Negli ultimi 110 anni la Libia ha rappresentato uno scoglio importante per qualsiasi era politica italiana. Per Giolitti ha significato l’avvio dell’avvenuta coloniale, il fascismo l’ha identificata come “quarta sponda”, nel dopoguerra il tira e molla con il rais Muammar Gheddafi è stato una costante per tutti i governi della prima e della seconda Repubblica. Oggi, un’Italia uscita malconcia dall’emergenza coronavirus e retta dall’ex governatore della Bce Mario Draghi, vede nella Libia la possibilità di tornare a mettere un sigillo importante nella politica estera. E di ridare senso e vita, seppur tra mille difficoltà, alla concezione stessa del ruolo del nostro Paese nel Mediterraneo.

Il caos libico

La prima uscita all’estero per il nuovo presidente del Consiglio ha riguardato non a caso la sua visita a Tripoli. Qui Mario Draghi si è incontrato con Abdel Hamid Dbeibah, il premier in carica dal 15 marzo scorso il cui compito è quello di traghettare la Libia a nuove elezioni entro il prossimo 25 dicembre. Il capo del governo italiano ha voluto scommettere molto sul dossier libico. Questo per due ragioni, una pratica e una più squisitamente politica. Nel primo caso, l’ex governatore deve affrontare con urgenza la questione legata all’immigrazione. L’impennata di sbarchi degli ultimi giorni ha messo in ulteriore allarme le forze dell’ordine e in maggiore fibrillazione un governo che, su questo specifico tema, appare molto diviso. Mario Draghi ha quindi puntato sull’appoggio alle nuove autorità libiche e ha confermato il sostegno alla Guardia Costiera di Tripoli. La ragione politica invece riguarda la necessità dell’Italia di tornare ad essere protagonista in Libia.

Negli ultimi anni il nostro Paese ha perso molte posizioni nel Paese nordafricano. I due governi di Giuseppe Conte hanno puntato sull’equidistanza tra l’allora esecutivo di Fayez Al Sarraj, riconosciuto dall’Italia e dalla comunità internazionale, e le forze del generale Khalifa Haftar. Ma questo spesso si è tradotto in una certa incostanza nel seguire il dossier e in un vero e proprio periodico immobilismo. Con il memorandum siglato nel novembre 2019 tra Ankara e Tripoli, la Turchia ha iniziato ad erodere il primato della posizione italiana divenendo principale partner militare della Libia. Per Roma è quindi vitale recuperare terreno. Ci sono però due incognite molto gravi. In primis, la tenuta del nuovo governo di Dbeibah. Stanno infatti sorgendo numerosi problemi nelle nomine dei vertici unitari dei servizi segreti, così come nell’approvazione del bilancio. Segno di tensioni latenti mai superate. In secondo luogo, le milizie soprattutto nella Libia occidentale hanno ancora il pieno controllo del territorio. Questo vuol dire impossibilità nell’immediato di fermare le partenze di migranti verso l’Italia e poca probabilità di vedere una certa forma di stabilità all’interno del territorio libico.

La Libia oltre la Libia

Il “ritorno” dell’Italia di Mario Draghi in Libia è però importante per motivi non strettamente connessi con il Paese nordafricano. Rimettere, politicamente parlando, piede a Tripoli vuol dire tornare a programmare una politica di medio termine in Africa e nel Mediterraneo, due regioni strategicamente vitali. La scommessa del presidente del consiglio ha quindi uno sfondo che va al di là del problema immigrazione e dello stesso dossier libico. Roma del resto già da tempo non ha più un’agenda mediterranea, circostanza molto grave vista la posizione geografica e la storia del nostro Paese. In tal senso, la Libia rappresenterebbe una “testa di ponte” verso il Sahel. Anche qui gli interessi italiani sono elevati, a dimostrarlo anche la nostra presenza in Niger e nel Mali con due diverse missioni militari internazionali. L’Africa subsahariana è importante in funzione dello stesso contrasto all’immigrazione, così come al terrorismo islamico. Inoltre è proprio quest’area ad essere una vera e propria “porta d’Africa“, in grado di proiettare i Paesi qui presenti verso le zone più strategiche del continente sotto il profilo economico.

Contribuire alla pacificazione della Libia è importante anche per il peso italiano nell’intero contesto mediterraneo. Qui in ballo ci sono gli interessi dell’Eni, soprattutto nella delicata porzione orientale del mare nostrum. Lì dove cioè potrebbero sorgere importanti contrasti con una Turchia volenterosa di considerarsi potenza emergente della regione. Non è un caso che tra Mario Draghi e Recep Tayyip Erdogan non corra al momento buon sangue. Il primo ha definito “dittatore” il presidente turco, quest’ultimo ha risposto dando del maleducato al nostro presidente del consiglio. Uno scambio di battute verbali che sottintende una sottile e delicata linea di divergenza dei due rispettivi Paesi nel Mediterraneo. Ecco quindi perché la difficile partita libica per l’Italia nasconde ben altri obiettivi, tanto difficili quanto ambiziosi da raggiungere.

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