Sui vaccini nuovo cambio di fronte dell’Unione europea, che dalla diversificazione dei fornitori passa a una maggiore focalizzazione e annuncia nuovi considerevoli accordi con Pfizer che, assieme a Moderna, è l’unica casa farmaceutica con cui sono in corso trattative per nuove, massicce forniture per il siero anti-Covid. Entrambi i vaccini sono statunitensi e prodotti con l’innovativa tecnologia a mRna. Ma le incertezze sulla produzione e la fornitura del secondo lasciano presagire che sul medio periodo sarà l’antidoto sviluppato da Pfizer assieme alla tedesca Biontech a prendere il sopravvento nel mercato comunitario.

Anche in vista della possibilità che il vaccino anti-Covid diventi parte di un’immunizzazione di carattere stagionale l’Unione europea sta negoziando con Pfizer-BioNTech un nuovo contratto da 1,8 miliardi di dosi nel biennio 2022-2023, come riportato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, e le società hanno annunciato che anticiperanno anche al secondo trimestre la consegna di 50 milioni di dosi di vaccini, portando il totale delle dosi spedite sinora a 250 milioni e contribuendo con 7 milioni di dosi al rilancio del piano vaccinale italiano del generale Francesco Figliuolo.

Il peso della variabile mediatica

La predominanza del vaccino Pfizer nel futuro degli ordinativi ha ragioni in parte esterne alle dinamiche sanitarie. Giocano sicuramente un ruolo dinamiche “mediatiche”, legate anche al fatto che, prescindendo dal giudizio che si può dare su polemiche in larga parte strumentali e sterili, i casi di panico generati da un comportamento molto spesso scellerato dei media europei sul vaccino AstraZeneca e i dubbi sorti negli Usa sul monodose Johnson&Johnson non hanno investito l’Ue. Ma intervengono anche fattori politici, tecnologici, industriali.

Il fronte politico, che nella partita dei vaccini va tenuto profondamente sotto controllo, è legato alla volontà statunitense di evitare l’uscita dell’Ue dalla sfera d’influenza dell’egemonia di Washington sul fronte vaccinale e di rintuzzare definitivamente la possibilità che una crisi della campagna nell’Ue porti allo sdoganamento del siero russo Sputnik V. Pfizer, come ogni compagnia a stelle e strisce, è proiezione dell’interesse nazionale statunitense: il “Big Pharma” e il suo potere di condizionamento sono tali solo per chi, come l’Unione europea, è privo della soggettività geopolitica per imporre le sue condizioni. L’amministrazione Biden non vuole perdere o veder recedere l’Europa, e dopo essersi assicurata con il “sovranismo” vaccinale dei mesi scorsi ora apre verso gli alleati di oltre Atlantico.

Chi guadagna dalla spinta su Pfizer

L’incremento della produzione interna all’Unione cui la Commissione e i Paesi membri sono interessati impone inoltre delle scelte di matrice industriale e tecnologica. A febbraio la casa ha stretto accordi con 11 aziende con stabilimenti in Europa, soprattutto in Germania e in Svizzera, pronte a produrre le sue dosi, e anche la francese Sanofi si è unita al gruppo. In Italia, per ora si è attrezzata la Thermo Fischer Monza. Il governo di Berlino, che ha finanziato Biontech, vuole inoltre accentrare nel Paese parte della produzione e ha ottenuto recentemente dall’Ema il via libera al rilancio del mega-stabilmento di Marburgo, che è pronto a diventare il suo principale hub produttivo e prevede di essere in grado di produrre 250 milioni di dosi di vaccino Pfizer-Biontech nella prima metà del 2021.

La scelta di governi e gruppi industriali è andata dunque nella direzione di favorire la riconversione industriale privilegiando l’accelerazione tecnologica verso i vaccini a mRna come Pfizer, che rappresentano la nuova frontiera. I dati”, sottolinea La Voce, “raccontano di una importante capacità produttiva installata nei paesi Ue per quanto riguarda vaccini, diversi da quelli anti-Covid, ma del pari necessari al benessere collettivo”, e quindi segnalano spazi di manovra limitati e da valorizzare al massimo per la riconversione industriale. “Emerge, dunque, l’esigenza di riconvertire o ampliare la capacità produttiva esistente per garantire, in breve tempo, una sufficiente disponibilità di vaccini anti-Covid per tutti i paesi dentro e fuori l’Ue” focalizzandosi sulle tecnologie più promettenti e in grado di fornire garanzie e ritorni strategici per l’avvenire. Si profila dunque una preferenza generalizzata per i vaccini a mRna che sembra avverare quanto dichiarato a Formiche da Guido Rasi, già direttore esecutivo dell’Ema.

La costituzione dell’European Health Emergency Preparedness and Response Authority (Hera) e del piano di produzione vaccinale Hera Incubator sotto la direzione del commissario francese Thierry Breton si intersecheranno con queste dinamiche in atto sul fronte transatlantico.

I rischi insiti in questa strategia sono legati, in primo luogo, a un fattore di costi: da 12 euro a fiala Pfizer è salita fino a 19,5 euro, come denunciato dal premier bulgaro Boyko Borisov, ma anche come previsto dai piani industriali dell’azienda che prevedono per i prossimi anni uno scenario “post-emergenziale”. C’è poi una questione legata alla ridotta resilienza della catena del valore fondata su un solo vaccino, che i Paesi europei possono rafforzare solo assicurandosi una crescente esposizione della produzione di Pfizer entro l’Unione. Infine, si può sottolineare il fatto che in assenza di un vaccino europeo a mRna efficace e funzionante la decisione di puntare su Pfizer testimoni la minorità tecnologica, scientifica e geopolitica del Vecchio Continente di fronte al patrono americano. Che in una questione strategica come quella dei vaccini ricorda ai partner di oltre Atlantico che prima ancora che alleati sono clientes.

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