Il 10 luglio si è aperto un nuovo capitolo della storia della Turchia. Il Consiglio di Stato ha avallato la riconversione in moschea di Santa Sofia, al termine di un breve ma intenso dibattito internazionale, trasformando in realtà i sogni di milioni di turchi e spianando la strada per la consacrazione di Recep Tayyip Erdogan e della Turchia neo-ottomana quali condottieri della civiltà islamica.

Nelle ore successive all’annuncio della riconversione, il presidente turco ha voluto parlare alla nazione per chiarire il significato politico e metafisico dell’evento, lasciando intendere che i prossimi obiettivi dell’agenda estera del paese saranno Israele, la cristianità e l’egemonizzazione del mondo musulmano. Alla luce dell’incredibile lungimiranza dimostrata dal capo di stato turco negli anni recenti, non è da scartare l’ipotesi che in futuro possa rispolverare un’altra ambizione funzionale alla realizzazione di questi propositi: la bomba atomica.

Le paure di Riad

Il 10 luglio è stato un giorno di speranza per i turchi ed un giorno di paura per i sauditi. Mentre ad Istanbul migliaia di fedeli musulmani si recavano nei pressi dell’ex cattedrale per recitare una preghiera di ringraziamento, nella penisola arabica si discuteva con ansia del dopo-Santa Sofia. Quell’ansia e quella paura sono state condensate in un articolo pubblicato da Al Arabiya lo stesso giorno in cui il Consiglio di Stato della Turchia ha espresso il proprio storico verdetto.

Al Arabiya è il principale canale di informazione di Riad ed è stato fondato nel 2003 per fungere da contraltare ad Al Jazeera, di proprietà qatariota, perciò il contenuto ed il tempismo dell’articolo non possono che destare sospetti. Nell’articolo in questione viene dato spazio ad un commento di John Spacapan, analista politico ed esperto di affari nucleari in servizio al Policy Education Center di Washington, riguardante i presunti segnali che confermerebbero le ambizioni atomiche di Ankara.

Secondo Spacapan, il fatto che la Turchia sia parte contraente del Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari non rappresenterebbe un ostacolo per i sogni nucleari di Erdogan, per tre ragioni.

La prima è che è stato proprio il presidente turco, durante un discorso ai membri di partito risalente a settembre dello scorso anno, ad aver bollato come “inaccettabile” l’attuale status non-nucleare dell’arsenale di Ankara. E sullo sfondo di velleità sempre più esplicite, è da almeno tre anni che circolano indiscrezioni sulle presunte ambizioni nucleari di Erdogan.

La seconda è che la Turchia ha avviato un partenariato di convenienza con la Russia nell’ambito dell’energia nucleare, il cui risultato finale potrebbe cogliere di sorpresa gli spettatori. A Buyukeceli, nel sud del paese, la Rosatom sta costruendo la centrale nucleare di Akkuyu, la prima in assoluto della Turchia, che una volta terminata dovrebbe disporre di ben quattro reattori di tipo VVER1200.

L’idea ufficiale alla base del progetto è di ridurre la dipendenza di Ankara dai combustibili fossili, ma secondo Spacapan potrebbe esserci dell’altro. Infatti, la Turchia non sembra intenzionata ad emanciparsi dalle fonti tradizionali di energia: sta sostituendo le importazioni di gas russo con quelle di gas statunitense e ha recentemente siglato degli accordi con la Libia aventi come focus gas e petrolio.

Il vero scopo di Akkuyu potrebbe quindi essere un altro: “sfruttare l’energia nucleare come una copertura per procurarsi gli attrezzi e la tecnologia necessari per la bomba”, anche perché “il trasferimento di tecnologia sta già avendo luogo” e si sta verificando una massiccia migrazione di cervelli dalla Turchia alla Russia per lo studio delle scienze nucleari. Dall’anno scorso, i turchi sono la seconda nazionalità più rappresentata all’istituto di ingegneria fisica di Mosca, la più importante università nucleare del paese.

Infine, l’interesse crescente di Erdogan per una collaborazione multidimensionale con il Pakistan, soprattutto nel campo militare, potrebbe essere letto come il terzo segno premonitore. Islamabad, infatti, è l’unico attore del mondo musulmano (dar al-islam) ad aver realizzato le proprie aspirazioni atomiche e la convergenza strategica con Ankara degli anni recenti, che sta avvenendo all’ombra del comune obiettivo di riscrivere gli equilibri di potere nella regione, potrebbe facilmente sfociare nella condivisione di strumenti e conoscenze e/o nella vendita sottobanco di armi atomiche.

Verso il nucleare?

Erdogan ha fatto della Turchia il candidato più papabile al trono di paese-guida del dar al-islam, essendo subentrato ai sauditi nella questione palestinese, avendo ereditato il timone della Fratellanza Musulmana e avendo focalizzato la propria politica domestica ed estera sul soddisfacimento dei bisogni e dei desideri dei musulmani conservatori e degli islamisti di tutto il mondo.

La riconversione in moschea di Santa Sofia è soltanto l’ultima di una serie di azioni progettate per proiettare, ed instillare, nell’opinione pubblica islamica mondiale l’immagine di una Turchia quale potenza realmente devota alla difesa degli interessi dei musulmani, ovunque essi si trovino. Quest’agenda ha portato ad un aumento significativo dell’esposizione turca in tutta la regione geopolitica del Medio Oriente e Nord Africa e, recentemente, anche ad un avvicinamento all’Iran.

La Turchia è consapevole di aver adottato un’agenda estera che la porterà, inevitabilmente, ad affrontare pressioni crescenti da parte dell’alleanza israelo-saudita, ma anche da parte dell’Occidente, ed è proprio questo il motivo che potrebbe spingere Erdogan a valutare seriamente la riapertura del dossier nucleare. Ad Istanbul si è giocato il primo tempo di una battaglia ideologica per il futuro del paese, ma è nel triangolo Buyukeceli-Mosca-Islamabad che si giocherà una parte considerevole del secondo tempo.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME