Alla pubblicazione della sentenza ufficiale sul processo a carico dell’ex presidente della Repubblica Srpska, ovvero la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, Radovan Karadzic, non ci si sorprende di come uno dei casi più controversi della politica internazionale contemporanea riveli un’altra delle sue nefandezze e sbavature più evidenti: delle 2590 pagine che costituiscono il giudizio del Tribunale Penale Speciale per la ex Jugoslavia circa le imputazioni a carico di Karadzic, la cui condanna è stata confermata a 40 anni il 24 marzo 2016 e per il quale lo stesso ha presentato ricorso in appello, ben 1303 di queste sono dedicate alle vicende riguardanti l’allora presidente della Repubblica Federativa di Jugoslavia, Slobodan Milosevic, morto in carcere l’11 marzo del 2006 nel pieno del processo che lo vedeva coinvolto. Tutto ciò passa sotto il silenzio assoluto dell’opinione pubblica e della stessa ICTY, con riferimenti di pubblicità resi soltanto da poche fondazioni vicine ai movimenti del patriottismo serbo.Oggi, a dieci anni di distanza dalla sua scomparsa, peraltro avvolta da un alone di mistero attorno al quale non si è mai fatto chiarezza, i giudici dell’ICTY utilizzano circa la metà delle pagine del documento per sostenere la non colpevolezza dell’ex capo di stato serbo circa la pendenza di presunte responsabilità legate al genocidio dei bosniaci avvenuto nella cornice della guerra di Jugoslavia del 1992-95, culminata nel massacro di Srebrenica, una cittadina di un’enclave bosniaca circondata dal territorio della Repubblica Serba di Bosnia, durante il quale l’11 luglio di 21 anni fa persero la vita circa 8mila bosniaci musulmani. Per tali crimini di guerra e genocidio vi sono carichi penali in capo allo stesso Karadzic e all’allora generale delle truppe della Repubblica Serba Ratko Mladic, il cui processo è iniziato nel 2012 dopo 16 anni di latitanza.Il vilipendio della comunità internazionale, all’epoca dei fatti, aveva dipinto Slobodan Milosevic come il “Macellaio dei Balcani”, additandolo come criminale efferato, artefice e mandante del massacro a carico dei bosniaci presenti nell’area di sicurezza gestita dalle truppe della missione UNPROFOR delle Nazioni Unite, a loro volta depositarie di responsabilità di inazione e di mancata reazione agli attacchi dell’esercito jugoslavo.Come si legge anche da quanto riproposto sul sito della Fondazione Slobodan Milosevic, si rende evidenza della condanna da parte dell’ex Presidente Jugoslavo circa le decisioni e la barbarie degli atti adottati dalle autorità serbo-bosniache, rivendicando contrarietà circa la mancata applicazione degli accordi di Vance-Owen. Milosevic ha sempre sostenuto di avere a cuore la questione del patriottismo serbo, sostenendo di comprendere le preoccupazioni di Karadzic, ma che la questione di maggior rilievo fosse quella di porre fine alle ostilità e riportare pace e stabilità nell’area, che tuttora non trova sollievo. Sulla scomparsa di Milosevic continua a permanere un’ombra misteriosa, poiché nel bel mezzo del processo, 10 anni fa, egli fu rinvenuto esanime nella sua cella all’Aja, con una constatazione del decesso per infarto miocardico, causato, come alcuni sostengono, dall’utilizzo di Rifocin, un antibiotico a base di Rifampicina che avrebbe contrastato l’effetto dei farmaci betabloccanti che assumeva per tenere sotto controllo la pressione sanguigna.Dietro la morte di Milosevic si celano eventualmente alcune responsabilità dei giudici del tribunale speciale, rei di non aver concesso all’ex presidente di potersi recare in Russia per effettuare l’operazione al cuore di cui necessitava. Già l’8 marzo del 2006, pochi giorni prima della sua dipartita, fu recapitata al Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa una lettera in cui egli esprimeva tutte le sue preoccupazioni circa il suo stato di salute e il suo pericolo di vita, poiché era pienamente cosciente del fatto che gli fosse stata rinvenuta nel sangue questa alta concentrazione di questo farmaco impiegato per la cura della tubercolosi.L’ombra del grande interesse geopolitico occidentale – culminato poi nei bombardamenti NATO del 1999 nell’ambito della questione dell’indipendenza del Kosovo – sulla quale la Federazione Russa aveva sempre espresso le sue perplessità – per i quali gli Stati Uniti aggirarono il veto imposto da Mosca nell’ambito della delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si celano inevitabilmente dietro la prematura quanto sospetta morte di “Slobo”, che era forse a conoscenza della pesante impalcatura politica. Rivelazioni di Wikileaks espongono la vicenda secondo cui la Corte di Giustizia dell’Aja avesse discusso della condizione di salute di Milosevic con i rappresentanti dell’ambasciata americana senza il consenso del diretto interessato, alimentando tutti i sospetti legati ad una oscura e triste pagina delle relazioni internazionali contemporanee.

Articolo di Francesco Manta