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Mentre, sullo sfondo, gli israeliani continuano a costruire insediamenti in terra palestinese, e il governo Trump spinge per un piano di pace che danneggia gli interessi palestinesi, Abbas ha conquistato un raro momento sotto la luce dei riflettori.

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Martedì Abbas ha guidato una delegazione da Ramallah alla sede delle Nazioni Unite per una cerimonia che segnerà un nuovo brillante risultato palestinese – l’assunzione della presidenza di un nuovo gruppo delle Nazioni Unite, costituito da circa 130 nazioni, per lo più  in via di sviluppo.

Non è la più importante posizione sulla scena mondiale, ma ora i diplomatici palestinesi potranno giocare un ruolo utile su questioni di importanza globale come il cambiamento climatico e l’immigrazione, lavorando al fianco di grandi paesi come Cina, Brasile e Indonesia.

È la prima volta che un stato riceve questo privilegio pur non essendo membro a tutti gli effetti delle Nazioni Unite. Tale onore  è stato accordato alla Palestina l’anno scorso dall’assemblea generale delle Nazioni Unite, nonostante l’obiezione di Israele e degli Stati Uniti.

Parlando con Gli Occhi della Guerra e altri giornalisti, il Ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki aveva dichiarato che la spinta diplomatica non sarebbe finita lì. I palestinesi avrebbero presentato una richiesta per la piena adesione alle Nazioni Unite entro poche settimane, ha detto.

Lo status della Palestina nelle Nazioni Unite è stato promosso a quello di “stato non membro” nel 2012, e da allora si è discusso a lungo di una piena adesione che, dicono i funzionari, non farebbe altro che rinforzare la soluzione dei due-stati che i palestinesi e gli israeliani avevano negoziato per anni.

Ma la per la piena adesione alle Nazioni Unite serve di più. I palestinesi avrebbero bisogno di nove voti a favore per essere promossi nel Consiglio di Sicurezza, e di non ricevere alcun veto dai suoi membri permanenti – questi includono l’alleato più vicino a Israele, gli Stati Uniti.

Venerdì scorso, le speranze dei palestinesi si sono infrante.

Con un linguaggio insolitamente duro, il segretario generale delle Nationi Unite Antonio Guterres ha espresso ad alta voce le sue perplessità, chiedendosi perché mai Abbas si sia preso la briga di interpellare gli alti piani delle Nazioni Unite quando un veto dall’amministrazione Trump era praticamente certo.

“Sapevamo quale sarebbe il risultato,” ha detto Guterres ai giornalisti.

Aveva senza dubbio ragione, ed era piuttosto ovvio a tutti i giornalisti nella stanza. Ciononostante, queste parole non potevano che portare oscurità nella sala della conferenza dove Abbas, Maliki e altri funzionari palestinesi ordiscono i loro piani.

Questi sono giorni bui per i funzionari palestinesi. I politici israeliani sono sempre più interventisti, alcuni rifiutano apertamente l’obiettivo di uno stato palestinese indipendente. Agiscono con l’appoggio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che sembra guardargli le spalle.

Nei due anni trascorsi alla Casa Bianca, Trump ha spostato l’ambasciata statunitense in Israele a Gerusalemme, nonostante le obiezioni dei palestinesi. I fondi per i palestinesi sono stati tagliati e il piano di pace che potrebbe essere rilasciato dopo le elezioni israeliane del 9 aprile potrebbe benissimo presentare scarsi vantaggi per i palestinesi.

Intanto, gli amici di Ramallah in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e in Egitto sono più concentrati sulle ambizioni regionali dell’Iran che su una disputa territoriale con Israele – altrattanto diffidente nei confronti di Teheran – che va avanti da sette decenni.

L’ultima volta che i palestinesi hanno tentato la piena adesione alle Nazioni Unite, nel 2014, non sono riusciti a ottenere voti sufficienti. Questa volta, l’ambasciatore israeliano Danny Davon ha promesso di agire direttamente dietro le quinte per  “far arenare l’iniziativa”.

Il vero problema di Abbas, tuttavia, non è a New York, Riyadh o Washington. È in casa sua. I palestinesi  sono indeboliti dal divario tra il partito di Abbas, Fatah, che controlla la Cisgiordania, e Hamas, gli islamisti che gestiscono Gaza.

Il mandato di Abbas è scaduto nel 2010 e da allora ha governato non eletto. Circa due terzi dei palestinesi vogliono che si dimetta, esacerbati dalla sua corruzione, dalla sensazione che cooperi con Israele e dai forti dubbi sul fatto che l’ottantatreenne presidente possa  effettivamente restare al timone per quattordici anni.

Queste preoccupazioni sono state sollevate da Diana Buttu, una ex-negoziatrice palestinese, quando ha parlato con Gli Occhi della Guerra di Abbas, della sua visita a New York e del suo sforzo per far sì che sul tavolo di discussione delle Nazioni Unite si puntassero i riflettori sulla Palestina .

Con questa grande mostra di sé che ha fatto alle Nazioni Unite, Abbas potrebbe incrementare i suoi consensi, ma le sue vittorie diplomatiche sono davvero solo “estetiche”, ha detto. Fanno sembrare la Palestina uno stato senza che lo sia effettivamente.

Buttu paragona la spinta per la piena adesione alle Nazioni Unite al servizio postale palestinese, che è stato fondato nel 1994 grazie agli accordi di Oslo con Israele. I francobolli palestinesi sono “davvero carini” e alimentano sentimenti di orgoglio nazionale, ha detto.

“Ma se la domanda è: la lettera arriverà mai a destinazione? La risposta è no, perché Israele possiede le poste e controlla il traffico postale,” ha detto Buttu a Gli Occhi della Guerra. “Sì, ora abbiamo un ufficio postale, ma le lettere non arriveranno mai”.