Perché si parla troppo poco del Partito Comunista Giapponese

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Sapete dove si trova il più grande Partito Comunista del mondo, dopo quelli al potere in Cina, Vietnam e Cuba? In un Paese impensabile: nel Giappone ultra capitalista e alleato di ferro degli Stati Uniti d’America. Il Partito Comunista Giapponese (Pcg) è stato fondato nel 1922 e conta circa 250.000 iscritti: un numero niente affatto trascurabile, ma che all’ombra del Monte Fuji diventa quasi invisibile. Il motivo risiede nella paura che il comunismo, o meglio il “pericolo rosso”, continua a suscitare nell’opinione pubblica nipponica.

Eppure le campagne elettorali locali del Pcg non parlano di rivoluzioni o lotte armate di classe; si concentrano invece sull’economia, sui problemi reali e concreti del Giappone odierno, sull’aumento dei costi, sui salari che non crescono, sull’inflazione.

Il peso del Pcg nel panorama politico giapponese resta modesto, ma ci sono almeno due buone ragioni che fanno ben sperare gli iscritti: le complicanze economiche che stanno sempre più attanagliando le fasce medio-basse della popolazione e l’ascesa della nemesi comunista, ossia Sanseito, il partito nazional-populista che ha recentemente aumentato i propri seggi attingendo dal malcontento popolare. Ecco, con molta calma e perseveranza, i comunisti giapponesi sperano di fare altrettanto. E di incanalare il mal di pancia economico che sta contagiando Tokyo e dintorni.

Il Partito Comunista Giapponese… fa paura

Le ultime elezioni della Camera dei Consiglieri del Giappone, cioè la Camera alta del Parlamento giapponese, non sono state buone per il Pcg. Il partito puntava infatti a ottenere otto o più seggi e 6,5 milioni di voti; è invece finita che ne ha persi quattro, in parte a causa della sconfitta dei candidati in carica nei distretti elettorali di Saitama e Kyoto, e che ha ottenuto 2,86 milioni di preferenze, il 20% in meno rispetto alle precedenti elezioni della Camera alta del 2022.

Certo, la leader del partito, Tomoko Tamura, sa bene di non poter ambire a vette altissime. Anche perché il supporto nei confronti del Pcg è indicato da vari istituti di sondaggio tra l’1 e il 3% delle intenzioni di voto. La soglia resta bassa ma l’obiettivo del Pcg è quello di tornare a essere rilevante tra la “gente di strada” prima che nei palazzi del potere.

Impresa complessa, come ha spiegato Le Monde Diplomatique, dal momento che l’appartenenza al Pcg viene spesso tenuta segreta dai suoi iscritti. Sul lavoro, la scoperta può portare all’emarginazione o talvolta anche al licenziamento. Nella vita di tutti i giorni, i membri possono ritrovarsi ostracizzati.

Come se non bastasse, questo partito è ancora soggetto a una legge del 1952 che vieta la sovversione. È inoltre da tempo sotto sorveglianza statale, intensificatasi dopo che, nel marzo 2016, l’allora primo ministro conservatore Shinzo Abe aveva accusato accusato il Pcg di perseguire una “politica di rivoluzione violenta“.

Tomoko Tamura

Il programma del Pcg

“Siamo sospettati di voler instaurare una dittatura monopartitica, quando in realtà vogliamo liberare il Paese da un simile regime”, ha spiegato Tamura, riferendosi al dominio politico pressoché assoluto e ininterrotto del Partito Liberal Democratico al potere, ora guidato da Takaichi Sanae.

E pensare che dopo la resa del Giappone, nel 1945, il Paese fu occupato dagli Stati Uniti che, per mano del generale Douglas MacArthur, epurarono le istituzioni pubbliche nipponiche dal fascismo, abbatterono i monopoli industriali, vararono riforme agrarie, democratizzarono l’economia e il sistema elettorale, garantirono pure il diritto di sciopero e introdussero la giornata lavorativa di otto ore.

Il Pcg descrisse le truppe statunitensi come un “esercito di liberazione nazionale”, tornò a essere legale e i suoi attivisti imprigionati liberati. Cambiò tutto durante la Guerra Fredda, quando il Giappone iniziò a essere considerato dagli Usa come un alleato industriale in grado di fornire armi ai propri soldati impegnati nella Guerra di Corea. A quel punto, il progetto di liberare il Paese dal fascismo fu sostituito con l’anticomunismo di Stato. Lo stesso pericolo rosso in auge ancora adesso.

Eppure il Pcg ha ancora diverse carte da giocare, a partire dal proprio organo di stampa, Akahata, un quotidiano con una tiratura di un milione di copie (ne abbiamo parlato qui) e letto ben oltre i circoli comunisti grazie alle sue inchieste e alla difesa della democrazia (altro che diffusione di teorie marxiste).

Last but not least, il Partito Comunista Giapponese ha una visione che infastidisce le élite al potere e che potrebbe attrarre, in un futuro non troppo lontano, un bel po’ di voti: quella di considerare il Giappone un Paese al quale gli Stati Uniti hanno negato la sovranità. Una realtà umiliante per i leader del Partito Liberal Democratico e per tutti gli alti funzionari che si professano tutt’ora ultra nazionalisti e nostalgici dell’impero.