Brutta perturbazione in arrivo dalla Scandinavia su Bruxelles, cioè la caduta, dopo oltre un secolo, del partito Socialdemocratico svedese. Che vorrebbe dire un colpo da ko alla già precaria stabilità politica dell’Unione, soprattutto perché la prevista disfatta del «partito-Stato» dato al massimo al 25 per cento (solo negli anni Novanta viaggiava su percentuali intorno al 45) potrebbe essere accompagnata dal balzo della destra sovranista, dal 4 per cento del 2010 al 20 per cento nelle prossime elezioni generali del 9 settembre. Bruxelles guarda a Nord con terrore perché, anche se la Svezia ha gli stessi abitanti dell’Ungheria di Viktor Orban, il suo peso politico e simbolico è di ben altro genere. Cosa accadrebbe se si aprisse una falla anche in Scandinavia, addirittura nel Paese più progressista, bastione del multiculturalismo e dei valori universali dell’accoglienza? Infatti il governo, nonostante gli ottimi risultati sul fronte economico, con una disoccupazione praticamente inesistente, paga per non aver rinunciato, nemmeno in tempo di antiglobalismo dilagante, alla tradizionale solidarietà terzomondista del partito che fu di Olof Palme («siamo una superpotenza umanitaria», diceva solo tre anni fa il premier Stefan Lofven), accogliendo, in un Paese di soli 9.5 milioni di abitanti, più profughi di tutti gli altri membri dell’Unione europea, 600mila dal 2014, 163mila richiedenti asilo solo nel 2015.

E la situazione è sfuggita di mano. Vasti territori urbani, a Stoccolma, a Uppsala, a Malmö, soprattutto a Göteborg, sono in mano alla criminalità straniera, non accessibili alla polizia e ai giornalisti, gli stupri sono aumentati del 30 per cento in cinque anni, nelle scuole circolano ogni genere di armi, non si contano i regolamenti di conti tra bande di diversi origini etniche, numerosi gli attentati islamisti, nel 2017 un camion guidato da un affiliato Isis ha fatto cinque morti. L’ultimo caso che ha sconvolto l’opinione pubblica (e potrebbe avere un forte impatto sul voto) è stato l’incendio di decine, centinaia di auto da parte di gang d’incappucciati alla periferia di Trollhattan, città industriale nell’Ovest, già sede degli stabilimenti della Saab e oggi una delle aree più colpite dall’ondata di violenze. La debole reazione del premier – «ma cosa diavolo state facendo?» – ha fatto indignare le tute blu, da sempre zoccolo duro dei socialdemocratici.

A lungo la stampa nazionale e internazionale, quasi con imbarazzo, ha dedicato poco spazio al crescendo di attacchi alle donne nelle strade e alle violenze di matrice straniera e islamica nel Paese ritenuto la mecca dell’integrazione e della pace sociale. E fu accolto come una delle sue molte gaffe il riferimento di Donald Trump, rispetto al pericolo immigrazione, di «fare la fine della Svezia».

Il governo, sull’onda di sondaggi che manifestavano un’impennata del sentimento anti-immigrati, nel 2017 ha ridotto le quote d’ingresso a 23mila, ma non è bastato a contenere il fenomeno di Sverige Demokraterna, Democratici di Svezia, (stesso simbolo della torcia del Fronte Nazionale di Marine Le Pen), partito nato una decina d’anni fa da un nucleo dichiaratamente neo-nazi e oggi sulle stesse posizioni populiste e anti-europeiste di altri movimenti dell’Ue. In molti sondaggi stanno davanti ai liberali, i quali, come i socialdemocratici hanno dichiarato che non scenderanno mai a patti di coalizione con la destra nazionalista, poiché è chiaro che nessuno dei tre contendenti riuscirà a superare la metà dei 349 seggi necessari per un governo monocolore. L’unica via d’uscita anche in caso di una vittoria dei nazionalisti – potrebbe essere un governo di minoranza; ma un’affermazione della destra estrema nei numeri previsti, terrebbe in ostaggio qualsiasi esecutivo, anche una grande coalizione, costringendolo, come accaduto in Olanda con la «quasi vittoria» del partito anti-islamico di Gert Wilders, a una brusca virata su scelte che cambierebbero l’identità politica della Svezia e indebolirebbero ulteriormente quel che rimane del blocco europeista a Bruxelles. Una cosa appare ormai certa, che le elezioni sanciranno la crisi terminale del «modello svedese», icona della sinistra progressista internazionale: welfare dalla culla alla tomba, solidarietà, globalismo economico, neutralità militare, europeismo, pacifismo. Potrebbe subire un duro colpo anche la più ostentata delle battaglie socialdemocratiche dell’ultimo decennio, il femminismo di Stato, con punte estreme come il superamento dei generi nelle scuole e la creazione di una nuova lingua «neutrale». Il governo nelle scorse settimane, con un documento ufficiale presentato dal ministro degli Esteri Margot Wallstrom, ha addirittura annunciato l’avvio di una «nuova diplomazia femminista per esportare il modello politico di genere svedese».

Come accade per le altre forze anti-establishment nel continente, i Democratici di Svezia, sono a favore di un rapporto privilegiato con la Russia, e questo in un Paese (senza guerra da duecent’anni) che di fronte alla militarizzazione russa dell’Artico e alle tensioni sul Baltico si è recentemente espresso per un’adesione alla Nato, stringendo intanto accordi strategici con gli Stati Uniti e partecipando a diverse manovre nella regione. Il giovane leader Jimmie Akesson rifiuta il potere sovranazionale di Bruxelles, invoca l’uscita immediata dall’Unione e una politica protezionista aumentando le tariffe sui prodotti stranieri; soprattutto vuole archiviare la politica dell’accoglienza umanitaria ipotizzando la fine del mitico welfare svedese. «Seicentomila persone», dice Mats Edman, direttore di Dagens Samhälle, «significa 40 nuove municipalità di 15mila abitanti. Pensiamo a quel che serve in termini d’infrastrutture, impiego pubblico, abitazioni, scuole, ospedali, trasporti Per poter sostenere tutto ciò e continuare a godere del benessere standard svedese significa dover andare in pensione oltre i settant’anni. Oppure dobbiamo rivedere i nostri standard».