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Presumibilmente nel 2024 l’Unione Europea tornerà ad avere ventotto membri: a prendere il posto della fuoriuscita Gran Bretagna sarà l’Albania, che con circa il 60 per cento circa di cittadini di credo musulmano diverrà il primo Paese a maggioranza islamica a far parte dell’Ue. Ma proprio per via di ciò, questo lembo di Balcani meridionali è oggetto di attenzione da parte della Turchia, specie da quando, ormai più di dieci anni or sono, Recep Tayyip Erdogan ha impostato la sua politica estera in senso neo-ottomanista, con l’obiettivo di creare una zona d’influenza di Ankara sui territori nei secoli scorsi parte dell’Impero ottomano. «Consideriamo l’Albania e tutti i Balcani come una nostra inseparabile parte» dichiarò lo stesso presidente turco alla folla che nel maggio dello scorso anno a Preza, nei dintorni di Tirana, lo accolse festante in occasione della riapertura della locale moschea, restaurata con denaro turco. Una frase niente affatto di circostanza, perché dopo il Medio Oriente e il Nord Africa, ora Ankara guarda appunto, con molto interesse, all’Europa balcanica di credo musulmano.Per approfondire: “Erdogan si è fatto il golpe”Chi oggi si trovasse a passare per l’alberata Rruga George W. Bush, la via che la Municipalità di Tirana ha voluto dedicare all’ex presidente Usa, non potrebbe far a meno di notare l’enorme cantiere dove sta prendendo forma la più grande moschea dei Balcani: il colossale edificio di culto verrà inaugurato a metà del 2017 alla presenza dello stesso Erdogan, dal momento che la costruzione – come ben esplicitato da un cartello – è finanziata dal governo turco attraverso il Diyanet, il potentissimo Direttorato per gli affari religiosi, oggi la longa manus della Turchia islamista in varie aree d’Europa e del mondo. Sono infatti almeno un centinaio gli interventi finanziati da Ankara a sostegno della costruzione di moschee, scuole e centri di cultura islamici dalle Filippine ad Haiti, dalla Somalia a Gaza. E tutto con capitali rigorosamente privati, donati da anonimi mecenati. E se poi conteggiamo anche le opere infrastrutturali civili patrocinate dall’Agenzia nazionale di Sviluppo turca (Tika), ne possiamo trovare almeno 250 realizzate nella sola Albania.A maggio scorso, la polizia ha arrestato un imam locale che predicava la nascita di una sorta di Stato islamico albanese, sulla falsariga di quello esistente tra Siria e Iraq. Sgombriamo il campo da qualsiasi equivoco: nonostante i circa 150 foreign fighters che hanno lasciato l’Albania per unirsi alle milizie di al-Baghdadi, qui la maggior parte della popolazione islamica è scarsamente attratta da modelli di Stato confessionale tipici degli emirati del Golfo Persico, pure presenti sul territorio con associazioni e fondazioni che si propongono di creare un (improbabile) ponte culturale tra il mondo arabo ed il “Paese delle Aquile”.È invece la Turchia ad essere vista come modello religioso, ma è anche evidente che gli stessi albanesi sono interessati a vivere in un modello di società laica, la stessa che sulle rive del Bosforo si trova ora in discussione. Le campane della cattedrale ortodossa del Cristo Redentore e le invocazioni alla preghiera del muezzin della vicina moschea di Ethem Bej risuonano sulla centralissima piazza di Tirana dedicata all’eroe nazionale Skanderbeg, il condottiero cristiano che nel XVI secolo si oppose all’avanzata turca in terra illirica: tutto sembra sottolineare come l’Albania, dopo gli anni dell’ateismo di Stato imposto da Enver Hoxha, sia tornata luogo di tolleranza della fede, dove la maggioranza musulmana convive pacificamente con cattolici, ortodossi ed ebrei, e non pare interessata a mutare atteggiamento.Forse ciò è frutto anche dell’influenza culturale esercitata dall’ormai pluricitato imam Fethullah Gülen e dai sei (su sette) seminari islamici albanesi legati alla sua fondazione omonima, che propone un Islam moderato votato al dialogo interreligioso ed insito in un sistema democratico. Erdogan è ben conscio dell’influenza di Gülen sui musulmani autoctoni, e c’è da attendersi che una volta terminate le epurazioni post-golpe in Turchia, il “Sultano” tenti di avviare una serie di purghe contro i gülenisti anche all’estero: in Albania ci aveva già provato senza successo nel 2015, quando aveva chiesto alle autorità locali la messa al bando delle scuole che si ispirano alle idee del suo acerrimo rivale. Adesso è molto probabile che il presidente turco, rafforzato dalla folle notte del 16 luglio, ci riprovi.Per approfondire: Tensioni tra Erdogan e esercitoGülen in questo momento è il bersaglio di un attacco che in realtà è rivolto verso l’Occidente, Usa ed Europa in particolare. Erdogan ha il dente avvelenato contro Washington e Bruxelles, le cui tiepide reazioni post-golpe sarebbero – secondo lui – la prova lampante della connivenza con il nemico numero uno. Paranoie o sospetti fondati che siano, per i prossimi mesi ci sarà da attendersi da parte del Sultano un ulteriore rafforzamento del progetto neo-ottomanista e, conseguentemente, del ruolo turco nell’Europa balcanica ex ottomana, che per l’Ue e la Nato detiene un enorme valore strategico in termini economici e militari. Come a voler sottintendere che chiunque volesse approcciarsi a queste latitudini, dovrà avere lui, e soltanto lui, come interlocutore.

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