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“Per la maggior parte dei cittadini questo non sarà un voto sui temi: sarà un referendum su Sánchez». Il 23 luglio ci saranno le elezioni generali anticipate in Spagna per scegliere il nuovo governo che guiderà il Paese. I partiti hanno ancora pochi giorni per convincere gli spagnoli prima della chiusura della campagna. Molti analisti prevedono che, sulla scia dell’Italia, quella di domenica sarà una scelta pro o contro il cambiamento.

I cittadini spagnoli sarebbero dovuti andare alle urne a fine anno, ma il premier socialista Pedro Sánchez ha giocato la sua ultima carta dopo le elezioni regionali e comunali di maggio, rivelatesi disastrose per il Psoe. Per evitare che la destra del Pp e la destra radicale di Vox catalizzassero sempre più voti, il 29 maggio Sánchez ha annunciato le sue dimissioni, puntando tutto su una campagna elettorale precoce in un’estate spagnola dalle temperature mai così ostili.

Secondo i sondaggi, il Pp è in testa anche alle elezioni nazionali. Ufficialmente, il partito guidato da Alberto Núñez Feijóo non ha aperto a un’alleanza nazionale con Vox, già manifestatasi in diverse città, parlando piuttosto di un eventuale patto con i socialisti. Ma Feijóo è stato chiaro: i popolari non parleranno con Sánchez. A meno di una settimana dal voto, l’unica chance che il Psoe sembrerebbe avere per un accordo di coalizione è che l’ex premier faccia un passo indietro anche da leader del partito.

Contro il “sanchismo”

La vocazione al gioco d’azzardo politico di Sánchez ha portato i suoi detrattori a coniare il termine “sanchismo” per indicare il personalismo che ha caratterizzato il suo percorso da capo dei socialisti e di governo. Sánchez arriva al potere nel 2018, dopo aver presentato una mozione di sfiducia verso l’allora premier popolare Mariano Rajoy. Si tratta di una mossa azzardata, che però risulta vincente: quella di Sánchez diventa la prima mozione di sfiducia contro un premier mai approvata nella storia della democrazia spagnola. Con il sostegno della sinistra radicale di Unidas Podemos, degli indipendentisti catalani e dei nazionalisti baschi, il leader del Psoe prende il posto di Rajoy, riporta i socialisti al governo dopo 11 anni e diventa protagonista della sinistra europea.

La sua personalità – che gli varrà copertine su copertine – lo porta a vincere le elezioni dell’aprile 2019, convocate dopo una crisi interna alla maggioranza. Il Psoe non ottiene però abbastanza seggi per governare da solo, e Sánchez fa un’altra scommessa: rifiuta l’alleanza con Podemos di Pablo Iglesias e rimanda i cittadini al voto. Nella tornata elettorale di novembre, le urne lo danno ancora vincitore, ma ancora senza abbastanza seggi. Sánchez allora si ferma: nel giro di due giorni firma l’accordo con Podemos, aprendo la strada al primo governo di coalizione della storia democratica spagnola.

“La deriva di Sánchez inizia con la campagna No Pasarìan verso le forze indipendentiste e culmina nelle politiche di gestione della pandemia di Covid-19“, spiega Victoria Rodriguez-Blanco, giurista e analista política dell’ Universidad Miguel Hernández di Elche. “Durante lo stato di emergenza, diverse misure sono state dichiarate incostituzionali, ma nessuno si è dimesso”. Il premier spagnolo è stato criticato anche per “non aver rispettato l’indipendenza delle istituzioni”, spiega ancora Rodriguez-Blanco. “Per esempio, sceglie un suo ex ministro come magistrato del Tribunale Costituzionale e nomina come Fiscal General del Estado una sua ex ministra”. Per Rodriguez-Blanco, ora “circa il 60% dei cittadini vuole un cambio di governo“.

Il Psoe e il centrodestra: García-Page, il socialista che piace al PP

Il futuro dei socialisti, secondo l’analista, dipenderà dal risultato del Psoe alle elezioni: «Se vanno male e Sánchez si dimette, allora è possibile che a quel punto possa esserci un’alleanza tra popolari e socialisti, o che il Psoe si astenga affinché il Pp possa governare – come già successo nel 2016.

Con Sánchez alla guida del partito, un patto tra Pp e Psoe è impossibile». E un nome per un eventuale successore più vicino al centrodestra, secondo Rodriguez-Blanco, potrebbe esserci già: Emiliano García-Page, presidente del Consiglio della comunità autonoma di Castiglia-La Mancia. È stato lo stesso Feijóo a lanciare l’endorsement: “Page e Sánchez sono membri dello stesso partito, ma non intendono la politica allo stesso modo”.

Il presidente della regione di Castilla La Mancha, Emiliano García-Page, esprime il suo voto durante le elezioni locali e regionali in un seggio elettorale di Toledo, Spagna, 28 maggio 2023. Foto: EPA/Ismael Herrero.

Il Psoe e Sumar: Yolanda Díaz, protagonista a sinistra

Ma in Spagna c’è vita a sinistra. Yolanda Díaz, ministra del Lavoro e vicepresidente del governo spagnolo Sánchez, è riuscita a costruire una grande alleanza dei partiti di sinistra e presentarsi alle elezioni come leader del cartello, chiamato Sumar. Diaz può contare sull’appoggio anche di Podemos, che ha sacrificato il nome di Irene Montero, ministra delle Pari opportunità, sull’altare dell’unità. “Sumar ha una leader che al momento è molto forte”, spiega Rodriguez-Blanco. Diaz arriva da Izquierda Unida, era nel gruppo parlamentare con Pablo Iglesias. Nel suo periodo da ministra del Lavoro, ha ottenuto importanti risultati, soprattutto nel periodo della pandemia. “Con lei la sinistra può ottenere risultati molto buoni. In passato c’è stato un travaso di voti da Podemos al Psoe: ora potrebbe accadere lo stesso dal partito socialista verso questa nuova formazione”.

Come spiega Rodriguez-Blanco, il Psoe di Sánchez e Sumar hanno molti temi su cui lavorare insieme. Lo stesso premier ha definito «una notizia più che positiva» l’accordo fatto tra Podemos e Sumar. Díaz ha proposto di dare 20 mila euro ai giovani da investire per l’inserimento lavorativo, imprenditorialità o formazione, ed entrambi i partiti sono d’accordo sul salario minimo e sulle politiche di contrasto alla crisi climatica. Se dovessero vincere, Psoe e Sumar non avrebbero problemi a stare assieme al governo. Ma con un altro candidato i socialisti sarebbero più al centro”.

Il ministro spagnolo del Lavoro e dell’Economia sociale Yolanda Diaz pronuncia un discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Foto: EPA/JUSTIN LANE.

Un elettorato indeciso

Quale faccia prenderà il Psoe dipenderà tutta dal risultato del 23 luglio. Ma davanti al bivio Sánchez/Non-Sánchez, l’elettorato di sinistra sembra ancora indeciso. Secondo i dati raccolti da Toni Rodon, fondatore della piattaforma DecidirBcn, l’incognita principale delle elezioni riguarda la mobilitazione dell’elettorato di sinistra. DecidirBcn permette agli elettori indecisi di trovare il partito più vicino alle loro idee attraverso un test, ed è diventato il primo portale spagnolo del suo tipo per accesi nella storia della Spagna.

“Vediamo molta indecisione tra gli elettori di sinistra, che non sanno se voteranno Psoe o Sumar”, dice Rodon. Nonostante i punti d’incontro, esistono differenze tra Psoe e sinistra radicale che l’elettorato contemporaneo ha difficoltà a ignorare. Due su tutte: la regolamentazione dei prezzi degli affitti e la Lei Trans sui diritti delle persone transgender sotto i 18 anni.

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