Le prime settimane del nuovo anno ci hanno già fatto capire che i prossimi mesi potrebbero essere caldissimi. In tutto il mondo, certo, ma ancor più in Asia. Precisamente a cavallo tra l’Oceano Indiano e il Pacifico, dove si annidano rivalità mai sopite, rivendicazioni territoriali (e marittime) incrociate, nuove alleanze e persino guerre congelate. Ci sono dunque molteplici ragioni per definire il 2024 asiatico “un anno di fuoco”. Ecco le principali.

Elezioni, alleanze, nuovi leader

Le elezioni di Taiwan hanno partorito un nuovo presidente: William Lai, fautore della sovranità e dell’indipendenza di Taipei. Il Troublemaker descritto dai media cinesi che lavorerà per rafforzare i legami dell’isola con gli Stati Uniti e i loro partner democratici. In Bangladesh il primo ministro Sheikh Hasina ha ottenuto il quarto mandato consecutivo (mantenendo il titolo di capo di governo donna più longeva al mondo), in una stagione che dovrebbe continuare a sorridere alla Cina.

Ma c’è attesa anche per scoprire come finiranno altre tornate elettorali, come quelle di Indonesia, Sri Lanka e India. In Pakistan, invece, hanno vinto i candidati sostenuti dall’ex primo ministro Imran Khan, attualmente in carcere, e che fanno parte del suo partito, il Movimento per la Giustizia (PTI). La Lega musulmana del Pakistan (PML-N), il partito di un altro ex primo ministro, Nawaz Sharif, ha ottenuto 73 seggi; quest’ultimo ha rivendicato la vittoria visto che tecnicamente il suo è stato il partito più votato. Nessuno ha tuttavia ottenuto abbastanza voti per avere la maggioranza in parlamento e c’è curiosità per capire cosa accadrà in un Paese così carico di tensioni da qui alle prossime settimane.

Il Giappone e Singapore, come spiegato da The Diplomat, potrebbero aggiungersi a questa lista, se i loro partiti al potere dovessero decidere di tentare l’azzardo e indire elezioni anticipate. In ogni caso, i voti già espressi e quelli in arrivo riformuleranno la classe politica in tutta l’Asia. Con conseguenze forse significative per il mondo intero.

Nel frattempo, Stati Uniti e Cina continuano a rafforzare i loro rapporti con vari governi locali, nel tentativo di consolidare due sfere d’influenza contrapposte. Washington ha puntato su Corea del Sud e Giappone, e potrebbe presto rilanciare ulteriormente i legami con le Filippine. Sul fronte opposto la Cina attiverà le sue leve economiche per attirare a sé quanti più membri dell’Asean possibile.

Rivendicazioni territoriali e guerre congelate

Il capitolo bellico è altrettanto corposo. Nella penisola coreana – dove le due Coree sono ancora tecnicamente in guerra tra loro – volano missili e minacce, con Kim Jong Un che continua ad effettuare test e l’asse Seoul-Washington a rispondere con esercitazioni militari sempre più decise. La Corea del Nord sta comunque lavorando su testate nucleari più piccole da adattare su missili che potrebbero colpire il Giappone o la Corea del Sud. Padroneggiare questa tecnologia renderebbe il programma nucleare di Kim significativamente più pericoloso.

Iran e Pakistan, due partner cinesi, si sono attaccati a vicenda e sono il sintomo del pericoloso allargamento del conflitto mediorientale tra Israele e Hamas. L’India, intanto, studia una terza via che sia davvero globale e in grado di trasportarla stabilmente tra le grandi potenze del pianeta dopo anni di promesse non mantenute. Narendra Modi è pronto a ottenere un probabilissimo terzo mandato, durante il quale potrebbe avere a che fare con la Cina lungo il discusso confine conteso.

Discorso a parte merita il guazzabuglio del Mar Cinese Meridionale, dove una manciata di Paesi – molti dei quali anche alleati tra loro contro la Cina – rivendicano le stesse porzioni marittime. L’ultima variabile da non perdere di vista coincide con le elezioni presidenziali statunite in programma a novembre: Donald Trump tornerà alla Casa Bianca? Se così fosse gli equilibri dell’Asia, e del mondo intero, saranno destinati a cambiare ulteriormente.