Nelle ultime settimane lo Xinjiang è tornato sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale. Stati Uniti e Unione europea hanno ripetutamente sollevato il tema delle presunte violazioni dei diritti umani che sarebbero state commesse dal governo cinese nei confronti degli uiguri. Stiamo parlando della minoranza turcofona e musulmana che abita la regione più occidentale della Cina. Pechino ha ripetutamente spedito al mittente ogni accusa, parlando a più riprese di calunnie lanciate dall’Occidente – o comunque da una buona parte di esso – con l’unico scopo di minare l’armonia nazionale.

Tanti i punti di scontro. A cominciare dal più recente: quello inerente al presunto sfruttamento di mezzo milione di uiguri, i quali sarebbero costretti a lavorare il cotone nei campi di lavoro dello Xinjiang, da dove viene sfornato circa il 20% del suddetto materiale a livello globale. Centri studi, report giornalisti e rapporti oggettivamente non sempre chiarissimi sono tornati, di volta in volta, a occuparsi della questione.

In passato, i media americani avevano invece evidenziato il capillare controllo attuato dai funzionari locali ai danni della minoranza, attivando la risposta cinese. Quei controlli non minavano (e non minano) affatto la quotidianità della popolazione. Erano semplicemente misure portate avanti per prevenire attentati terroristici. Anche perché, nonostante pochi lo sottolineino, lo Xinjiang era fino a pochi decenni fa un’area caldissima a causa dei ripetuti attentati realizzati da gruppi terroristici separatisti, tra cui l’Etim, cioè l’East Turkestan independence Movement.

Ordine e affari

In un rapporto sui diritti umani firmato Dipartimento di Stato Usa, Washington ha per la prima volta accusato ufficialmente la Cina di aver commesso un “genocidio” nei confronti degli uiguri presenti nello Xinjiang. L’accusa, durissima, è stata ripresa da altri governi e da molti media internazionali con l’obiettivo di aumentare la pressione su Pechino. Un termine del genere, “genocidio”, è talmente pesante da aver spinto autorevoli voci a ridimensionare l’affondo degli Stati Uniti. È il caso, ad esempio, dell’Economist, secondo il quale la parola utilizzata non sarebbe il termine più appropriato.

La mossa dell’amministrazione Biden ha scatenato un putiferio. La Cina ha pubblicato dati e tabelle per spiegare come nello Xinjiang non siano in corso genocidi di alcun tipo, e che l’attacco sferrato da Washington non sia altro che una bugia. In effetti, nel periodo compreso tra il 1990 e il 2016, prima che Pechino apportasse le misure criticate da Washington, lo Xinjiang era attraversato da migliaia di attentati che hanno causato la morte di cittadini innocenti e centinaia di poliziotti.

La lista è lunghissima, ma possiamo citare a titolo esemplificativo gli scontri avvenuti a Yining, dal 5 all’8 febbraio 1997, con 7 morti e 198 feriti, ma anche i disordini del luglio 2009 nella capitale Urumqi, che provocarono 197 morti e 1700 feriti. Dal momento che la Cina considera questa regione altamente strategica per alcuni settori economici interni (materie prime, ma anche agricoltura), e che da qui passa la Belt and Road Initiative (Bri) che si snoda in Europa e Africa, le autorità hanno fatto di tutto per neutralizzare lo spettro del terrorismo islamico e seperatista.

L’importanza dello Xinjiang

Dicevamo della Bri. Più che alla difesa dei diritti umani, gli Stati Uniti sono probabilmente interessati a destabilizzare lo Xinjiang in quanto crocevia della Nuova via della Seta proposta da Xi Jinping. Washington potrebbe star attuando un piano molto semplice: indebolire il mastodontico piano economico cinese dalle fondamenta rifacendosi a sanzioni e attacchi chirurgici. A ben vedere, le infrastrutture che si estendono lungo l’Asia centrale, in Medio Oriente e perfino in Europa, hanno la loro origine cinese proprio nello Xinjiang.

Siamo di fronte, in poche parole, a uno degli hub fondamentali per la Bri, il cui successo è strettamente collegato alla stabilità interna della regione. Il governo cinese ha inaugurato un percorso ferroviario per unire Xian all’Europa facendo tappa a Urumqi e Horgos, non distante dal Kazakhstan. Come se non bastasse, lo Xinjiang è tagliato da ben tre corridoi economici: il New Eurasian Land Bridge Economic Corridor, che connette le regioni costiere cinesi orientali ai mercati dell’Europa settentrionale; ilChina-Central West Asia Economic Corridor, che parte da Urumqi, tocca il Medio Oriente e fa tappa nel porto del Pireo,Grecia; e il China-Pakistan Economic Corridor, link tra la cinese Kashgar e il Mar Arabico. Gli Stati Uniti, ovviamente, sanno che il successo internazionale della Cina passa anche dalla Bri. E così assistiamo a una guerra dentro una guerra: la guerra dell’informazione all’interno della (nuova) guerra fredda.

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