L’Ue non sa accogliere i migranti Ecco tutti i dati che lo dimostrano

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“Il primo ministro italiano è fantastico. Sull’immigrazione è molto duro, come me, d’altra parte”. Con queste parole il presidente degli Stati Uniti,  Donald Trump, si è recentemente espresso nel corso di un’intervista di circa 30 minuti rilasciata a  Fox News nei confronti del presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte. “Essere duri sull’immigrazione paga”, ha aggiunto Trump. Come dar torto a The Donald: in tutto l’occidente, infatti, sono avanzate in maniera inesorabile quelle forze politiche cosiddette populiste che dinanzi al fenomeno migratorio si pongono in maniera  fortemente critica: dalla Lega di Salvini in Italia passando per l’Alternative für Deutschland, terzo partito in Germania nell’ultima tornata elettorale, al protagonismo di leader come il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e del presidente ungherese Viktor Orbán.

Anche chi si presentò all’appuntamento elettorale come moderato ed europeista, come il presidente francese Emmanuel Macron, appena insediatosi chiarì con realismo la sua posizione, sostenendo che l’Europa “non può accogliere migranti economici” e chiudendo porti e frontiere. Ma al di là delle somiglianze nelle cause e negli effetti delle migrazioni di massa in America e in Europa, tuttavia, le sue conseguenze politiche, economiche e sociali nel Vecchio e nel Nuovo Mondo differiscono in maniera importante.



La grande potenza assimila

Come suggerisce il libro After Europe dell’analista Ivan Krastev, le conseguenze dell’immigrazione diventeranno meno gestibili nei 28 paesi dell’Unione europea che non nei 50 stati degli Usa. La grande potenze americana è abituata ad assimilare l’immigrazione, non a subirla. Fa parte della sua storia. Gli immigrati hanno popolato gli Stati Uniti per oltre quattrocento anni. Per gli americani, l’afflusso di persone dall’estero, spesso causa di tensioni sociali, è normale. Mentre alcuni Paesi europei hanno occasionalmente accolto in massa gli immigrati – nel ventesimo secolo la Francia ha assorbito nuovi arrivati ​​dall’Europa orientale e dalle sue ex colonie – i restanti membri dell’Unione europea hanno molta meno esperienza nell’accogliere e assimilare un gran numero di stranieri rispetto agli Stati Uniti.

Ciò che differisce tra Usa ed Europa è anche la geografia. “Anche la geografia fa la differenza – spiega Michael Mandelbaum su the American Interest -. In quanto Paese di dimensioni continentali, gli Stati Uniti hanno molto spazio per i nuovi arrivati. Certo, molti si stabiliscono in città relativamente affollate; ma l’America dispone di più spazio di singolo stato europeo”. “Potrebbe sorprendere i bengalesi e i pakistani che vengono a vivere nel sud-est dell’Inghilterra”, scrive George Walden nel suo libro del 2006 Time to Emigrate, “che stanno emigrando in un posto più densamente popolato di quello da cui loro provengono”. Infatti, la densità di popolazione dell’India, che conta 1,324 miliardi di persone, è di 385 abitanti per chilometri quadrati mentre quella del Regno Unito è di 424 abitanti per chilometri quadrati.

Demografia, differenza cruciale tra Usa ed Europa

“Con una popolazione di 325 milioni di persone – afferma Mandelbaum – gli Stati Uniti  possono accogliere anche un gran numero di immigrati senza troppe ripercussioni. Per i Paesi europei molto più piccoli, alcuni dei quali minuscoli rispetto al colosso dell’America del Nord, anche numeri inferiori possono sembrare un maremoto”. Come osserva Dario Fabbri su Limes sono gli stessi Usa che non consentirebbero mai all’Europa di emulare il proprio modello di assimilazione. “Oltre a essere prodromo della compiutezza domestica, per gli americani l’assimilazione è strumento essenziale per valutare la traiettoria degli attori internazionali. Per cui se una nazione di ragguardevole grandezza è in grado di tramutare forzosamente gli stranieri in fieri cittadini è da considerarsi pericolosa antagonista, giacché disponibile ad affrontare battaglie esistenziali. Metro strategico che fatalmente si riverbera sulle sorti d’Europa”.

“Divario sociale e culturale”

Ma il problema dell’immigrazione di massa verso l’Europa è anche e soprattutto culturale. “Un divario sociale e culturale considerevolmente più grande separa la popolazione indigena dell’Europa da molti dei nuovi arrivati, il che aggrava, anzi rappresenta il cuore del problema dell’immigrazione del continente”, afferma l’esperto americano Mandelbaum. La maggior parte dei nuovi arrivati ​​, scrive, “proviene dall’Africa settentrionale e subsahariana, dal Medio Oriente e dall’Asia meridionale e sudoccidentale, dove i costumi, i valori e le credenze predominanti differiscono in modo più marcato da quelli dei Paesi dell’Unione europea rispetto a quelli che dall’America centrale giungono negli Usa”. In un’Europa in gran parte cristiana, sottolinea, “molti immigrati sono musulmani e mancano dell’istruzione e del background che faciliterebbe la loro assimilazione nelle società europee”.

I migranti provenienti perlopiù dall’Africa subsahariana che arrivano in Europa partono per una serie di ragioni. Chi a causa della guerra, chi per ragioni economiche. “Queste condizioni – osserva Mandelbaum – rendono i migranti provenienti da questi luoghi disperati e pronti a tutto per partire, indipendentemente dal fatto che i posti di lavoro siano disponibili nei Paesi in cui cercano di entrare e dal fatto che i loro costumi e valori siano in linea con quelli delle persone tra le quali aspirano a vivere”.

Le contraddizioni della sinistra europea

Paradossalmente, le classi cosmopolite e progressiste che sostengono l’ideologia utopista delle “frontiere aperte” sono quelle che maggiormente rischiano di entrare in conflitto con la maggior parte dei migranti i quali, come osserva la professoressa Rafaela Dancygier su Foreign Affairs, “provengono da paesi a maggioranza musulmana e spesso portano con sé le tradizioni socialmente conservatrici delle loro terre d’origine”.

Questo avviene, spiega, “proprio quando i partiti di sinistra si sono proclamati campioni di laicismo, cosmopolitismo e femminismo appellandosi alla loro base della classe media sempre più liberal. Il risultato è uno scontro di valori, che si svolge più spesso nelle città, dove le comunità musulmane hanno replicato i legami del villaggio, le strutture patriarcali e le pratiche religiose dei loro Paesi d’origine accanto a enclave laiche e progressiste della classe media. A Bruxelles, per fare solo un esempio, oltre l’80% dei musulmani pensa che le donne dovrebbero lavorare meno “per il bene della propria famiglia”, mentre solo il 37% dei non musulmani è d’accordo. Uno scontro valoriale, che determina gravi tensioni sociali, che una grande potenza geopolitica non potrebbe consentire all’interno dei propri confini.