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Oggi diventeranno effettive le sanzioni contro l’Iran che gli Stati Uniti hanno deciso di rielevare lo scorso venerdì 2 novembre dopo la sospensione triennale eredità dell’amministrazione Obama che ha avuto inizio ufficialmente con la ratificazione del trattato Jcpoa (Joint Comprehensive Plan of Action)

Il trattato, siglato da Cina, Russia, Iran, Usa, Regno Unito, Francia, Germania e Ue nel 2015 era volto ad assicurare che lo sviluppo nucleare iraniano fosse solo ed esclusivamente effettuato per scopi pacifici.

Le sanzioni Usa, che andranno a colpire il settore energetico, finanziario e commerciale di Teheran, sono il risultato del ritiro di Washington dal trattato avvenuto lo scorso maggio ma non andranno ad interessare allo stesso modo i rapporti che l’Iran intraprende con gli altri Paesi.

Gli Stati Uniti, infatti, hanno derogato temporaneamente otto nazioni dall’embargo che colpirà la teocrazia del Golfo tra cui spiccano alleati come la Turchia, India, Giappone, Corea del Sud e anche l’Italia.

Come funziona la deroga

Come riportato dall’Associated Press, la deroga, che va a interessare soprattutto il comparto petrolifero, sarà valida solo sei mesi per dare ulteriore tempo alle nazioni coinvolte di adeguarsi al regime sanzionatorio.

Durante questo periodo il denaro proveniente dalla vendita degli idrocarburi non dovrà finire direttamente nelle casse di Teheran ma in un conto di deposito a garanzia da cui successivamente l’Iran potrà attingere solo per una gamma ristretta di servizi umanitari.

In questo modo gli Stati Uniti e la comunità internazionale potranno controllare che il flusso di denaro non venga impiegato per attività considerate sospette nel quadro del programma nucleare iraniano.

Perché il ritorno delle sanzioni?

Come ha già avuto modo di sottolineare Lorenzo Vita all’indomani della decisione di Trump di uscire dal Tratatto Jcpoa, la strategia americana corrisponde principalmente ad una visione atta a ricucire lo strappo con Israele riguardo all’accordo sul nucleare iraniano.

Accordo sempre malvisto da Tel Aviv e che portò a un reale raffreddamento dei rapporti tra Obama e Netanyahu. Israele resta il più importante alleato che gli Usa hanno nell’area e pertanto l’amministrazione Trump non può permettersi che Tel Aviv guardi altrove, e più precisamente in direzione di Mosca, per cercare un altro arbitro internazionale che porti avanti le proprie istanze.

Con il ritorno delle sanzioni Washington, oltre alle ampie concessioni più prettamente di ambito militare rilasciate a Tel Aviv, come ad esempio quelle sulle modifiche al programma F-35, torna a porsi come ago della bilancia del Medio Oriente e del Golfo emarginando il ruolo dell’Unione Europea e della Russia. 

Non a caso, infatti, la decisione ha ottenuto l’immediato plauso di Israele tramite le parole del suo ambasciatore negli Usa, che ha commentato così la decisione di Washington: “Grazie signor Presidente per aver restaurato le sanzioni contro il regime iraniano che è votato e lavora per la distruzione dello Stato ebraico”.

La “carta coreana” di Trump

Non è poi così peregrino pensare che il presidente Trump voglia giocarsi la “carta coreana” anche con l’Iran.

Il modus operandi di Washington per la risoluzione della crisi con la Corea del Nord, caratterizzato dalla linea dura dal punto di vista diplomatico, commerciale e militare, ha portato infatti Pyongyang al tavolo delle trattative in modo pressoché definitivo – sebbene recentemente i colloqui di pace potrebbero essere messi in crisi dalla possibile ripresa della raffinazione del minerale di uranio.

L’amministrazione americana, quindi, potrebbe riproporre la stessa modalità anche con il regime degli Ayatollah per cercare di strappare un nuovo accordo sul programma nucleare più vantaggioso per gli Stati Uniti e per Israele.

L’Iran però non è la Corea del Nord: l’impianto statuale di Teheran è molto diverso dall’autocrazia militare e personalistica di Pyongyang e soprattutto l’Iran intrattiene rapporti diplomatici e commerciali molto stretti con alcuni Paesi europei e dell’area del Golfo che risultano strategici per gli interessi americani. Fattore di cui l’amministrazione Trump ha tenuto conto per questa ultima tornata di sanzioni.

Perché è stata esclusa l’Italia dalle sanzioni all’Iran?

Arriviamo quindi al nostro Paese e ai possibili motivi per i quali Washington ci ha concesso una deroga semestrale dall’attuazione del regime sanzionatorio verso l’Iran.

Al di là delle affinità culturali che legano i nostri due Paesi e dei rapporti petroliferi che risalgono sino all’epoca dell’Eni di Enrico Mattei, la motivazione per questa concessione è solo in apparenza di ordine commerciale ma risponde ad un preciso disegno di Washington per cercare di separare il separabile nella, già poco coesa, Unione europea, avendo ben in mente che l’obiettivo è quello della guerra commerciale al gas e al petrolio russo.

Se è ragionevole supporre che il presidente Trump abbia chiesto al premier Conte rassicurazioni sul Muos, il sistema globale di comunicazioni satellitari e con i sottomarini ad altissima frequenza della Difesa americana, sull’acquisto degli F-35, e sul Tap, dall’altro è palese che la decisione si sia imposta nel solco del tentativo americano di separare la coesione dell’Ue in merito alle scelte politiche in campo energetico. 

La guerra commerciale alla Russia, che parimenti cerca di dividere  l’Europa solleticando le ambizioni tedesche sulla possibilità di diventare il primo e unico distributore di gas per il vecchio continente, passa anche per il controllo degli approvvigionamenti di risorse petrolifere.

Del resto il Muos, la cui costruzione è terminata nel 2014, non corre il pericolo che venga posto sotto sequestro per presunte criticità sanitarie. Pericolo che è stato sventato nel 2016 dal Cga siciliano che non ha ravvisato alcun tipo di rischio per la salute pubblica respingendo il ricorso del Comune di Niscemi, dove si trova l’infrastruttura, decisione che sarà con ogni probabilità ribadita il prossimo 14 novembre dallo stesso organo. 

Il programma F-35 non ci vede poi solo come acquirenti, bensì come partner nella produzione con una Faco (Final Assembly and Check Out) attiva e ben avviata a Cameri (No), pertanto l’uscita dell’Italia dal programma è impensabile ed una eventuale e paventata riduzione del numero di velivoli acquisiti inciderebbe poco sull’economia americana ora che il Belgio ha dichiarato che acquisterà 34 esemplari del cacciabombardiere di quinta generazione della Lockheed-Martin.

Lo stesso Tap, gasdotto che collegherà il nostro Paese ai campi di produzione dell’Azerbaigian – in orbita statunitense – è comunque ipotizzabile che possa collegarsi, in un futuro non molto remoto, anche allo stesso Turkish Stream di progettazione russa come ventilato dalla stessa Gazprom in più di una occasione. Del resto se l’ottica fosse stata quella di aiutare i Paesi nell’orbita statunitense, Trump avrebbe dovuto puntare più sulla linea East Med che andrà a collegare il nostro Paese all’offshore di Israele tenendosi ben lontana dalle direttrici gasiere che utilizza abitualmente Mosca.

Un’occasione per l’Italia?

La decisione di Washington, sebbene alquanto destabilizzante nel quadro degli ordini europei, potrebbe comunque essere un’occasione per l’Italia che potrebbe sostituirsi a Francia e Germania come Paese leader nelle eventuali future trattative sul nucleare iraniano anche al netto del momentaneo risparmio economico. 

Le sanzioni infatti inciderebbero ovviamente sul nostro interscambio commerciale con l’Iran che ha un valore complessivo di circa 30 miliardi di euro spalmati nei prossimi anni. Nel solo 2017, anno della ripresa a pieno regime dei rapporti, la nostra bilancia commerciale con Teheran ha pesato per 5 miliardi di euro facendo così dell’Italia il partner europeo privilegiato (superate Francia e Germania con rispettivamente 3,7 e 3,3 miliardi). 

Sanzioni che però, ad oggi, sono solo rinviate di sei mesi per quanto riguarda il nostro Paese – è bene ricordarlo – tempo forse non sufficiente affinché l’Italia riesca a ricondurre al tavolo delle trattative le parti in causa e a ristabilire un regime di libero scambio tra l’Europa e l’Iran, di cui beneficerebbero entrambe le parti.