Cinque motivi per cui può scoppiare una nuova guerra fra Israele e Libano

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è arrivato al confine tra Israele e Libano per una ricognizione con i più alti vertici delle forze di sicurezza. Circondato dalle alte gerarchie militari, il premier israeliano osservava la frontiera con il Libano con il viso di chi sa che lì c’è un nemico da sconfiggere. Ha parlato di pace, Netanyahu, nel suo video postato su Twitter a margine della visita alla frontiera. Ma è una parola che nel suo discorso assume un significato molto peculiare, che difficilmente fa credere che sia veramente la missione cui tende il suo governo. Troppi interessi in gioco e troppi attori che si considerano nemici giurati da una parte e dall’altra del confine per giungere a una pace nel breve o nel medio termine. Netanyahu ha detto: “La nostra faccia è rivolta verso la pace, ma siamo pronti per ogni evenienza. E io non suggerisco a nessuno di metterci alla prova”. Ma tutto, fra Libano e Israele, sembra essere orientato verso un conflitto più che a una risoluzione definitiva delle controversie fra i due Stati. Controversie che fra l’altro aumentano e che nessuno dei contendenti sembra capace né desideroso di far diminuire di numero e di gravità.

I motivi per una guerra sono tanti, anzi, potremmo dire troppi. I principali legati a Hezbollah, ovviamente. Israele negli ultimi mesi ha lanciato continui allarmi per il rafforzamento dell’asse fra Hezbollah e Iran, soprattutto dopo la guerra in Siria che ha dimostrato sul campo di battaglia la sinergia fra gli eserciti sciiti. Tel Aviv pensava che il conflitto siriano potesse essere un banco di prova troppo ostico per Hezbollah e sperava quantomeno nella frattura della cosiddetta mezzaluna sciita. Tuttavia le dinamiche belliche l’hanno fatto ricredere e osserva con estrema preoccupazione l’aumento d’influenza in Medio Oriente dell’Iran, forse uno dei veri vincitori, finora, della complicata tragedia siro-irachena. Netanyahu ha più volte chiesto a Vladimir Putin di rinunciare alle de-escalation zones per evitare che la Siria potesse avere zone franche per il posizionamento delle forze iraniane e alleate, ma il presidente russo insieme al presidente Trump e agli altri attori conflitto sono andati avanti. E i raid israeliani in Siria dimostrano senza alcun dubbio che il governo di Tel Aviv non abbia accettato il fatto che la Siria sia divenuta il ponte fra Hezbollah e l’Iran. Cosa che rappresenta una sconfitta per la strategia regionale di Israele.



Questa situazione di caos “programmato” in Siria e la mancanza di una forte leadership degli Stati Uniti che imponga una sua linea anche sul Medio Oriente, come suggerito dal Jerusalem Post, rende più facile per Israele e Hezbollah giungere a una guerra. Finora è stata la Russia a negare questo scenario grazie all’alleanza in Siria con l’Iran. I russi hanno tollerato alcuni raid mirati dell’aviazione israeliana, ma non avrebbero mai permesso un’escalation. Tuttavia, la guerra siriana ha cambiato radicalmente scenari rispetto già solo a un anno fa. Oggi la questione è legata al nord, da Idlib ad Afrin, e Israele può concentrarsi sull’altro versante (la Difesa di Israele considera Siria e Libano un fronte unico) per risolvere in radice i suoi problemi legati alla presenza di milizie pro-iraniane al confine con il Golan siriano o con il Libano. Tillerson ha confermato duemila soldati americani in Siria come “garanzia” del potere politico Usa sulla regione, ma sembra che a Israele non convinca per niente la strategia adottata da Trump  sulla Siria e adesso pretende maggiore libertà di manovra.

Anche nei rapporti diretti fra Israele e Libano continuano, purtroppo, ad aumentare i motivi di attrito. Il governo israeliano vede nella crescita di Hezbollah una complicità di Beirut e tende a non fare più troppe distinzioni. Il muro di recinzione al confine sembra un segnale inequivocabile del fatto che a Tel Aviv interessi poco mantenere rapporti positivi con il Libano e concentrarsi sulla milizia sciita. E le parole di Lieberman dei giorni scorsi confermano questa visione unica sul Paese dei cedri. Il governo libanese considera la costruzione del muro come una palese violazione della sovranità del Libano, ricordando che la linea su cui si sta costruendo il muro non è conforme ai confini che Beirut ritiene siano quelli decisi da entrambe le parti. Un altro motivo di attrito, l’ennesimo, fra due Stati che sembra non siano in grado di raggiungere l’accordo su niente.

Come se non bastasse, negli ultimi mesi è tornato al centro dello scontro anche uno dei pilastri di tutta la politica mediorientale: l’energia. E quando il problema riguarda il possesso di giacimenti di gas o petrolio, il conflitto, in questa regione, sembra quasi inevitabile. Il mese scorso il Libano ha approvato dopo anni di stallo l’offerta congiunta di Eni, Total e Novatek per esplorare i mari al largo delle sue coste. Israele rivendica una parte di quel mare, ovviamente al confine con il Libano e ballano molte centinaia di miliardi di dollari. Hezbollah può colpire le piattaforme off-shore israeliane e Israele pretende che il Libano non sfrutti un’area marittima ricca di gas. Motivi che, purtroppo, non fanno che irrigidire i rapporti mai idilliaci fra i due Stati e che alimentano i pericolosi venti di guerra che da tempo soffiano costanti sulla coste mediterranee del Medio Oriente.