Nella giornata del 13 aprile ha avuto luogo una conferenza internazionale a Baku, durante la quale si è discusso del ruolo che l’Azerbaigian intende giocare nel mondo e del processo di ricostruzione postbellico. L’evento, organizzato presso l’Ada University, è stato presenziato dal capo di Stato azerbaigiano, Ilham Aliyev, e ha visto la partecipazione di ospiti provenienti da più di quindici nazioni, Italia inclusa. Abbiamo raggiunto uno dei tre italiani che sono stati invitati al congresso, il politologo e scrittore Salvatore Santangelo, autore di “Geopandemia” e “GeRussia“, con il duplice obiettivo di avere una migliore comprensione del partenariato strategico che lega Italia e Azerbaigian e di capire in che modo potremmo preservarne la floridezza nel futuro, alla luce della competizione tra grandi potenze e dell’italica tendenza a trascurare l’estero vicino.

Dottor Santangelo, lei – assieme a Daniel Pommier (Università La Sapienza) e Carlo Frappi (Università Ca’ Foscari) – è stato uno dei tre italiani invitati alla conferenza internazionale Nuova visione per il Caucaso meridionale: sviluppo e cooperazione postbellica organizzata presso l’Ada University di Baku. Sappiamo che, tra gli argomenti trattati nel corso dell’evento, è stato dedicato dello spazio al futuro delle relazioni tra Italia e Azerbaigian. Cos’ha detto il presidente a proposito del rapporto italo-azerbaigiano?

Il tema delle relazioni bilaterali tra i nostri due Paesi è talmente centrale che il presidente Ilham Aliyev nei suoi interventi social a commento del meeting di Baku ne ha riservato uno specifico per l’Italia in cui ha lodato il ruolo della nostra diplomazia durante il conflitto, auspicando anche un coinvolgimento delle nostre imprese nella ricostruzione dei territori del Karabakh devastati dai combattimenti e nel più ampio ambito della transizione energetica.

Perché l’Azerbaigian è un partner fondamentale dell’Italia? E come abbiamo scoperto questo Paese?

Dal 2013, l’Azerbaigian è, insieme all’Iraq, il nostro maggior fornitore di petrolio greggio. Se ci focalizziamo solo sull’ultimo triennio le importazioni italiane sono praticamente raddoppiate, passando dai 2,9 miliardi di euro del 2016 ai circa 5 miliardi alla fine del 2019, anno in cui il 92% del commercio totale dell’Italia con i Paesi del Caucaso meridionale è stato baricentrato sull’Azerbaigian. Nel 2020 l’interscambio si è avvicinato ai sei miliardi di euro, pari al 18% del commercio estero azerbaigiano. Gli scambi italo-azeri sono inoltre favoriti dall’entrata in funzione del Trans-Adriatic Pipeline (TAP), forse il vero momento in cui anche una parte più ampia dell’opinione pubblica ha colto la valenza strategica di questo rapporto.

Per quanto riguarda la sfera politica, è indubbio che l’Italia sia il principale interlocutore europeo dell’Azerbaigian. Comunque il valore e il peso di Baku devono essere valutati oltre il tema delle relazioni italo-azere: l’Azerbaigian è un Paese che si pone al crocevia tra due civiltà – quella Turanica e quella Persiana – che hanno entrambe contribuito a plasmarne l’identità. Siamo di fronte a una società islamica (a maggioranza sciita) ma profondamente laica che può rappresentare un modello alternativo all’integralismo religioso, inoltre, qualora dovesse cambiare l’atteggiamento occidentale verso Teheran, Baku potrebbe diventare un ponte verso l’Iran. A queste considerazione ne aggiungerei altre due: ci troviamo a confrontarci con un Paese strategico per la diversificazione delle forniture di gas dell’Europa occidentale; la stabilizzazione del Mar Nero (uno degli epicentri delle attuali tensioni geopolitiche) passa anche per Baku visti i suoi rapporti molto forti – non solo con Ankara – ma anche con Kiev e Tblisi.

L’Italia era un partner fondamentale, anzi era il partner, di nazioni altrettanto nodali, come Libia e Albania, e poi abbiamo visto che cos’è successo con lo scorrere del tempo. La nostra primazia è venuta meno a causa di noncuranza e competizione con altre potenze. Rispetto ai due esempi di cui sopra, non siamo entrati in Azerbaigian da solisti, ma abbiamo trovato una realtà competitiva. La nostra presenza, invero, è affiancata da quella di Russia, Turchia, Israele, Iran e Cina. Crede che riusciremo a preservare questo sodalizio, alla luce di tale situazione? Lei che cosa propone per non soccombere alla competizione tra grandi potenze?

Secondo me il vero problema risiede nel fatto che in Italia non c’è alcuna seria riflessione pubblica sugli obiettivi minimi da perseguire rispetto a un sistema internazionale che, lungi dal “globalizzarsi”, sta conoscendo una riformulazione su base regionale. Da un lato si è pensato di poter ripristinare la vecchia politica del “peso determinante” all’interno di consessi multilaterali. Non è stato compreso, tuttavia, che il multilateralismo ha costituito la formula alla base del potere morbido americano nell’era Clinton e non una replica del sistema delle conferenze con cui gli Stati europei avevano dato forma al mondo tra l’Ottocento e il primo Novecento, né la realizzazione dei vecchi ideali wilsoniani. Dall’altro si è creduto che assicurando l’impegno, talvolta minimo e condizionato da mille impedimenti, di contingenti italiani in un numero sempre più ampio di missioni internazionali, Roma si sarebbe assicurata un credito da spendere a Washington. Si tratta di un errore di valutazione i cui aspetti drammatici sono emersi nell’ambito della crisi libica del 2011. Il connubio di questi fattori, quindi, complica l’implementazione della politica estera italiana cui non fornisce chiaramente il paradigma orientativo della sua azione: una declinazione coerente e condivisa del suo interesse nazionale. Con una avvertenza di carattere metodologico: l’interesse nazionale è naturalmente la capacità della politica di riuscire a dare risposte che tengano conto del fatto che in campo ci sono molti interessi, del tutto legittimi, ma che devono essere mediati e ricondotti a un unicum. Naturalmente questi interessi, di volta in volta, vinceranno o perderanno. Comunque, questo è un lavoro che solo la politica può e deve fare; quando la politica – per incapacità, mancanza di strumenti, mancanza di coraggio – rinuncia a fare questo mestiere, a quel punto non rimane la mediazione, ma solo il braccio di ferro tra i rappresentanti dei diversi interessi (anche stranieri); il risultato, sempre che qualcuno vinca o perda, è che a vincere non è mai l’interesse generale.

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