La fine delle elezioni presidenziali più controverse e dibattute nella storia degli Stati Uniti d’America è stata decretata ufficialmente fra il 14 e il 15 dicembre, ad un mese di distanza dalla chiusura delle urne. Nella giornata del 14 il Collegio Elettorale degli Stati Uniti ha sanzionato i risultati della competizione elettorale, mentre il giorno seguente sono giunte le congratulazioni formali a Joe Biden da parte del Cremlino.

Non sono stati il presunto legame simpatetico fra Vladimir Putin e Donald Trump né le aspettative di un ribaltamento dell’esito elettorale dell’ultimo minuto ad aver guidato le mosse della Russia nelle ultime cinque settimane; quel che è accaduto, molto più semplicemente, è che gli strateghi del Cremlino hanno voluto capitalizzare il caos post-elettorale che ha afflitto gli Stati Uniti con l’obiettivo di evidenziare i limiti e le falle del modello liberal-democratico dell’Occidente.

Le congratulazioni ufficiali

Nella prima mattinata del 15 dicembre l‘ufficio di Joe Biden ha ricevuto il telegramma di congratulazioni ufficiali più atteso, tardivo e pianificato: quello del Cremlino. Vladimir Putin, infatti, prima di procedere con il riconoscimento del futuro inquilino della Casa Bianca, ha atteso strategicamente che il Collegio Elettorale degli Stati Uniti sanzionasse i risultati della competizione elettorale e che, soprattutto, fallisse la campagna di boicottaggio di Donald Trump.

Il presidente russo si è detto “pronto a cooperare e mantenere contatti” con il futuro omologo statunitense, esprimendo fiducia nel fatto che “la Russia e gli Stati Uniti, che hanno una responsabilità speciale nella stabilità e nella sicurezza globale, possano, nonostante le loro differenze, aiutare a risolvere i molti problemi e le sfide che il mondo sta affrontando”. 

Putin, inoltre, ha voluto ricordare a Biden che una “cooperazione basata sui principi dell’uguaglianza e del rispetto reciproco” non sarebbe nell’esclusivo interesse di Mosca, o di Mosca e Washington, ma dell’intera comunità internazionale.

Perché tanta attesa?

Il Cremlino, ritardando il riconoscimento dei risultati della corsa alla presidenza, non ha agito nell’interesse di Trump né ha cercato di inimicarsi (ulteriormente) Biden; l’obiettivo, molto più sottile, intelligente e lungimirante, è stato uno sin dall’inizio: capitalizzare al massimo dal disordine post-elettorale che ha avvolto gli Stati Uniti per enfatizzare le falle del sistema liberal-democratico e, in generale, le mancanze, le debolezze e le zone d’ombra del modello occidentale.

Gli Stati Uniti, potenza-guida del blocco occidentale, campione del cosiddetto mondo libero e democrazia per antonomasia, hanno affrontato cinque settimane di tensione senza precedenti storici. Non si è trattato semplicemente del palese malfunzionamento della macchina elettorale – la squadra legale del presidente uscente non ha trovato le prove di una cospirazione su scala nazionale, organizzata e premeditata, ma le indagini hanno comunque accertato irregolarità gravi e diffuse, dal fenomeno dell’elettorato defunto alle criticità relative ai software di lettura e conteggio dei voti – ma anche e soprattutto di quel che è accaduto per le strade: scontri, rivolte, guerre urbane tra opposti estremismi; eventi che hanno provocato morti e feriti.

La Russia, attraverso questo temporeggiamento tattico che ha perpetuato il beneficio del dubbio, ha voluto spronare la propria opinione pubblica e il mondo intero ad iniziare una seria riflessione sull’effettiva superiorità del modello liberal-democratico patrocinato, promosso e rappresentato dall’Occidente. Se, infatti, nulla possono neanche gli Stati Uniti contro la caducità della democrazia liberale, pur essendo la nazione che ne ha storicamente incarnato lo spirito e che si è auto-investita della responsabilità di uniformare il pianeta al proprio credo civilizzazionale, la naturale deduzione è che non può trattarsi di un modello intrinsecamente superiore e meritevole di esportazione universale.

L’era Trump, per quanto breve, ha dimostrato tutti i limiti, le vulnerabilità e le ipocrisie del modello Stati Uniti, ed è stata essenziale per la Russia, la quale è impegnata nel consolidamento e nella promozione del proprio modus vivendi post-liberale. Le ultime cinque settimane della presidenza Trump sono state fondamentali da questo punto di vista, perché il Cremlino ha ottenuto il massimo risultato con il minimo sforzo: piattaforme sociali come Facebook e Twitter hanno svelato la loro natura politica, grande stampa e canali televisivi hanno preferito la censura alla libertà di informazione, sullo sfondo dell’epidemia di criminalità che ha avvolto intere città a causa della svolta anti-polizia e delle violenze politiche perpetrate da gruppi armati dell’estrema destra e dell’estrema sinistra.

La profezia lanciata in “Il mondo fuori controllo” nel lontano 1993 da Zbigniew Brzezinski, inerente il futuro distopico che avrebbe atteso gli Stati Uniti nel nuovo secolo, si è avverata e qualcuno, la Russia, ha dimostrato di possedere l’astuzia e la sagacia necessarie per strumentalizzarla a proprio favore. La cornucopia permissiva che tormentava i sonni del defunto politologo polacco, infatti, sembra aver vinto: la libertà illimitata ha condotto ad una società che emargina, segrega, censura e aggredisce nel nome della libertà, e i cui membri di qualsiasi fazione, persino politici e giornalisti aborrono il dialogo ed auspicano la morte sociale (e fisica) dell’avversario.

Veicolando l’idea che il destino delle società liberali sia univoco e comparabile al processo evolutivo di una malattia degenerativa, in questo caso la cornucopia permissiva, la Russia sta offrendo al mondo una via di fuga dalla presunta ineluttabilità cacotopica che comporterebbe l’adozione del modello occidentale: un modus vivendi e operandi post-liberale, ossia un ordine in cui le libertà vengono garantite nella misura in cui evitano che una società possa implodere, perché tali libertà verrebbero concesse dall’alto, ed esercitate dal basso, per favorire – e non per danneggiare – la pax deorum.

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