito che non esiste alcun diritto costituzionalmente garantito all’aborto negli Stati Uniti, dove manca una legge ad hoc a quasi mezzo secolo dalla sentenza del 1973 che garantì una facoltà mai normata da una legge di carattere nazionale.I dem hanno accusato i repubblicani di “accelerare la restaurazione contro le libertà” ma la verità è che i dem dovrebbero semplicemente incolpare loro stessi per le (innumerevoli) occasioni sprecate in passato. Da quasi 50 anni a questa parte, avrebbero potuto fare molto di più per tutelare il diritto all’aborto, che ora viene deciso dai singoli stati.

Dem “arrabbiati e delusi”

Emily Vaughan racconta su The Oberlin Review, giornale studentesco della città di città di Oberlin, Ohio, uno dei più antichi della nazione, di essere “spaventata, arrabbiata e rattristata, ma soprattutto delusa”. Parliamo di un’elettrice democratica e progressista, non certo di una repubblicana. Nella sua analisi, ricorda infatti che la Roe v. Wade  è in vigore da quasi 50 anni. Tuttavia, in questo lungo lasso di tempo, “i democratici hanno avuto la maggioranza sia alla Camera, sia al Senato per 22 anni e dunque hanno avuto molteplici opportunità di codificare Roe v. Wade e proteggere ulteriormente il diritto all’aborto delle persone” ma non l’hanno fatto. Il Congresso, infatti, avrebbe potuto approvare una legge al fine di rendere l’aborto legale a livello federale in modo che, anche senza Roe v. Wade in atto, “gli stati non sarebbero in grado di imporre divieti”. Come ammette anche il New Yorker, infatti, un Congresso a maggioranza democratica potrebbe – e avrebbe potuto – “approvare una legislazione che ripristina la Roe v. Wade e sfidare la Corte a cancellarla. Dato che il Partito ha solo cinquanta voti al Senato, dovrebbe emendare o abolire l’ostruzionismo per farlo, e venerdì Bernie Sanders ha ribadito il suo appello a questa stessa linea di condotta”. Ma se aveva i numeri per codificare una legge sull’aborto, perché non lo ha fatto? Perché anche i democratici, al loro interno, sono stati a lungo divisi su un tema cruciale come quello dell’aborto.

C’è poi la questione legata a Ruth Bader Ginsburg, la giudice della Corte Suprema morta nel settembre 2020 a causa di un cancro, nominata dal presidente Bill Clinton nel 1993. Due decenni dopo, all’inizio del secondo mandato di Obama, sono iniziate le richieste di sue dimissioni, vista anche la salute precaria della giudice, a cui è stato diagnosticato il primo – dei cinque tumori – al colon già nel 1999. Fino alle elezioni di medio termine del 2014, Obama aveva una maggioranza tale da consentirgli di nominare un giudice “ultra-progressista” al suo posto, in modo tale che quella casella venisse occupata da un giudice liberal (indicato, più tardi, da Donald Trump). È vero, tuttavia – a parziale discolpa di Obama – che Ruth Bader Ginsburg ha sempre dichiarato che avrebbe prestato servizio presso la Corte Suprema fino alla sua morte.



Il voto (tardivo) dei democratici è solo propaganda

Lunedì la Camera ha approvato una legge che proteggerebbe l’accesso all’aborto a livello nazionale, la prima azione dei Democratici al Congresso per rispondere alla decisione della Corte suprema di fine giugno che ha ribaltato Roe v. Wade. Il voto è stato in gran parte simbolico: i progetti di legge hanno infatti pochissime possibilità di superare l’opposizione repubblicana nel Senato, dove sono necessari 60 voti per far avanzare la legislazione. I dem alla Camera hanno inoltre approvato altre due misure. La prima dovrebbe proteggere il diritto di viaggiare attraverso i confini dei relativi stati per poter usufruire del diritto all’aborto, passato alla camera con 223 voti favorevoli e 205 contrari. La misura proteggerebbe anche gli operatori sanitari che praticano aborti su pazienti provenienti da un altro stato rispetto a quello in cui sono residenti. La seconda garantirebbe l’accesso all’aborto fino alla cosiddetta “vitalità fetale”, ovvero sia al punto dello sviluppo fetale in cui il feto può sopravvivere al di fuori dell’utero, approssimativamente considerato intorno alle 24 settimane. Gli stessi dem, tuttavia, sono perfettamente consci del fatto che tali misure sono destinate a essere bocciate al Senato.

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