Sempre più confusa e disorientata da una una realtà che non riesce più a comprendere, l’élite progressista – o liberal – dei salotti che contano, illusa di una presunta superiorità etica e morale, detesta ogni giorno di più il suffragio universale e lo strumento del referendum. Insomma, odia la democrazia e il popolo. Si tratta di un’élite internazionalista, sulla carta “democratica” e “tollerante”, dai buoni sentimenti, che vuole l’impeachment per il tanto detestato Donald Trump per un’inchiesta, quella sul Russiagate, che, ad oggi, non ha portato a nulla e che ora invoca un secondo referendum sulla Brexit perché il primo non ha dato il risultato sperato. E sulla stampa c’è persino chi dice che il popolo non dovrebbe essere consultato sui temi troppo complessi.
Come sottolinea Maurizio Belpietro su La Verità, sulla prima pagina del Corriere della Sera di giovedì 17 gennaio, sotto il titolo “Lezioni londinesi. La debole democrazia diretta”, si può leggere un articolo di Danilo Taino in cui si spiega come “l’ aver posto la scelta sulla Brexit a referendum, nel 2016, sta facendo vacillare l’ opinione pubblica del Paese, culla del liberalismo e della democrazia, e rischia di spegnere la brillante energia a cui ci aveva abituato la “madre di tutti i parlamenti”, Westminster”. Far votare le persone su un tema come la Brexit, dunque, mette a rischio la tenuta della democrazia e del liberalismo.
Il cortocircuito liberal
L’articolo di Taino prosegue in maniera eloquente: “Lo strumento del referendum non è una sciocchezza. Mettere nelle mani dei cittadini la decisione su questioni rilevanti è un momento alto di democrazia. Può però essere fatto su questioni risolvibili con una semplice scelta binaria: da una parte o dall’altra e finita lì”. Il messaggio è chiaro, no? D’altro canto vi ricordate cosa scriveva la stampa democratica all’indomani del risultato del referendum sulla Brexit?
Si scaricava tutta la colpa sugli anziani. “A perderci ancora una volta sono le nuove generazioni. Quelli che poi sono davvero influenzati dal risultato del voto. E non coloro che massicciamente hanno votato dall’alto delle loro pensioni, dei loro ricordi di gioventù e dai cuscini di un divano al di fuori del mondo e del futuro” sentenziava senza mezzi termini L’Espresso.
Per poi concludere: “Che poi, scorrettamente viene da chiedersi: ma perché far votare chi ha più di 65 anni sulla direzione che la nazione dovrà intraprendere nel futuro? Perché obbligare i più giovani a pagare gli errori dei più vecchi?”. Capito? Hai più di 65 anni? Meglio toglierti il voto, prima che tu possa fare danni. Se hai dato anima e corpo per una vita per il tuo Paese ciò non conta più nulla perché hai votato nella maniera “sbagliata”.
“David Cameron ha abusato della democrazia” arrivò addirittura a sostenere l’ex presidente del Consiglio Mario Monti. “Non sono d’accordo con chi dice che questo referendum sia una splendida forma di espressione democratica – sostenne Monti – e le dico di più. Sono contento che la nostra Costituzione non preveda la consultazione popolare per la ratifica dei trattati internazionali”.
“Basta far votare gli ignoranti”
La spocchia elitaria si riflette tutta in un articolo del 2016 pubblicato sul Washington Post a firma di David Harsanyi, condirettore della rivista online The Federalist. “Mai come oggi tantissime persone assai poco informate prendono decisioni che hanno ripercussioni su tutti quanti. Basta studiare la pochezza dell’attuale campagna presidenziale americana per capire come il problema più urgente nella politica degli Stati Uniti non sia l’influenza delle grandi aziende, dei sindacati, dei media e nemmeno quella dei soldi. Il problema principale siete voi, gli elettori americani”.
Eliminando i milioni di elettori irresponsabili che non si prendono il disturbo di imparare i meccanismi più basilari della Costituzione, scrive “o le propo18ste e la storia del loro candidato preferito, forse potremmo riuscire ad attenuare le conseguenze della sconsideratezza del loro voto”. Secondo Harsanyi, “se non hai la minima idea di ciò che ti sta intorno, hai anche il dovere civile di non soggiogare il resto di noi alla tua ignoranza“. La domanda è: e chi stabilisce che un cittadino risulti “preparato” oppure no? Un tribunale laico radical chic?
Così il liberalismo progressista ha fallito
La verità, scrive Patrick J. Deneen nel suo Why Liberalism Failed, libro che uscirà quest’anno anche in Italia edito da La Vela, è che i liberalismo moderno e progressista “è diventato sempre più anti-democratico e cosmopolita, proprio come altre idee universaliste che nell’arco della storia si sono piegate al progresso”. Il liberalismo moderno, sostiene il saggista americano “imporrà l’ordine liberale con la forza, attraverso una particolare forma di stato gestita da una piccola minoranza che odia la democrazia”.
Per incanalare Alexis de Tocqueville, insomma, “la democrazia liberale culmina in una nuova forma di dispotismo. In parole povere, se uno è un nazionalista o crede in qualsiasi religione, tradizione o comunità, allora è per definizione considerato illiberale, e quindi cattivo. Il male non può essere ragionato, ma solo sradicato. Il liberalismo, nella sua forma attuale, è quindi insostenibile e provocherà un contraccolpo”. In sintesi: liberal e totalitari, questa la descrizione in estrema sintesi dei progressisti contemporanei, sempre più allergici alla democrazia e al popolo.



