All’indomani dell’annuncio di un piano che ridimensionerà grandemente il ruolo strategico della Germania all’interno dell’Alleanza Atlantica per mezzo del ricollocamento altrove di circa 12mila soldati statunitensi attualmente ospitati sul suolo tedesco, l’amministrazione Trump ha comunicato che verrà stabilita una presenza militare permanente in Polonia.

I due progetti sono stati rivelati al pubblico a breve distanza l’uno dall’altro e la scelta della tempistica non è per nulla casuale: l’incertezza elettorale e la crescente insicurezza sul piano internazionale stanno costringendo la Casa Bianca ad accelerare i lavori per la riscrittura della mappa del potere nel Vecchio Continente.

In gioco non c’è soltanto il contenimento della Russia, come potrebbe sembrare, ma la decostruzione di un intero ordine egemonico, quello tedesco, costruito lentamente a partire dal secondo dopoguerra. Il motivo è che l’utilità della Germania si è esaurita con il collasso dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del patto di Varsavia e, inoltre, la graduale ri-polarizzazione del pianeta in blocchi saldamente contrapposti non consente l’esistenza di spazi di potere autonomi. I dubbi che pervadono il complesso militare-industriale americano sull’affidabilità di Berlino in un’eventuale guerra, vera o fredda che sia, sono invece controbilanciati dalla cieca fiducia nei confronti di Varsavia.

Varsavia, il nuovo cuore della Nato

Il 31 luglio il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha annunciato che il suo governo e l’amministrazione Trump hanno finalizzato i negoziati per la costruzione di una missione militare statunitense permanente in Polonia. Non è stato rivelato il prezzo che Varsavia dovrà pagare per un simile servizio né il punto di origine dal quale verranno dislocati i militari, anche se è probabile che una parte di essi farà parte di quei 12mila che si apprestano a lasciare le basi tedesche.

La nascita di questo comando fisso è una piccola parte di un più ampio progetto delineato a Washington il 12 giugno 2019 in occasione di una bilaterale fra Andrzej Duda e Donald Trump. I due capi di Stato avevano discusso soprattutto di Cina e 5G, ma un capitolo a parte dell’incontro era stato dedicato alla revisione del ruolo di Varsavia all’interno dell’Alleanza Atlantica. Il risultato più significativo del vertice era stata la firma di una dichiarazione congiunta sulla cooperazione nella difesa, pensata per condurre ad un significativo potenziamento della collaborazione bilaterale nei settori degli affari militari, della sorveglianza e dell’intelligence.

I due presidenti si erano re-incontrati a tre mesi di distanza a New York, un’occasione sfruttata per riconfermare le volontà espresse nella dichiarazione di giugno. Da quel momento in poi le diplomazie dei due Paesi hanno lavorato intensamente per raggiungere un prezzo di compromesso che potesse non gravare eccessivamente sul bilancio polacco e al tempo stesso risultare accettabile agli occhi del Pentagono. Infatti, l’incapacità di accordarsi sui costi da dividere era stata alla base dell’accantonamento dell’ambizioso Fortino Trump proposto da Duda, perciò le trattative sul dispiegamento ulteriore di mille soldati statunitensi nelle basi polacche sono state condotte nel più stretto riserbo e senza fretta, spalmate su un periodo di un anno.

Una base fissa o più soldati a rotazione?

Risolta la questione del prezzo, dei dubbi restano. Nelle dichiarazioni congiunte di giugno e settembre dell’anno scorso che hanno creato le premesse per la trasformazione della Polonia nel nuovo baricentro dell’Alleanza Atlantica non vi è alcun riferimento ad un ricollocamento di truppe di natura fissa; è invece scritto che, se il riposizionamento avesse luogo, si tratterebbe di rafforzare il contingente a rotazione di oltre 4.500 truppe attualmente presente.

I cenni ad un ampliamento del contingente a rotazione sono stati però eliminati il 24 giugno di quest’anno, quando Duda e Trump si sono incontrati nuovamente a Washington. La bilaterale, avvenuta simbolicamente ad un anno di distanza dalla firma della storica dichiarazione di cooperazione, era stata progettata dal presidente polacco per ragioni di strategia elettorale ma anche per dare impulso ai negoziati.

La rielezione di Duda potrebbe aver galvanizzato i lavori nel dietro le quinte, convincendo l’amministrazione Trump a scendere a compromessi per via della fiducia riposta nel partito di cui è espressione, Diritto e Giustizia (PiS), la cui agenda domestica ed estera ricalca perfettamente la visione di Trump per l’Occidente e per il mondo.

La Polonia nella visione di Trump

La funzione storica della Germania di muro portante della strategia degli Stati Uniti per l’Europa si è esaurita con la fine della guerra fredda. La cortina di ferro è caduta, le due Germanie si sono riunite e, soprattutto, il patto di Varsavia si è sciolto per via dell’effetto domino scatenato dalla rivoluzione polacca del duo Reagan-Wojtyla sull’intero blocco comunista.

Fu proprio durante negli anni della guerra fredda che la Casa Bianca prese atto della rilevanza geostrategica della Polonia ai fini dell’equilibrio di potere nell’Europa centro-orientale e ciò fu possibile grazie all’operato di due polacchi: Giovanni Paolo II, il sovrano della chiesa cattolica, e Zbigniew Brzezinski, uno dei più influenti strateghi all’epoca in circolazione negli Stati Uniti insieme a Henry Kissinger.

Sono passati più di trent’anni dalla rivoluzione di Solidarność e la visione geopolitica che questo storico trio ha lasciato in eredità ai posteri, ovvero agli statisti e agli strateghi che stanno vivendo gli anni 2020, non soltanto continua ad essere valida ma si è arricchita di un elemento ulteriore: la funzione antitedesca.

La Polonia dispone di una rendita di posizione incredibilmente elevata che promana dalla sua geografia. Il Paese si trova a metà fra Germania e Russia e per via di ragioni storiche e culturali esercita una forte influenza sul vicinato baltico e sui Paesi che compongono l’alleanza Visegrad. Ques’ultima, a sua volta, rappresenta una porta con la quale accedere ai Balcani e all’Ucraina.

In sostanza, la Polonia ha il potenziale per assumere il ruolo-guida di uno spazio egemonico che corrisponde all’intera Europa orientale e taglia in due il continente, fungendo da parete divisoria fra l’Occidente e il mondo russo. Il padre della Polonia moderna, Józef Piłsudski, nel periodo interguerra tentò di persuadere il vicinato regionale della necessità storica di realizzare questo corridoio, da lui ribattezzato Intermarium (Międzymorze), in chiave antitedesca e antirussa. Quale fu il destino dell’Europa centro-orientale, sorda agli appelli di Piłsudski, è ormai storia, e le classi politiche emerse nel dopo-1989 non sembrano intenzionate a ripetere gli errori di chi le ha precedute.

È in questo contesto di recupero di antiche visioni strategiche che si inquadra l’entrata in scena dell’Iniziativa dei Tre Mari (3SI), fortemente patrocinata dalla Casa Bianca e all’interno della quale Trump ha voluto che gli venisse ritagliato dello spazio d’azione, la trasformazione dell’alleanza Visegrad nel cuore pulsante dell’euroscetticismo dalle venature antitedesche, e i sodalizi che Varsavia sta stringendo nell’ombra con i Paesi Baltici, la Bielorussia e l’Ucraina.

Gli attacchi di Trump contro Berlino, la 3SI e l’intera agenda di Trump per Varsavia, dal dossier Cina alla sicurezza energetica, all’E40 e agli aiuti ingenti per la crescita e lo sviluppo, sono guidati da una visione che definire antirussa è semplicemente riduttivo, oltre che erroneo; in gioco vi sono la riscrittura della mappa del potere nel Vecchio Continente e il depotenziamento della Germania: troppo debole per tentare sforzi egemonici di novecentesca memoria e al tempo stesso innatamente votata alla grandezza, quindi intrinsecamente pericolosa.

La consacrazione della Polonia quale prima potenza regionale nell’Europa centro-orientale, un fenomeno che sta già avvenendo nel silenzio mediatico e nella trascuratezza degli analisti politici, servirà a ridurre tanto l’espansionismo russo a Oriente che a limitare gli spazi di manovra tedeschi all’interno dell’Ue.

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