A diciassette anni dalla morte del leader che ha legato intimamente la propria vita alla causa palestinese, le ultime ore di vita di Yasser Arafat tornano a far discutere, spaccano l’opinione pubblica e creano scompiglio. Tuttavia, l’Europa ha scelto di non riesaminare il caso.

Diciassette anni fa, la morte

Arafat si spense l’11 novembre 2004 nell’ospedale militare di Percy nei pressi di Parigi, dove era stato trasportato in aereo dalle rovine del Muqata, il palazzo presidenziale di Ramallah nei territori palestinesi occupati. La causa di morte ufficiale venne registrata come “ictus causato da una malattia del sangue”, ma la mancanza di una diagnosi chiara alimentò da subito sospetti e teorie del complotto: prima fra tutte, un avvelenamento per mano del Mossad. Accuse che Israele ha sempre rispedito al mittente.

Ammalatosi nell’autunno del 2004, ad Arafat era stata inizialmente diagnosticata una malattia gastrica, poi, il quadro generale andò via via deteriorandosi. Alla fine di ottobre dello stesso anno, i suoi collaboratori ottennero il permesso di recarsi all’estero per ricevere cure mediche. Fu portato in aereo a Parigi dove morì tredici giorni dopo. Su richiesta della moglie Suha, non venne eseguita alcuna autopsia dopo la sua morte e, nel frattempo, gli alti dirigenti palestinesi trattennero la sua cartella clinica.

I sospetti della vedova Arafat

Alcuni anni dopo la morte del fondatore dell’Olp – nel 2011 – la vedova di Arafat consegnò alcuni effetti personali del leader palestinese a un giornalista di Al Jazeera che, alle prese con la propria indagine giornalistica, li passò all’Istituto di radiofisica applicata di Losanna (Ira) per effettuare dei test. Un rapporto di 108 pagine dell’istituto svizzero trovò livelli innaturalmente elevati di polonio nelle costole e nel bacino di Arafat e nelle colture di alcune parti dei suoi organi. Le autorità francesi aprirono un’inchiesta e il corpo – sepolto nella Muqata di Ramallah – venne riesumato per i test da esperti forensi francesi, svizzeri e russi. Il loro rapporto ufficiale affermò che l’esposizione al Polonio-210 non poteva essere confermata. A queste considerazioni va aggiunto che, oggi, al di là di molteplici articoli che trattano l’argomento, sul sito web di Al Jazeera la clamorosa inchiesta giornalistica non è più accessibile o è stata rimossa.

Lo studio svizzero concludeva che vi erano prove che potevano supportare l’ipotesi di avvelenamento da Polonio 210, comprovate essenzialmente sulla base di quantità inspiegabili trovate negli effetti personali di Arafat indossati poco prima della sua morte e nei suoi resti. All’epoca della perizia, il caso di Alexander Litvinenko era l’unico documentato esempio correlato di sindrome acuta da esposizione al Polonio: il confronto di questi due casi mostrò somiglianze cliniche – ad eccezione dell’alopecia e della mielosoppressione sperimentate da Alexander Litvinenko e fu molto utile agli scienziati. Nel caso di quest’ultimo, però, venne paventato l’avvelenamento acuto mediante somministrazione di una dose consistente, mentre nel caso del leader palestinese si pensò a un avvelenamento graduale, con dosi più piccole. La perizia si chiudeva affermando che vi era una ragionevole ipotesi di avvelenamento ma che, in mancanza di altre prove ed evidenze, ci si trovava di fronte a un cold case.

La perizia, inoltre, specificava l’assenza di relazioni finanziarie o di altro tipo che avrebbero potuto portare a un eventuale conflitto d’interesse. I costi delle analisi furono coperti in parti uguali dalla signora Suha Arafat e dall’Autorità Palestinese: inoltre, per motivi di sicurezza, l’Autorità decise di ospitare la squadra svizzera durante la sua permanenza a Ramallah. Tutti gli altri costi della perizia vennero poi coperti dall’Ospedale universitario di Losanna. Il rapporto venne consegnato congiuntamente alla vedova Arafat (rappresentato dal suo consulente legale) e ai funzionari palestinesi durante un incontro a Ginevra tenutosi il 5 novembre 2013. Lo studio venne pubblicato nel novembre 2015.

La decisione della Cedu

Nel 2017, Suha e la figlia Zahwa-entrambe cittadine francesi- scelsero di portare il caso di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo dopo che la Corte d’appello francese ebbe confermato il rigetto del caso: le due donne affermavano che era stato loro negato il diritto a un processo equo, in particolare il rifiuto della loro richiesta di una perizia aggiuntiva sulla morte. Tuttavia, in una sentenza emessa lo scorso 1° luglio, la Cedu ha affermato che non vi è stata violazione del diritto a un processo equo e che la denuncia è “manifestamente infondata”. Tre giudici hanno affermato che dopo aver esaminato il caso, “in tutte le fasi del procedimento, i ricorrenti, assistiti dai loro avvocati, hanno potuto esercitare effettivamente i loro diritti”.

La Cedu ha rilevato, in particolare, che la Corte d’Appello francese aveva motivato il rigetto della richiesta di annullamento della perizia aggiuntiva sottolineando che i periti non avevano ecceduto i limiti della loro missione e che il Service de protection radiologique des Armées aveva fornito solo dati grezzi, ottenuti nel 2004, agli esperti legali che li avevano usati.

Quanto al rigetto delle richieste di atti e all’ordinanza di archiviazione, ha deliberato che la sentenza impugnata rileva anzitutto che le informazioni miravano a determinare se Yasser Arafat fosse stato vittima di un omicidio, peraltro premeditato, sia da perizie particolarmente complesse, portando alla riesumazione del suo corpo, nonché dall’audizione di numerosi testimoni, sia in Francia che all’estero, e dagli esami non ufficiali effettuati dall’istituto radiofisico di Losanna , dalle autorità russe e palestinesi; inoltre, la sentenza precisa che le perizie legali hanno concluso che le misurazioni effettuate erano compatibili con un’origine ambientale naturale e non apportavano elementi a favore di un’ incorporazione acuta di tali sostanze suscettibili di condurre a un decorso fatale: tutto questo sarebbe stato confermato dall’assenza di segni derivanti da tale intossicazione, vale a dire perdita di capelli e globuli bianchi.

 

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