Il fragile accordo sul nucleare che lega Stati Uniti, Europa e Iran sembra sempre più a rischio. Il recente avvicendamento al ruolo di Segretario di Stato tra Tillerson e Pompeo non giova infatti ad una politica distensiva verso Teheran.
Un accordo che sembra destinato ad estinguersi
L’ex capo della CIA non ha mai nascosto le sue accese antipatie per il regime degli ayatollah, oltre che per l’accordo sul nucleare così faticosamente raggiunto. Una pressione politica che va di pari passo con quella mediatica. Un articolo uscito nel febbraio scorso sul New York Times descriveva nel dettaglio la presenza iraniana nel territorio siriano, commentando come questo fosse minaccioso sia per l’alleato israeliano sia per gli interessi americani nella regione.
A fronte di questa unione di intenti della società americana sembra che vi siano poche speranze per la sopravvivenza dell’accordo e per una distensione reciproca. Eppure un nuovo inaspettato attore potrebbe frapporsi da ostacolo alle aggressive velleità della rinnovata squadra presidenziale.
La manodopera della Silicon Valley è a maggioranza immigrata
A rivelare questo piccolo scoop è la CNBC che in un articolo uscito lo scorso 15 marzo parla delle relazioni problematiche tra la Silicon Valley e la presidenza Trump. Nel pezzo si fa infatti riferimento all’insofferenza delle grandi aziende hi tech rispetto ad alcune delle decisioni prese dal tycoon. Una di queste è stato il travel ban, ovvero quell’ordine esecutivo firmato da Trump che poneva restrizioni d’accesso sul territorio americano a stranieri appartenenti a sei Paesi (Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen). Perchè il travel ban non è piaciuto alla Silicon Valley? Semplicemente perché il 71% degli impiegati presso le grandi imprese dell’area di San Francisco non sono nati negli Stati Uniti, ma si tratta di cittadini stranieri.
Il motore dell’economia dell’hi tech americano rischia dunque un contraccolpo a causa del travel ban. Ma non finisce qui. Sembra infatti che, dati alla mano, l’ Iran sia uno dei paesi privilegiati ove i giganti dell’hi tech pescano i futuri talenti. La Repubblica d’ Iran può infatti vantare nel suo territorio atenei d’eccellenza come la Sharif University e la stessa Università di Teheran. Fucine di giovani talenti pronti a diventare manodopera per i giganti americani. Esiste poi che una vera e propria concorrenza su scala globale per accaparrarsi i geni iraniani.
Iraniani nei principali posti chiave delle aziende americane hi tech
Il travel ban è stata infatti l’occasione per la penisola arabica, Dubai in particolare, di fare incetta dei talenti temporaneamente interdetti ad accedere negli States. Un esempio che è stata seguito a ruota dal sindaco di Londra Sadiq Khan. E dalla Silicon Valley arrivano campanelli d’allarme per una situazione che potrebbe peggiorare.
Figlio di un iraniano è infatti il fondatore di Ebay, Pierre Omidyar, così come iraniano è il nuovo CEO di Uber, Dara Khosrowshahi. Iraniano è anche il il direttore esecutivo di Twitter, Omid Kordestani. Una lunga lista di personalità che adesso si sente minacciata dalla nuova piega che ha preso l’attuale amministrazione americana. I giganti della Silicon Valley hanno però un peso politico non indifferente e difficilmente rimmarrano a guardare le nuove mosse dei falchi anti iraniani.
L’attività lobbistica che può mettere in crisi i falchi anti iraniani
È risaputo come le grandi industrie hi tech sappiano muoversi con abilità lobbistica nelle sale del Congresso e della Casa Bianca. Solo nello scorso 2017 Apple, Amazon, Facebook e Google hanno speso 50 milioni di dollari per attività di lobby sul Governo americano, come riportato dal portale Recode. Tra i temi principali toccati da questo lobbiyng vi era proprio la questione dell’immigrazione di persone altamente qualificate. In questo scontro il trattato sul nucleare diventa l’ultimo documento in grado legare Washington a Teheran e di mantenere la tensione su due assi ad un livello accettabile che non sia di intralcio alle richieste di personale delle grandi aziende hi tech. La partita sul nucleare iraniano e sul futuro della stessa Repubblica islamica passa dunque dalla Silicon Valley.
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