Perché Putin aveva bisogno del plebiscito. E come vuole usarlo

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Il 52% nel 2000. Il 71,3% nel 2004. Il 63% nel 2012. Il 76,7% nel 2018. E l’87,3% nel voto di ieri, la sua quinta elezione alla carica di presidente della Federazione Russa. Con una differenza però sostanziale: questa volta Vladimir Putin non cercava una maggioranza (magari ampia) per una riconferma, cercava un plebiscito. Aveva bisogno di un plebiscito, che è stato poi regolarmente ottenuto. Il come è sotto gli occhi di tutti ed è la somma di diversi fattori. Il primo (e finalmente, dopo tanti anni, se ne sono accorti anche i media più russofobi e antiputiniani) è che c’è una parte vasta della popolazione russa che, molto semplicemente, approva l’operato di Putin. La conferma, se fosse servita, In un’interessante intervista a Repubblica, Denis Volkov, direttore del Centro Levada, istituto russo di analisi della pubblica opinione, inserito dalle autorità nella lista degli “agenti stranieri”, dunque non sospettabile di eccessi di simpatia verso il Cremlino. Volkov va giù piatto piatto, smentendo le molte favole che noi occidentali amiamo raccontarci: “Non c’è dubbio che il consenso di Vladimir Putin sia intorno all’80%. È così dal febbraio 2022. Prima dell’Operazione militare speciale, metà dei russi era favorevole a una sua ricandidatura, metà era contraria. Dopo il 24 febbraio 2022, i sostenitori di un nuovo mandato di Putin al Cremlino sono saliti dal 45% al 75%, poi al 78% e infine all’80%. Ma se si calcola questa percentuale soltanto tra chi è pronto ad andare a votare sale all’85%”. Quindi, c’è moltissima gente che vota Putin perché gli piace Putin. L’87,3% del 75% di elettori che si è recato alle urne? Forse no. Ma poi, ovviamente, interviene la propaganda, la pressione sociale, la distribuzione a pioggia di prebende e sussidi, il nazionalismo e tutto quanto un regime ormai autocratico può mettere in campo per gonfiare le percentuali.

Allo stesso modo, tutte le ricerche dimostrano che sussiste e resiste in Russia un 20-25% di cittadini elettori che sono contrari alla guerra in Ucraina. Dato che corrisponde, più o meno, a quello di coloro che non sono andati a votare ieri (affluenza al 77,4%, pari a 87,1 milioni di elettori, record nella storia della Russia moderna). Non essere d’accordo, però, non equivale a costruire un’opposizione. Questa pur notevole massa di persone si disperde in mille rivoli: chi decide di non partecipare al voto, i dissidenti liberali e filo-occidentali per dir così “alla Navalny”, i seguaci dei partiti della cosiddetta “opposizione istituzionale” (comunisti e liberal-democratici), quelli che hanno votato per Gente Nuova il cui giovane leader Vladislav Davankov (non a caso dopo Putin il più votato a Mosca e San Pietroburgo) era stato l’unico ad auspicare trattative di pace, pur senza alcuna rinuncia russa ai territori conquistati. Un poco di tutto, nulla che possa realmente pesare.

In questo quadro, la vittoria di Putin era più che scontata. Però è risultato evidente, per esempio dalla pressione generale perché si andasse a votare (anche Putin ha fatto diversi appelli in questo senso), che il Cremlino questa volta cercava altro, cercava appunto un plebiscito. Questo tipo di esito era necessario per almeno due ragioni. Una, diciamo così, più contingente: evidenziare il consenso dei russi nei confronti della guerra in Ucraina. Al di là dello stato di emergenza, non è stato certo un caso se si è votato prima nei territori ucraini di recente annessione. La gran massa degli elettori per ventiquattr’ore è stata bombardata dalle immagini di cittadini delle regioni di Kherson, Donetsk e Lugansk che in tono commosso ringraziavano la Russia per averli salvati dalla perfidia di Kiev. Uno spottone che di sicuro ha prodotto qualche effetto. Non bastava dire sì a Putin, questa volta: bisognava anche aderire, firmando il patto con il voto, alla missione che lui assegna oggi alla Russia, quella di essere vindice della “russità” (amor di patria, valori tradizionali, fede, famiglia e orgoglio per una Russia che fa mondo e civiltà a sé) in ogni angolo in cui questa sia, o si senta, minacciata dai decadenti ma aggressivi disvalori occidentali.

È però anche evidente che il Cremlino ormai (e chissà se era così già due anni fa…) vede in questa guerra il modo non solo per raggiungere gli obiettivi dichiarati (denazificare l’Ucraina, allontanare la Nato, proteggere la minoranza russa, riottenere i territori “storicamente russi” e via via) ma anche per modificare gli equilibri internazionali, dalla fine del secondo conflitto mondiale influenzati in misura decisiva dalle liberal-democrazie, e spingere verso la fine il cosiddetto “secolo americano”. La Russia ambisce in modo evidente a diventare la guida del vasto fermento di “ribellione all’ordine costituito” che palesemente attraversa l’Africa e in generale il cosiddetto “Sud del mondo” e che in una certa, prudente misura contagia anche Paesi come Turchia e Arabia Saudita, i Brics e altre alleanze meno rilevanti. Mosca sa bene di che cosa si tratta, avendolo vissuto lo stesso fenomeno, ma in maniera assai più traumatica, con i Paesi ex-sovietici a Occidente dei suoi confini e dovendo ancora affrontarlo con quelli a Est, in Asia Centrale.

Per assumere quel ruolo di leadership, la Russia di Putin doveva dare mostra di grande compattezza interna. E dotarsi di un leader che non fosse più “solo” un Presidente ma una guida, un duce, forse persino un vate. Vogliamo dire uno Zar? Putin, che ha 71 anni, potrebbe restare al Cremlino fino al 2030, battendo il record di durata di Stalin. E diventare così il padre della nuova patria russa che, inaspettatamente, agli inizi del secondo millennio somiglia a quella delineata dal monaco Filofej all’inizio del Seicento, quando la Moscovia stava diventando l’impero multietnico e multiconfessionale che poi avremmo conosciuto, e che stava tutta in una definizione: Mosca la terza Roma.