Perché l’ultimo summit della Nato preoccupa la Cina

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Per la prima volta in assoluto Giappone, Australia, Corea del Sud e Nuova Zelanda sono stati invitati ad un vertice dell’Alleanza atlantica. L’ultimo summit Nato andato in scena a Madrid è stato diverso dal solito. Non solo per la partecipazione di Paesi solitamente assenti da simili palcoscenici, ma anche e soprattutto per i messaggi diretti inviati a due destinatari ben precisi: Cina e Russia.

Nello Strategic Concept partorito dall’incontro, Mosca è stata etichettata come minaccia strategica della Nato, per la precisione la “più diretta e significativa minaccia per gli Alleati”, mentre Pechino è inserita, in seconda linea, tra le sfide globali di cui tener conto. Nel documento si legge poi che la Repubblica Popolare Cinese “impiega una vasta gamma di strumenti politici, economici e militari per aumentare la sua influenza globale e il suo progetto di potere” pur rimanendo “opaca” in merito alla “sua strategia, alle sue intenzioni e al suo rafforzamento militare”. Non è mancato un ammonimento circa la partnership stretta tra Russia e Cina: “I loro tentativi di minare l’ordine internazionale basato sulle regole vanno contro i nostri valori e interessi”.

L’affondo diretto del Patto atlantico non è affatto piaciuto alla Cina, irata per i termini e le illazioni contenute nello Strategic Concept, ma anche preoccupata di fronte all’eventualità che la Nato possa estendere la sua influenza nell’Indo-Pacifico affidandosi a partner locali.



La risposta della Cina

La Cina lo ripete da mesi: “La Nato è un reisiduo della Guerra Fredda” ma anche “uno strumento per creare egemonia”. Per bocca del rappresentante permanente cinese all’Onu, Zhang Jun, Pechino si è opposta fermamente al coinvolgimento della Nato nella regione dell’Asia-Pacifico e alla creazione di una “versione Asia-Pacifico della Nato”. Mentre i leader dell’Alleanza atlantica erano impegnati a definire i punti dello Strategic Concept e le nuove minacce, Zhang ha sottolineato che è l’organizzazione stessa ad essere la causa madre di tutti i problemi che ha elencato nel suo documento.

L’alto funzionario cinese, ribadendo il solito concetto espresso dalla Repubblica Popolare, ha quindi affermato che la Nato deve abbandonare la sua “mentalità da guerra fredda” basata sul confronto tra blocchi, ed ha espresso preoccupazione per gli aggiustamenti strategici dell’Alleanza. “Esortiamo la Nato a imparare la sua lezione, non provocando scontri sul campo con la scusa della crisi ucraina, né provocando una nuova Guerra Fredda, né cercando nemici immaginari nella regione Asia-Pacifico per creare conflitti e divisioni”, ha tuonato Zhang.

Ancora più sferzante è stata la replica del portavoce del Ministero degli Esteri, Zhao Lijian, secondo cui lo Strategic Concept non è altro che “vino vecchio in una bottiglia nuova”. “Gli Usa, che hanno dato il via alla crisi ucraina e ne sono il principale fattore di propagazione, devono riflettere e smettere di infangare la Cina”, ha aggiunto lo stesso Zhao.

Le preoccupazioni strategiche

Al di là dei proclami, delle dichiarazioni ad effetto e delle repliche, agli occhi della Cina l’ultima riunione Nato è stata l’ennesima dimostrazione della pluri citata “mentalità da Guerra Fredda” insita nell’alleanza militare a trazione statunitense.

È innegabile che Pechino sia preoccupata per quello che considera un tentativo di espandere il controllo politico-militare dell’Occidente in Asia, o meglio ancora, nel suo tradizionale “cortile di casa“. La partecipazione al vertice spagnolo di Giappone e Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, ha fatto accendere diversi campanelli di allarme. Da tempo, infatti, gli Stati Uniti stanno cercando di contenere l’ascesa cinese: non soltanto a livello economico, ma anche geopolitico.

Il presidente cinese Xi Jinping teme che una Nato supportata da Tokyo, Seul, Canberra e Wellington possa rompere l’”armonia” con caratteristiche cinesi sognata da lui ambita e sognata. Da questo punto di vista, i riflettori di Pechino sono puntati sulla partecipazione al summit di Giappone e Corea del Sud, rispettivamente membro del Quad (assieme a Stati Uniti, India e Australia) e base operativa di 30mila militari statunitensi e sistemi antimissili che possono infastidire il Dragone.

Attenzione però, perché se è vero che i partner asiatici della Nato hanno voglia di esser coinvolti nella Nato, allo stesso tempo la Cina è il loro principale partner economico. Restare in equilibrio tra due esigenze sarà sempre più difficile.