Dopo la chiusura obbligata dei cinema causa coronavirus, l’attesa per i film in uscita in autunno è ancora più alta degli anni passati. Tra i lungometraggi più attesi c’è anche il remake del famoso film Disney Mulan, rilasciato alcuni giorni fa dalla Disney+ e da tempo al centro di un aspro dibattito e di una campagna di boicottaggio. Ma che legame c’è tra un prodotto cinematografico per il grande pubblico e il Partito comunista cinese?

Lo Xinjiang e le proteste di Hong Kong

Dopo la messa in onda del film Mulan, uno spettatore ha notato che tra i credit finali era citata anche un’associazione governativa che si occupa dalla gestione dei cosiddetti campi di rieducazione dello Xinjiang. Negli ultimi anni Pechino ha sistematicamente perseguitato la minoranza musulmana presente nella regione, arrivando a compiere arresti ritenuti arbitrari dalle Organizzazioni internazionali e persino a sterilizzare forzatamente la popolazione femminile per limitare il numero di nascite.

Secondo il Governo cinese, la minoranza musulmana rappresenta un pericolo per la stabilità del Paese e i campi in cui gli uighuri vengono internati sono presentati come luoghi di rieducazione: l’obiettivo – sempre secondo la versione ufficiale – è reinserire i musulmani nella società cinese e prevenire il rischio radicalizzazione. Una narrazione ben più soft e positiva rispetto alla realtà emersa a più riprese dalle inchieste giornalistiche sul tema: gli uighuri sono considerati dei terroristi a prescindere dalla loro fede o dalle loro idee e le strutture nelle quali vengono internati sono dei veri e propri campi di lavoro e detenzione. I musulmani sono costretti a rinunciare alla loro religione, alle proprie tradizioni e alla loro stessa identità per abbracciare lo stereotipo del cittadino modello cinese deciso da Pechino.

Proprio una di queste organizzazioni governative che si occupano di internare i musulmani è stata ringraziata dalla Disney per il contributo dato alla realizzazione del film Mulan: nello specifico si tratta del Dipartimento pubblico del Comitato della regione autonoma dello Xinjiang del Partito comunista della città di Turpan. Come riportato dalla Bbc, il compito di questo ente è gestire uno di campi di rieducazione della zona per conto di Pechino.

Ma la campagna di boicottaggio non ha solo a che vedere con lo Xinjiang e le mancanze della produzione. Alcuni mesi fa l’attrice protagonista, Liu Yifei, aveva espresso il proprio sostegno alle forze di polizia cinesi che erano intervenute per sedare – con la violenza – le proteste in corso ad Hong Kong. Non a caso, tra i più importanti promotori della campagna di boicottaggio c’è proprio Joshua Wong, leader delle proteste.

L’assimilazione delle minoranze

Il dibattito legato al film Mulan ha riportato l’attenzione sulle politiche messe in campo dal Partito comunista per rendere il più omogenea possibile la popolazione cinese a discapito delle minoranze presenti nel Paese. Il caso più noto è quello della repressione nei confronti dei musulmani dello Xinjiang, ma non è l’unico. Di recente, Pechino ha introdotto una nuova politica di ri-educazione anche in Mongolia, aumentando ulteriormente l’insegnamento della lingua cinese a discapito di quella mongola. L’intento è ovviamente quello di assimilare la popolazione locale promuovendo la cultura centrale anziché quella autoctona. È in quest’ottica che si colloca il piano di “armonizzazione dei programmi scolastici” che ha colpito di recente le comunità tibetane e coreane presenti nel Paese.

Ancora una volta, Pechino ha risposto alle critiche affermando di essere intervenuta per favorire l’integrazione delle minoranze con l’etnia Han, che rappresenta il 91 per cento della popolazione cinese. Nel caso mongolo, la comunità locale ha tentato di ribellarsi alla decisione del Partito comunista, ma nessun passo indietro è per ora stato fatto dalle autorità centrali, che hanno invece oscurato le proteste online e condotto alcuni arresti sistematici per mettere a tacere le voci più critiche.