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Mentre al G7 in Cornovaglia si chiedeva una nuova indagine dell’Oms sull’origine di Sars-CoV-2, già da qualche giorno stava circolando la notizia che proprio l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha richiesto di effettuare una seconda serie di test sui campioni di uno studio che suggeriva che la malattia circolasse al di fuori della Cina già a ottobre del 2019.

C’è infatti una crescente pressione internazionale per saperne di più sulle origini della pandemia che ha ucciso più di 3 milioni di persone in tutto il mondo ed il ritorno in auge della teoria sulla possibile fuga da un laboratorio cinese, che sta ribaltando totalmente la narrazione ufficiale degli scorsi mesi, sta mettendo alle corde l’organismo delle Nazioni Unite retto da Tedros Adhanom Ghebreyesus, che lo scorso 22 gennaio ebbe a dire, subito dopo la sua visita in Cina, che apprezzava “l’impegno dei massimi dirigenti e la trasparenza che hanno dimostrato” qualche giorno dopo che proprio l’Oms dichiarava, in un tweet, che basandosi sui dati raccolti dalle autorità cinesi non si riscontrava “nessuna evidenza di trasmissione tra uomo e uomo”. A marzo ci ricordiamo tutti come andò a finire.

Dicevamo che l’Oms ha chiesto di riesaminare quei campioni, tra i quali ci sono quelli dello studio italiano che riferiva di come si fossero trovati anticorpi del virus in un piccolo campione di abitanti nel Nord Italia nel periodo di ottobre/dicembre del 2019, ovvero circa due mesi prima che fosse ufficialmente identificato per la prima volta a Wuhan.

Questo studio, al momento della sua uscita – a novembre del 2020 – aveva spinto i media statali cinesi a suggerire che il virus potesse non aver avuto origine in Cina, ma i ricercatori italiani erano stati molto chiari a suo tempo, sottolineando che i risultati avevano sollevato dubbi su quando il virus fosse emerso per la prima volta piuttosto che su dove.

Per la propaganda di Pechino, però, tanto era bastato per gettarsi a capofitto nel tentativo di allontanare dai propri confini l’origine della pandemia, tentativo che era già stato fatto a marzo dell’anno scorso indicando gli Stati Uniti, e in particolare la delegazione sportiva che si era recata proprio a Wuhan per i giochi mondiali militari di ottobre, come origine ultima.

Ora che l’Oms ha chiesto di condividere nuovamente il materiale biologico alla base di quello studio e di ripetere i test in un laboratorio indipendente, come detto dal dottor Giovanni Apollone, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale dei Tumori (Int) di Milano a Reuters, dalle parti del Politburo, un po’ sibillinamente, si ricomincia a far circolare l’idea di poter addossare ad altri l’origine della pandemia.

Sul media statale cinese Global Times si legge, infatti, che “gli osservatori cinesi hanno affermato che questo indica che gli esperti internazionali hanno iniziato a rintracciare le origini di Covid-19 in regioni al di fuori della Cina e il lavoro di tracciamento potrebbe spostarsi per coprire più Paesi che hanno riportato prove precoci, compresi gli Stati Uniti”.

Ad onor del vero, dato che c’è in ballo il nostro Paese che rappresenta un partner importante per Pechino, il media aggiusta il tiro aggiungendo che “tuttavia, gli osservatori hanno sottolineato che questo non significa che il virus abbia avuto origine in Italia o in altri Paesi, poiché rintracciare la fonte è un lavoro complicato e difficile che richiede una grande quantità di indagini e studi globali”. Un colpo al cerchio e uno alla botte, con la chiosa finale che serve anche a fornire un paravento per i risultati ambigui – e sostanzialmente inconcludenti – ottenuti proprio dalle squadre di ricerca dell’Oms che sono state a Wuhan per indagare sull’origine dell’epidemia.

Del resto è difficile arrivare a un risultato certo quando i ricercatori cinesi hanno rifiutato di fornire dati grezzi sui primi casi di Covid-19 al team dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che indagava sulle origini della pandemia lo scorso gennaio. Esattamente lo stesso ostruzionismo che si era avuto a gennaio del 2020, quando veniamo a sapere che gli inviati dell’agenzia avevano faticato a ottenere informazioni dalla Cina durante i primi cruciali giorni della pandemia che contraddicono palesemente le parole di elogio del presidente Tedros Adhanom Ghebreyesus.

A giugno dell’anno scorso l’Associated Press aveva ottenuto delle registrazioni in cui funzionari dell’Oms si lamentavano, nelle riunioni effettuate durante la settimana del 6 gennaio – quando giungevano le prime notizie di persone che svenivano per strada a Wuhan e a Hong Kong –, che Pechino non stava condividendo i dati necessari per valutare il rischio dato dal virus con il resto del mondo.

Solo il 20 gennaio la Cina confermò che il nuovo coronavirus era contagioso e il 30 gennaio l’Oms dichiarò l’emergenza globale. Non proprio il massimo della trasparenza.

Tornando al caso “italiano” riesploso di recente, l’agenzia delle Nazioni Unite ha contattato tutti i ricercatori che hanno pubblicato o fornito informazioni sui campioni raccolti nel 2019 che sono risultati positivi a Sars-CoV-2, ma non ha ancora l’interpretazione finale dei risultati.

Quanto ottenuto dai ricercatori italiani, pubblicato dalla rivista scientifica dell’Int, ha mostrato però, come dicevamo, solamente che in Lombardia a ottobre del 2019, erano presenti alcune persone che avevano sviluppato gli anticorpi del virus, non che vi fosse un’effettiva circolazione e che “nessuno degli studi pubblicati finora ha mai messo in dubbio l’origine geografica”, come detto ancora il dottor Apollone a Reuters. “Il dubbio crescente è che il virus, probabilmente meno potente rispetto ai mesi successivi, circolasse in Cina molto prima dei casi segnalati”, ha aggiunto il ricercatore.

Per il Global Times però, tanto basta per scagionare l’origine cinese del virus. Sulla testata viene infatti detto che un anonimo immunologo “di base a Pechino” ha affermato che “se le prove della presenza di Covid-19 in Italia fossero confermate e i campioni fossero stati trovati prima di dicembre 2019, questo dimostrerebbe che Wuhan potrebbe non essere stato il luogo in cui ha avuto origine il virus e che gli scienziati internazionali dovrebbero quindi esaminare possibilità più ampie”.

Sarebbe anche una possibilità plausibile se ci fosse stata trasparenza da parte della Cina – che come abbiamo visto è venuta a mancare sin dalle prime cruciali giornate – e se non ci fosse il sospetto che sia stato fatto un repulisti generale per eliminare ogni possibile prova dell’origine del virus; sospetto supportato anche dalla decisione di Pechino di non permettere ai ricercatori dell’Oms di accedere ai dati in modo diretto, ma solo dopo l’intermediazione degli scienziati cinesi.