Le conseguenze di nuova Guerra Fredda tra Stati Uniti e Cina sarebbero deleterie per l’intero pianeta. A maggior ragione adesso, al termine (o quasi) di una pandemia che ha messo in ginocchio l’economia globale.

Dalla guerra dei dazi al caso Huawei, dal tema Hong Kong alle accuse lanciate da Washington a Pechino sull’origine della Sars-Cov-2: nel corso degli ultimi mesi Donald Trump e Mike Pompeo hanno più volte fatto capire al Dragone che questa volta la Casa Bianca non ha alcuna intenzione di tirarsi indietro.

Dall’altra parte, il governo cinese ha provato pubblicamente a non reagire in modo speculare alla politica dell’amministrazione, facendo invece capire di non volere cadere nella cosiddetta trappola di Tucidide. Pochi giorni fa il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha lanciato un monito ben preciso, sottolineando come le due potenze siano “sull’orlo di una nuova Guerra Fredda“. Poco dopo anche il primo ministro cinese, Li Keqiang, ha ribadito il concetto: Cina e Stati Uniti stanno affrontando “nuovi problemi e difficoltà” nelle relazioni bilaterali in molti campi ma Pechino respinge la “mentalità da Guerra Fredda”.

Non solo: Pechino e Washington – questo è il punto fondamentale – “guadagnano dalla cooperazione e perdono nello scontro“. La loro cooperazione bilaterale, insomma, “è nell’interesse dei due popoli e del mondo”.

Altro che nuova Guerra Fredda. Urge che Stati Uniti e Cina cooperino. Quella cinese è infatti una realtà che può piacere o non piacere, ma che deve essere per lo meno compresa a fondo prima di creare spaccature potenzialmente letali per il mondo intero. Per fare luce su cosa potrebbe accadere tra le due potenze mondiali abbiamo chiamato in causa Fabio Massimo Parenti, Associate Professor of IPE presso CFAU.

La tensione tra Washington e Pechino aumenta giorno dopo giorno. Qual è, secondo lei, lo scenario più probabile?

“La situazione deve preoccupare. Le tensioni esistono su vari piani non certo da oggi, e possono effettivamente riprodurre uno scenario di nuova Guerra Fredda. Questo scenario è il più probabile, realistico e pericoloso e ci pone di fronte a una sequenza di nuove fasi costanti di scontro molto localizzate.

Lo scenario meno probabile, a mio avviso, è invece quello di un confronto diretto tra Stati Uniti e Cina

Il più auspicabile è quello che prevede più cooperazione e quindi più stabilità dell’ordine internazionale. Tornando allo scenario della nuova Guerra Fredda, siamo di fronte a una combinazione intermedia del binomio stabilità-cooperazione, con tensioni che continueranno a svilupparsi. Sia ben chiaro: il contesto internazionale è cambiato radicalmente negli ultimi tre decenni e forse sarebbe meglio parlare più semplicemente di una nuova crescente tensione bipolare”.

Quali sono le radici della “nuova Guerra Fredda”?

“Per capire meglio la nuova Guerra Fredda, e quindi come potrebbe svilupparsi, è importante interrogarsi su chi l’ha alimentata. Senza ombra di dubbio una parte consistente del sistema statunitense ha spinto su questa strada – al riguardo vi sono una grande quantità di documenti ufficiali della Casa Bianca e dell’intelligence americana che coprono circa due decenni, fino all’ultimo documento firmato da Trump il 20 maggio scorso. E lo ha fatto partendo da un retroterra culturale molto preciso, che è quello per cui, storicamente, una potenza in ascesa non può che comportarsi come ci siamo comportati noi nell’alternanza tra un egemone e un altro. Detto altrimenti si pensa che non sia possibile ascendere attraverso modalità differenti da quelle che abbiamo seguito noi. La diversità dei modelli di sviluppo, e soprattutto l’esistenza di un percorso allo sviluppo visto da molti come alternativo a quello egemone, non va giù a un pezzo di establishment americano; c’è tuttavia una grande parte di Stati Uniti che vuole cooperare e beneficiare delle interdipendenze con Pechino. Basti pensare a quando vennero imposti i bandi a Huawei e Zte: ci furono diverse pressioni su Trump affinché sbloccasse la situazione”.

Qual è in questo momento la differenza sostanziale tra Stati Uniti e Cina?

“La realtà empirica ci dice che gli Stati Uniti non sono più egemoni in molti settori e su più livelli. Tutto questo è sul tappeto da anni. Dal canto suo la Cina può contare sul primato pressoché assoluto di e-payment, e-commerce e infrastrutture. In più potremmo aggiungere nuove tecnologie, come 5g e intelligenza artificiale. Questa competizione è insomma in atto da tempo. La Cina è stato uno dei pochi Paesi ad aver gestito la globalizzazione in modo sui generis. È riuscita a negoziare un’integrazione graduale, e questo le ha consentito di prendere dei vantaggi senza subire la “globalizzazione neoliberale”. Questo processo, durato 50 anni, è avvenuto secondo le seguenti traiettorie di sviluppo: aumento dell’indipendenza strategica, adattamento parziale alla globalizzazione guidata dall’Occidente, rifiuto di interferenze politiche straniere e infine esecuzione di una sorta di “globalizzazione con caratteristiche cinesi” (simboleggiata dalla BRI). Anche per questo le autorità cinesi propongono sempre il rispetto dei diversi modelli di sviluppo come principio cardine delle relazioni internazionali”.

Cosa cerca la Cina?

“Si dà per scontato che una Cina che cresce debba per forza ambire all’egemonia, e quindi a sostituire gli Stati Uniti. In realtà la diplomazia cinese ha sempre dimostrato nella storia moderna, a parole e nella pratica, che non vuole sostituire gli americani. Il Dragone non ha questo obiettivo”.

Perché è importante che Stati Uniti e Cina cooperino?

“In merito alla cooperazione sino-americana ci sono analisi di autorevolissimi professori che hanno detto chiaramente che la collaborazione è l’unica strada per evitare inutili tensioni. Un conto è negoziare condizioni in base ai nostri interessi, un altro è entrare in aperto conflitto.

Dal punto di vista di Pechino, i cinesi vogliono migliorare ulteriormente la Belt and Road facendole fare un salto di qualità

Il progetto non punta più solo alla costruzione di infrastrutture ma abbraccerà sempre più spesso altre tematiche, come ad esempio ambiente e sanità. Per far questo è necessaria una cooperazione tra potenze. Nelle intenzioni cinesi, ognuno collabora secondo vantaggi reciproci. Chiaramente è sempre possibile non firmare memorandum con i cinesi né fare alcun tipo di accordo. In generale possiamo dire di trovarci in una fase in cui la cooperazione va sostenuta più che mai. Le grandi potenze, se sono realmente responsabili, devono sapersi adattare ai cambiamenti strutturali delle relazioni internazionali”.

Che ruolo avrà l’Europa?

“La mia paura è che la possibile nuova Guerra Fredda possa giocarsi soprattutto in Europa, terzo polo del mondo più avanzato, oltre che in Asia-Pacifico. L’interesse della Cina nei confronti del Vecchio Continente è totale per mille motivi. L’Europa ha tante risorse, mercato e legami culturali profondi con la Cina. Ecco perché per il Dragone è fondamentale lavorare con il Vecchio Continente. L’obiettivo, però, non è quello di sostituire gli Stati Uniti, ma godere di vantaggi reciproci nel più classico dei rapporti win-win. Starà poi ai vari Paesi stringere – nel caso siano interessati – accordi bilaterali”.