La disputa, come si sa, è di ordine territoriale: il Nagorno Karabakh è una regione storicamente dell’Azerbaigian, abitata da armeni in maggioranza e azerbaigiani in minoranza, in cui nel 1923 fu creata una provincia autonoma all’interno della nascente repubblica azerbagiana nella fase di costituzione dell’Urss. Per cui al momento della dissoluzione delle repubbliche sovietiche, gli armeni del Nagorno si sono ritrovati all’interno del territorio azero. Da qui una guerra nata nel gennaio 1992 e ancora oggi non risolta. Al di là della situazione sotto il profilo militare, la questione appare intricata anche a livello politico: da un lato vi è una “repubblica” filo armena indipendente de facto ma non riconosciuta nemmeno da Yerevan, dall’altro vi è il governo di Baku che non rinuncerà mai all’idea di riprendere in mano quei territori, insieme ai sette distretti azeri adiacenti alla regione del Nagorno Karabakh in mano armena.

Possibile attuare il “modello Trentino?”

Non tutti forse sanno che all’inizio della crisi tra Armena e Azerbaijan tra i principali negoziatori vi era un italiano: si trattava dell’allora sottosegretario agli Esteri Mario Raffaelli, il quale ha presieduto la prima conferenza di pace istituita per provare a porre rimedio al conflitto. Lo ha ricordato il diretto interessato in una recente intervista su First Online: “Ha preso vita il gruppo di Minsk – si legge nelle dichiarazioni dell’ex sottosegretario – che è stato formato nel 1992 dalla Csce (oggi Osce) per cercare di gestire la crisi del Nagorno. Ne facevano parte nove paesi (Germania, Stati Uniti, Bielorussia, Francia, Italia, Russia, Svezia, Turchia, Repubblica Ceca) e all’Italia, nella mia persona, era stata affidata la presidenza”. Proprio in quell’occasione si è iniziato a parlare di “modello Trentino – Sudtirol” come esempio da seguire. Il perché è presto detto: occorreva prendere spunto da un’esperienza già attuata in cui una minoranza etnica vive all’interno di un altro Stato. E in tal senso l’autonomia della provincia altoatesina faceva e continua ancora oggi a fare scuola.

Per Raffaelli il modello Trentino – Sudtirol potrebbe essere chiamato in causa anche in questa fase per il Nagorno: “L’indipendenza del Nagorno Karabakh è irrealistica – ha dichiarato l’ex negoziatore italiano – ma, allo stesso tempo, anche la semplice promessa di autonomia nell’ambito statale azero è ovviamente inaccettabile per gli armeni del Nagorno. La terza via dell’esempio sudtirolese consiste in un’autonomia rispettosa dell’integrità territoriale del paese in questione (nel nostro caso l’Azerbaijan) ma dotata di un ancoraggio internazionale. Cioè garantita internazionalmente”. In questa maniera entrambe le parti, pur arrivando a un compromesso, potrebbero essere accontentate: gli azeri vedrebbero nuovamente all’interno del proprio territorio le province de facto oggi amministrate dalla Repubblica del Nagorno e gli armeni, dal canto loro, vivrebbero in una regione autonoma con la possibilità di parlare e usare a livello ufficiale la lingua armena. Il tutto, come precisato da Raffaelli, sotto precise garanzie internazionali.

L’ambasciatore dell’Azerbaijan a Roma torna sul modello Trentino

Nei giorni scorsi a parlare del modello applicato in Sudtirol era stato il rappresentante di Baku in Italia, Mammad Ahmadzada: “Credo che il modello Trentino Alto Adige sia uno di quegli elementi seri con cui l’Italia può svolgere un ruolo più attivo nel processo di pace”, aveva dichiarato al Giornale.it l’ambasciatore azerbaigiano. Oggi il rappresentante diplomatico è tornato sull’argomento: “La comunità armena della regione del Nagorno Karabakh è una minoranza etnica nell’Azerbaigian e l’autodeterminazione non significa il diritto per le minoranze alla secessione – ha dichiarato Ahmadzada a Insideover – Dopo il ritorno dei profughi azerbaigiani ai propri luoghi di residenza nel Nagorno Karabakh, sulla base dell’esperienza dei migliori modelli di autonomie nel mondo, tra cui il “modello Trentino Alto Adige”, si può determinare nel quadro dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian, lo status finale della regione del Nagorno Karabakh, in cui le comunità armena e azerbaigiana possono vivere insieme in pace e dignità”.

“La posizione del mio governo è basata sul diritto internazionale – ha proseguito Ahmadzada – l’Atto finale di Helsinki, numerosi documenti adottati da organizzazioni internazionali, comprese le quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 1993″. Secondo l’ambasciatore, il modello applicato in Italia potrebbe rappresentare una soluzione di compromesso per diversi motivi: “La regione del Nagorno-Karabakh è un territorio riconosciuto a livello internazionale dell’Azerbaigian. Il conflitto del Nagorno Karabakh tra l’Armenia e l’Azerbaigian non ha nulla a che fare con l’autodeterminazione del popolo armeno, che avvalendosi del diritto di autodeterminazione ha costituito lo stato dell’Armenia – ha proseguito il rappresentante di Baku in Italia – Esigere la costituzione di un secondo stato armeno nel territorio dell’Azerbaigian è tanto illogico, quanto sarebbe illogico, da parte degli armeni sparsi per i vari paesi del mondo, esigere un domani la costituzione di un nuovo stato armeno in uno di quei paesi”.

“Non esiste un concetto di popolo del Nagorno Karabakh – ha quindi rimarcato l’ambasciatore – La regione del Nagorno Karabakh ha una comunità armena, che attualmente vi risiede, e una comunità azerbaigiana, oggetto di pulizia etnica ed espulsa con forza da parte dell’Armenia. Vivere nella regione del Nagorno-Karabakh non è solo un diritto degli armeni, ma anche degli azerbaigiani, che vi sono stati espulsi con la forza”.

“La richiesta della parte armena del diritto all’autodeterminazione per gli armeni del Nagorno Karabakh a spese dell’espulsione degli azerbaigiani è insensata – ha concluso Ahmadzada – e rivela la vera natura dell’obiettivo dell’Armenia di annettere i territori dell’Azerbaigian”.

Occorre prima trovare una tregua

Ma per applicare il modello Trentino – Sudtirol è necessario giungere quanto prima a un cessate il fuoco. Anzi, forse è bene parlare di vera e propria tregua in grado di non trasformare, per l’ennesima volta, questa guerra in un conflitto congelato. Difficile parlare di statuti, risoluzioni e soluzioni durature se le operazioni belliche dovessero proseguire anche nelle prossime settimane. Tra trincee, filo spinato, droni e missili in azione, è impossibile anche solo accennare alla pace. Il modello Trentino è stato più volte esposto e più volte rimarcato sia in questi giorni che durante gli anni di tensione nel Nagorno. La sua concreta attuazione potrà essere discussa non come condizione per la pace ma subito dopo l’inizio di un vero processo di pace.

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