Dopo tre settimane di proteste l’Algeria svolta: Abdelaziz Bouteflika non si candiderà per il quinto mandato. Le elezioni presidenziali del 18 aprile sono rimandate.

Nell’annunciare il termine del suo mandato al 26 aprile, Bouteflika ha delineato un percorso per una nuova Costituzione da costruire con le opposizioni. Da capire se ciò basterà a riportare pace nel Paese.

Le proteste

Bouteflika è al potere dal ’99, quando di fatto si chiuse la sanguinosa stagione del Terrore. La guerra era iniziata nel ’91, dopo la vittoria elettorale del Fronte di salvezza islamico, al quale un colpo di Stato dei militari negò il governo. Ciò si scatenò la ferocia del Gruppo islamico armato, braccio armato del Fis, in una guerra che causò 200mila morti.

Venti anni di governo, dunque, per Bouteflika e i militari che lo supportano. La sua ricandidatura era parsa prolungare indebitamente tale sistema di potere. Vecchio e malato, aveva detto che non avrebbe concluso il mandato. Una candidatura “a tempo” che serviva ai militari per ritagliarsi una transizione durante la quale individuare un sostituto. Contro la candidatura sono insorte le piazze, la società civile e leader religiosi. Troppe pressioni. La presa di posizione del Capo di Stato maggiore Ahmed Ghaid Salah, che aveva detto che “l’esercito condivide le aspirazioni e i valori del popolo”, indicavano la svolta avvenuta ieri.

Ingerenze indebite

A complicare il quadro, asserite ingerenze straniere, denunciate dai militari ma anche da una parte delle opposizioni, come da dichiarazioni di Abderrazak Mokri, leader del Msp (legato alla Fratellanza musulmana) e come evidenzia un dettagliato articolo di Al Manar.

Accuse contro Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, già sponsor delle primavere arabe che nel 2011 lambirono il suolo algerino. Ad alimentare lo scontento il calo della produttività industriale e l’aumento della disoccupazione, arrivata all’11,1% nel primo quarto del 2018 e aumentata al 26,4% tra gli under 30.

Ciò spiega la grande partecipazione dei giovani alle proteste, supportate anche da molti studenti. Da capire se le opposizioni accetteranno il nuovo corso algerino. Se le piazze di Algeri si sono riempite di manifestanti in festa, il monito di Al Watan, importante giornale di opposizione, dice altro. Per Al Watan si tratta dell’ennesimo “trucco di Bouteflika”, dato che l’annullamento delle elezioni e l’iter costituente prolunga l’interregno del sistema di potere attuale. Un “sistema che sta crollando […] fortemente destabilizzato dal terremoto popolare che lo ha colpito duramente”. Ormai “l’attore principale” della politica algerina è la “strada”, continua il giornale. Un “contro-potere che in grado di bloccare i progetti politici in via di sviluppo”. Gli “insorti” rigetteranno tutto e cambieranno regime. Toni da primavera araba…

Rischio destabilizzazione

Momento a rischio. Un’eventuale destabilizzazione algerina si sommerebbe a quella della confinante Libia, allargando in maniera ingestibile l’area di instabilità dell’Africa del Nord. Diventerebbe inoltre un hub migratorio alternativo a quello libico, attirando migliaia di persone che dai Paesi del Sahel e dall’Africa sub-sahariana cercheranno di raggiungere l’Europa. Ciò alimenterebbe i traffici di droga, di armi e di miliziani jiahdisti, già presenti nel Paese.

L’Algeria, peraltro, è il primo produttore di gas e il terzo produttore di petrolio dell’Africa ed è il secondo fornitore extraeuropeo di gas in Europa. Inoltre, si stima che abbia riserve tali di shale gas che la renderebbero il terzo produttore mondiale, potenzialità ad oggi inespressa per la scarsità d’acqua (necessaria allo shale gas), la profondità dei giacimenti e la carenza di infrastrutture. Insomma, la destabilizzazione dell’Algeria aprirebbe scenari inquietanti per l’Europa, sia dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico che della sicurezza, dato il rinnovato alimento al Terrore. La richiesta di un cambiamento ha innegabile legittimità. Ma il rischio di ingerenze e di un collasso sistemico è alto. Paese ricco di energia, come già la Libia e ora il Venezuela, attira interessi indebiti, che la precaria salute di Bouteflika, e del sistema che lo ha supportato sembra aver riacceso.