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L’Italia del 2021 è ad un bivio esistenziale: adattamento o estinzione. Adattamento alle nuove circostanze, cioè ad un mondo profondamente cambiato rispetto alla guerra fredda, oppure estinzione, ovverosia involuzione da attore storico ad una metternichiana “espressione geografica”.

Morta e sepolta la generazione che riportò a nuova vita la nazione nel secondo dopoguerra e che con grande acume politico trasformò l’Urbe in un ponte per l’Orbe, la classe dirigente post-primorepubblicana ha i doveri storici di non dilapidare il prezioso patrimonio ricevuto in eredità e di trovare una forma mentis adatta al cambio di paradigma e resistente sia all’erosione del tempo sia alla competizione tra grandi potenze.

In un mondo che è testimone del ritorno di antichi imperi sotto mentite spoglie, del perdurare del colonialismo, dell’alba di un ordine multipolare e di una nuova guerra fredda, l’Italia non può e non deve agire e comportarsi da spettatore passivo, ma può e deve diventare un osservatore partecipante con una propria identità, una propria visione e un proprio orizzonte.

I rischi della partecipazione attiva sono elevati, essendo l’arena internazionale un campo minato a forma di scacchiera, ma il gioco vale la candela perché, di nuovo, è questione di adattamento o estinzione. Il dilemma è gravoso ed impegnativo: quale forma mentis per una potenza periferica in declino, avvolta dal manto cloroformizzante della fine della storia e fatalmente incurante di essere accerchiata come la Prussia del diciottesimo e del diciannovesimo secolo? Una risposta, forse, potrebbe esserci: aprire i libri di storia al capitolo dedicato all’epopea della Serenissima, la Repubblica di Venezia, e prendere appunti.

Venezia, fonte di conoscenza

Venezia, maggio 1873. La città ha cessato di essere un’entità a se stante dal 1797, anno del trattato di Campoformio, ma il legato di millecento anni di storia gloriosa è ancora tangibile, specialmente nei campi artistico e diplomatico, e qualcuno è arrivato da Tokyo per vederlo con i propri occhi. Sono i diplomatici della celebre missione Iwakura, dei giovani affamati di conoscenza che sono partiti alla volta delle capitali del mondo per apprendere i più arcani segreti delle grandi potenze ai fini della loro importazione e traslazione in patria.

Le annotazioni dei diplomatici avrebbero svolto un ruolo determinante nella successiva trasformazione del Giappone da attore arretrato e irrilevante a protagonista delle relazioni internazionali e furono prese a cavallo tra gli Stati Uniti e l’Europa, Venezia inclusa. Dei britannici avrebbero studiato le fabbriche e le ferrovie, dei tedeschi il modello industriale, dei francesi la burocrazia e dei veneziani l’arte della diplomazia, aprendo proprio nella fu Serenissima la prima ambasciata giapponese nel Vecchio Continente.

Poco meno di due secoli prima, nel 1698, un altro forestiero aveva messo piede a Venezia con lo stesso obiettivo: imparare. Quello straniero si chiamava Pietro il Grande ed era giunto in città per ammirarne gli antichi arsenali e chiedere al doge degli esperti in cantieristica navale. Oggi, 2021, è l’Italia che deve riscoprire il lascito della Serenissima, una fonte di conoscenza più che mai utile e attuale.

Spezie, spie e polvere da sparo

Venezia è stata la prima e originale Sublime Porta d’Europa, ovverosia il punto di transito obbligatorio per le merci in entrata e in uscita dal Vecchio Continente. Avrebbe preservato e coltivato quel titolo onorifico dai decenni precedenti all’anno Mille sino alla scoperta delle Americhe, perdendolo a causa del ribaricentramento dell’ordine mondiale dal Mediterraneo all’Atlantico.

Nei secoli della fioritura, però, Venezia avrebbe prodotto un arsenale di prim’ordine, un sistema di gestione del potere all’avanguardia e un apparato di spionaggio pionieristico e avrebbe avuto come progenie diplomatici di valore, esploratori intraprendenti, inventori e commercianti carismatici. In sintesi, Venezia fu, finché il fato lo permise, il centro del mondo.

Una prima lezione che l’Italia può apprendere da Venezia riguarda la multivettorialità e la poliedricità. La Serenissima ha costruito la propria fortuna inviando in ogni dove i propri mercanti versatili – in grado di reinventarsi diplomatici, condottieri e strateghi militari a seconda della contingenza – e stabilendo delle rotte commerciali (mude) protette manu militari da flotte di galee.

I mercanti, e questo è fondamentale, non erano dei semplici produttori di ricchezza al servizio del proprio portafoglio, ma (molto spesso) dei patrizi educati alle più svariate arti che venivano chiamati a fare leva sul commercio per forgiare alleanze, svolgere servizi di ambasceria e raccogliere informazioni utili ad affrontare le sfide internazionali, ergo spionaggio. Lungo le mude, estese dalle Fiandre al mar Nero, si trafficavano tante merci quante confidenze e si imbarcavano tanti commercianti quanti agenti segreti, che, spesso e volentieri, erano la stessa persona.

Sobrietà, lungimiranza e scaltrezza

La rete di intelligence veneziana non conosceva confini territoriali né limiti di arruolamento: ogni cittadino poteva essere una spia ed ogni segreto era meritevole di essere carpito per il doge – dagli intrighi di palazzo altrui ai segreti industriali –, il quale ne appaltava la gestione, dalle fasi di indagine a quelle di effettivo impiego, ad una rete impermeabile alle intrusioni dall’esterno e strutturata attorno agli Inquisitori, ai Dieci e ai Sicari.

Alle spie, proprio come ai mercanti, venivano chieste tre sole doti: lealtà, coraggio e lungimiranza. E historia homines docet che, nonostante l’eventuale declino, la fabbrica spionistica e diplomatica veneziana ebbe modo di produrre agenti realmente unici in termini di ladrocinio di segreti, valentia e chiaroveggenza: chi, come Casanova, in grado di seminare zizzania produttiva tra i concorrenti della Serenissima, chi, come Francesco Tedaldi, propositore di un canale a Suez con trecento anni di anticipo sugli inglesi e chi, come Caterino Zeno e Giosafat Barbaro – dei Lawrence d’Arabia ante litteram –, capace di persuadere i popoli turcomanni e turchici di Caucaso meridionale e Asia centrale ad allearsi con Venezia in chiave anti-ottomana.

Per quanto riguarda i mercanti, non venivano istruiti soltanto alle arti del commercio, della strategia e della diplomazia, ma anche al culto della moderazione e al nutrimento dell’ingegno. Gli uomini del doge venivano formati in maniera tale da preferire il rischio calcolato all’azzardo irriflessivo e la sobrietà all’edonismo, crescendo all’interno di un efficiente e meritocratico sistema che, prevedendo meccanismi di retribuzione del successo e di punizione del fallimento, avrebbe forgiato una pluralità di commercianti prestati alla matematica, tanto bravi a concludere affari quanto a calcolare in autonomia i rapporti costi–opportunità delle loro imprese.

Venezia ci parla, ascoltiamola

Venezia cadde in primis perché accerchiata, in secundis perché avvezza alla conduzione di guerre su più fronti simultaneamente e in tertiis perché impossibilitata ad affrontare singolarmente la concorrenza delle emergenti potenze coloniali transoceaniche, prima gli iberici e dopo olandesi e britannici. In breve, il modello veneziano era divenuto insostenibile, oltre che anacronistico, e la forza travolgente della storia lo avrebbe annichilito: Campoformio non fu che il capolinea ineluttabile di un percorso di decadenza iniziato nei tre secoli precedenti.

Il destino della Serenissima potrebbe colpire anche l’Italia una potenza periferica in declino, avvolta dal manto ottundente della fine della storia e fatalmente incurante di essere accerchiata a meno che non si adottino provvedimenti urgenti atti a frenare il moto della decadenza. Come evitare l’involuzione da attore storico a mera espressione geografica? Leggendo accuratamente ogni riga dell’Odissea della Serenissima, dalla prima all’ultima pagina, evidenziando i passaggi relativi all’intelligence economica, all’arte diplomatica, alla protezione degli interessi commerciali e alla formazione degli addetti all’interesse nazionale.

L’Italia deve tornare al passato, tornare a Venezia, perché potrebbe scoprire che lì giacciono delle ricordanze quanto mai fondamentali ai fini dell’adattamento e della sopravvivenza al contesto contemporaneo; un contesto spaventosamente somigliante a quello delle guerre turco-veneziane e della competizione tra la Serenissima e le grandi potenze commerciali e industriali dell’Europa occidentale. Come fronteggiare le sfide dell’attualità lo abbiamo imparato ripercorrendo a grandi linee l’epopea veneziana: intraprendenza in luogo dell’abulia, calcolo anziché azzardo, alta formazione al posto del dilettantismo, politura dello spionaggio, culto della diplomazia, propensione alla multivettorialità e alla versatilità, e contezza dei pericoli dell’accerchiamento e dell’anacronismo.

I grandi protagonisti della Prima repubblica, del resto, non furono che dei factotum di veneziana memoria: personaggi puramente eclettici, dotati di una mentalità sia mercantesca sia strategica, multivettoriali nonostante la costrizione atlantica, consci della realtà circostante e capaci di prodezze diplomatiche né più né meno siderali di quelle compiute dai vari Casanova che prestarono servizio presso la corte del doge dal 697 al 1797.

Riscopriamo Venezia, dunque, cercando di comprendere come arrivò ad essere la stella polare d’Europa e perché cadde: non abbiamo alternativa all’appropriazione della sua forma mentis e, inoltre, come rammentano le missioni di Pietro il Grande e dei diplomatici Meiji, non v’è maestro migliore della Serenissima.