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Politica

Perché le “flotte ombra” di Russia e Cina sono una minaccia

Ci sono gli eserciti veri e propri, formati da mezzi ben riconoscibili e uomini in divisa, visibili alla luce del sole e perennemente monitorati dai governi rivali. E poi troviamo veri e propri jolly “nascosti” utilizzati da alcuni Paesi per...

Ci sono gli eserciti veri e propri, formati da mezzi ben riconoscibili e uomini in divisa, visibili alla luce del sole e perennemente monitorati dai governi rivali. E poi troviamo veri e propri jolly “nascosti” utilizzati da alcuni Paesi per ottenere vantaggi strategici di vario tipo. È il caso, ad esempio, della rinominata flotta ombra utilizzata dalla Russia per bypassare l’effetto delle sanzioni economiche e dai numerosi pescherecci della Cina. Due storie diverse che, tuttavia, sottolineano come sia possibile conseguire determinati obiettivi camuffando le proprie intenzioni.

Per quanto riguarda Mosca, il Financial Times ha scritto che il Cremlino avrebbe riunito una flotta ombra formata da oltre 100 petroliere nel tentativo di annullare il contraccolpo delle sanzioni occidentali imposte in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina. I broker e gli analisti marittimi sostengono che quest’anno i russi avrebbero accumulato più petroliere del normale.

“Negli ultimi mesi abbiamo visto un buon numero di vendite ad acquirenti anonimi, e poche settimane dopo la vendita molte di queste petroliere sono apparse in Russia per prendere il loro primo carico di greggio”, ha spiegato Craig Kennedy, un esperto di petrolio russo presso l’Università di Harvard.

Rystad, una società di consulenza energetica, ha aggiunto un ulteriore tassello al mosaico, affermando che la Russia avrebbe accumulato altre 103 navi cisterna da aggiungere alla sua flotta, attraverso gli acquisti e la riallocazione delle navi al servizio dell’Iran e del Venezuela.

La “flotta ombra” di Putin

Ricordiamo che l’Ue ha imposto un divieto alle esportazioni russe di petrolio via mare che entrerà in vigore il 5 dicembre. Bruxelles ha inoltre raggiunto un accordo per limitare il greggio russo a 60 dollari al barile. Questo punta a consentire a India e Cina di acquistare il petrolio da Mosca, ma a impedire, allo stesso tempo, al Cremlino di trarne grandi profitti.

Dal canto suo, la Russia ha fatto sapere che non venderà l’oro nero a quei Paesi che applicano il limite del prezzo. È qui che entrano in gioco le navi che la Federazione Russa avrebbe acquistato in gran silenzio nel corso degli ultimi mesi. Queste petroliere, ottenute in modo anonimo, hanno dai 12 ai 15 anni. Dovrebbero essere demolite, eppure i russi le utilizzerebbero per mantenere i suoi livelli di esportazione di petrolio.

Il motivo è semplice: in seguito alla decisione dell’Unione europea, i barili di petrolio esportati dalla Russia dovrebbero scendere dalle 1,5 milioni alle 700mila unità al giorno, se non addirittura a 200mila. A Mosca servirebbero però più di 240 petroliere per silenziare il blocco dell’Occidente sul petrolio.

Cereali e risorse ittiche

Oltre al petrolio è importante accendere i riflettori su altre risorse. Quelle alimentari, per esempio, con l’Ucraina che avrebbe perso almeno 1 miliardo di dollari di grano raccolto nelle aree controllate da Mosca. Nasa Harvest sostiene che l’88% dei raccolti invernali piantati nelle aree occupate è stato raccolto. Gli esperti sollevano tuttavia la questione di cosa sta accadendo a quelle colture.

Le navi russe hanno esportato grano, probabilmente prelevato dalle aree occupate, verso paesi tra cui la Libia e l’Iran. La Russia ha tuttavia negato ogni accusa.

Un discorso simile, ma in un contesto ben diverso, può essere fatto per la Cina. Centinaia di navi hanno trascorso quasi un milione di ore al largo dell’Argentina, tra il gennaio 2018 e l’aprile 2021. Il loro scopo? Attuare una pesca illegale. L’ analisi di Oceana , un’organizzazione senza scopo di lucro per la conservazione degli oceani, ha rilevato che il 69% dell’attività visibile è stata svolta da oltre 400 pescherecci battenti bandiera cinese.

Più preoccupanti sono stati i 6.227 “gap events” rilevati da Oceana in quel periodo, in cui le navi non erano visibili sui localizzatori elettronici per più di 24 ore, probabilmente perché avevano disabilitato i loro sistemi di identificazione automatica.  

Secondo Foreign Policy, il conto annuale della Cina per i sussidi alla pesca, di cui il 94% copre il carburante per le spedizioni, ammonterebbe a 5,9 miliardi di dollari. Si tratta di circa 347.000 dollari per nave all’anno, molto più di qualsiasi altro grande Paese di pesca. Le navi dell’Unione Europea, anch’esse considerate altamente sovvenzionate, riceverebbero solo circa 23.000 dollari all’anno. Un gap, insomma, piuttosto evidente.

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