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Quando nel febbraio scorso Matteo Salvini e la Lega sostennero la scelta di Mario Draghi come presidente del Consiglio e si misero in prima fila come promotori del governo guidato dall’ex governatore della Bce, una parte dei media e del corpo politico più ostile al Carroccio nel panorama politico italiano sottolineò la presunta incoerenza tra il forte euroscetticismo leghista degli scorsi anni e la svolta che ha portato la formazione sovranista a sostenere un uomo di lungo corso dell’establishment come il banchiere romano. La realtà era certamente più complessa: dietro la Lega “di lotta” salviniana si muoveva, complementare ad essa, quella di governo, radicata territorialmente e ben instradata nel contesto liberalconservatore di Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia e delle roccaforti del Nord. Una Lega che da tempo lavorava a riorientare l’asse del Carroccio verso un crescente pragmatismo e verso la ricerca di sinergie che, attorno a Draghi, si sono costituite.

Ed è un Salvini fortemente pragmatico quello che in recenti interviste, come quelle rilasciate al Financial Times e a Il Giornale nelle ultime giornate, mira a coniugare il tradizionale posizionamento nel campo sovranista con battaglie politiche che possano portare la Lega a conquistare quella parte di elettorato moderato e pragmatico che, specie in vista della prevista federazione del centro-destra, risulterà decisivo per creare un blocco sociale organico in grado di sostenere prospettive di governo.

Salvini a Il Giornale ripropone un’agenda garantista, sostiene la riforma della giustizia e rivendica la scelta di essere tornato al governo dopo la fine dell’esperienza gialloverde nell’estate 2019; parlando con il quotidiano della City di Londrainvece, si focalizza maggiormente sui temi di politica internazionale ed europea. E se da un lato l’impronta “giorgettiana” del Carroccio di governo si vede nel posizionamento inequivocabile della Lega nel campo occidentale, nella ricerca di un dialogo sistemico col Partito Popolare Europeo e nella volontà di rivendicare la natura decisiva per l’esecutivo dell’agenda del partito di Via Bellerio, dall’altro nella prassi Draghi ha riportato al centro dell’agenda temi che nelle passate esperienze di governo Salvini e i suoi avevano, spesso invano, tentato di promuovere.

Parlando con il Ft l’ex ministro dell’Interno è chiaro su un punto: Draghi ha reso di pubblico dominio per la politica italiana e si è intestato con forza la battaglia per la rottamazione dell’austerità che nelle ultime settimane del 2018 fu promossa anche dal governo Conte I, ben prima del cambiamento d’epoca del Covid-19, in forma tutt’altro che rivoluzionaria, semplicemente con la spinta su un deficit al 2,4% del Pil (poi rinegoziato a 2,04%) nella manovra scritta da Lega e Movimento Cinque Stelle. Il muro di Bruxelles, manifestatosi sotto forma delle violente uscite dei commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, assunse più la forma di un pregiudizio anti-italiano che di una vera e propria discussione pragmatica. Salvini, con malcelata soddisfazione, ricorda al quotidiano britannico che “il Covid ha costretto le autorità europee ad ascoltare” quanto sottolineato dalla Lega da anni, e cioè che “l’austerità non funziona”. L’impegno dell’esecutivo di unità nazionale è per un cambiamento dei trattati e per il superamento del Patto di Stabilità, e le parole del leader leghista sembrano mettersi in diretta contrapposizione con l’arrendevole dichiarazione del commissario Paolo Gentiloni, che nei giorni scorsi a Repubblica aveva “silurato” di fatto l’agenda draghiana parlando dell’impossibilità di cambiare i trattati.

L’Agi inoltre riporta che, rispondendo privatamente alle provocazioni di Enrico Letta che lo accusava di coerenza col fatto di restare alleato dei sovranisti a Strasburgo, Salvini abbia commentato incisivamente: “Sosteniamo il governo Draghi perchè Draghi ha restituito autorevolezza e dignità all’Italia in Europa”. L’obiettivo è dunque far tornare il Paese al centro del dibattito e della scena, per valorizzare al contempo le potenzialità dei partiti italiani nell’agone comunitario. Del resto, in fin dei conti, Salvini, su ispirazione di Giorgetti e Zaia, mira a valorizzare come asset politico una realtà di fatto: la natura di forza di governo strutturata (che ha partecipato a sette esecutivi dal 1994 ad oggi) e ben radicata nell’amministrazione delle strategiche regioni produttive del  Nord rende la Lega un partito capace di poter, per sua natura, guardare al centro e al pragmatismo incarnato dall’agenda Draghi. Una partita che, se ben giocata, può rilanciare anche nel centrodestra italiano quell’alchimia tra idee sovraniste, liberalismo e conservatorismo che in tutta Europa si sta dimostrando il fattore decisivo per conquistare le elezioni segnate dal nuovo bipolarismo continentale.