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Il precipitare della situazione in Afghanistan, che ha portato a un’evacuazione che ha assunto i toni di una vera e propria fuga come non si vedeva dalla fine del conflitto nel Sudest Asiatico nel 1975, ha riportato a galla acredini in seno all’Alleanza Atlantica che si pensavano sepolte con il cambio al vertice della Casa Bianca.

Il nodo della discordia è stato l’atteggiamento unilaterale nella gestione della crisi. Come riferito anche da Ian Bremmer, analista a fondatore di Eurasia Group – società di consulenza e analisi di rischio strategico statunitense – quando è venuto il momento di “staccare la spina” il presidente Joe Biden lo ha fatto da solo, “sia in termini di scelta politica che di decisione, comunicazione, attuazione e ripercussioni” ha riferito, aggiungendo che “gli alleati si aspettavano dagli americani un atteggiamento diverso nei confronti degli amici”.

Il multilateralismo Usa è già finito?

Dov’è finita quindi la postura “multilaterale” nell’attività decisionale in seno alla Nato propagandata dalla nuova amministrazione? Biden, già in campagna elettorale, aveva rimarcato questo aspetto per cercare di recuperare i rapporti con gli alleati europei, messi a dura prova dall’atteggiamento della passata amministrazione, che, con una gestione quasi “personale” dell’ex presidente Donald Trump, aveva portato ad attriti sfociati, in almeno un caso, in durissimi contrasti.

Stiamo pensando alle tensioni con la Germania, che hanno raggiunto livelli mai visti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, generate da una complessa diatriba incentrata principalmente nella questione delle spese per la Difesa (il famoso 2% del Pil definito al vertice Nato in Galles del 2014).

Nell’agenda dell’amministrazione Biden c’è (c’era) la risoluta volontà di riallacciare i rapporti transatlantici e renderli più forti di prima, con l’idea di attuare una politica basata sul “multilateralismo” e su principi comuni come il “difendere la libertà. Promuovere le opportunità. Sostenere i diritti universali. Rispettare lo stato di diritto”. Washington vorrebbe quindi “riformare l’abitudine alla cooperazione e ricostruire i muscoli delle alleanze democratiche, atrofizzati da quattro anni di trascuratezza e abuso. Le alleanze sono tra le nostre più grandi risorse. Guidare con la diplomazia significa stare di nuovo spalla a spalla con i nostri partner” senza dimenticare di “coinvolgere avversari e competitori diplomaticamente”.

Se guardiamo a quanto accaduto in Afghanistan questo nuovo atteggiamento è stato decisamente messo da parte: gli Stati Uniti hanno proceduto all’evacuazione del proprio personale senza preventivamente avvisare gli alleati presenti a Kabul, che se ne sono accorti – sostanzialmente – quando gli elicotteri Usa già volavano sulle loro teste. Di più. La stessa gestione dell’evacuazione è stata quanto più possibile unilaterale: erano le truppe statunitensi a gestire la sicurezza della parte dell’aeroporto non occupata dai talebani, a garantire il controllo del traffico aereo (e quindi ad autorizzare o meno decolli e atterraggi), e soprattutto a stabilire chi potesse accedere allo scalo e chi no.

La prevaricazione americana sembra andare oltre: le forze statunitensi, come hanno dimostrato i tragici eventi di quei giorni a Kabul, hanno avuto un canale di “dialogo” preferenziale coi talebani, molto probabilmente in conseguenza degli accordi di Doha, siglati a gennaio del 2020 dall’amministrazione precedente. Accordi che, da parte talebana, sono stati violati peraltro già all’inizio di quest’anno, come riferito dallo stesso John Kirby, capo ufficio stampa del Pentagono. Biden, quindi, in merito a questa delicata situazione si è messo nel solco tracciato da Trump: Washington ha trattato direttamente il ritiro dall’Afghanistan coi talebani informando gli Alleati “a cose fatte” e soprattutto gestendo l’evacuazione in modo unilaterale.

Malumori tra gli Alleati

Per via di questo modus operandi si sono generati “attriti” tra le forze statunitensi e quelle alleate presenti a Kabul: inglesi e francesi hanno pertanto operato in modo autonomo, anche andando a prelevare i propri collaboratori e quindi mettendo in difficoltà il comando Usa. Anche l’Italia, che ha provveduto a evacuare più di 5mila persone in modo del tutto autonomo grazie ai voli dell’Aeronautica Militare e all’intervento del Tuscania, ha avuto occasione di confrontarsi con il “muro” americano, particolarmente duro nei primissimi giorni dell’evacuazione.

L’operazione, che ha permesso di mettere in salvo più di 123mila persone, si è ora conclusa ma restano i malumori e gli interrogativi sull’assetto della Nato. Interrogativi che non sono emersi per la prima volta ora ma che si protraggono da tempo: a novembre 2019 era stato il presidente francese Emmanuel Macron a dire che l’Alleanza era in uno stato di “morte cerebrale” e che fosse “destinata a scomparire”. Queste dichiarazioni, mai udite nemmeno quando, tra Bruxelles e Washington, ci si interrogava sul senso di continuare a mantenere viva l’Alleanza negli anni immediatamente successivi alla fine della Guerra Fredda, sono il risultato di una riflessione sulle operazioni militari degli ultimi due decenni, spesso e volentieri finalizzate esclusivamente agli interessi statunitensi piuttosto che a quelli “europei”.

È stato ancora il presidente francese, a febbraio del 2021, a ribadire questo concetto quando durante il forum del Consiglio Atlantico ha affermato che all’Europa serve “autonomia strategica”. Quello che forse risulta essere più interessante del discorso di Macron, però, è quanto ha detto in risposta a una domanda, ovvero che “il Medio Oriente e l’Africa sono il nostro vicinato, non quello degli Stati Uniti”. Un’assunzione di responsabilità che però non può prescindere dal raggiungimento dell’autonomia decisionale, come si evince dalle parole dell’inquilino dell’Eliseo. Una maggiore autonomia che, forzatamente, passa attraverso l’Unione Europea che nei progetti francesi (ma non solo), dovrebbe essere quell’organismo che opera in “coordinamento politico con la Nato” per garantirne l’interoperabilità quando viene chiamata in azione. Almeno come primo passo.

Verso un esercito europeo?

Nei giorni scorsi il commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, ha ribadito ancora una volta la linea di Macron quando ha detto che “la tragedia in Afghanistan evidenzia anche la dipendenza dell’Europa dalla politica estera e di sicurezza di Washington. Siamo arrivati a una svolta. La difesa comune europea non è più un’opzione. L’unica domanda è quando”.

Un progetto titillato da Parigi da tempo, che ora, con fuori il Regno Unito e stante le contingenze, potrebbe riaffacciarsi con forza trovando, paradossalmente, anche il sostegno da oltre Atlantico che lo vedrebbe come una soluzione efficace per il “burden sharing” nelle operazioni militari internazionali. Un’opzione che però non convince tutti, in primis il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg che sostiene l’impossibilità, per l’Ue, di “difendere l’Europa”. Chissà. In fondo basterebbe rimodulare la spesa e dotarsi, finalmente, di uno strumento di politica estera forte e veramente unito.

Ci interessa però sottolineare che sarà difficile per Washington ricomporre i dissidi interni alla Nato: Italia e Gran Bretagna dissero a Stoltenbergerg nel corso del vertice dello scorso 14 giugno, che sarebbe stato un errore abbandonare l’Afghanistan e che “dobbiamo rimanere. Almeno ancora un altro pò”. La risposta di Biden, la dette il segretario di Stato alla Difesa degli Stati Uniti d’America Lloyd Austin: “Noi andiamo via. Se voi volete restare , fatelo!”. Una dichiarazione tranchant che non è piaciuta sicuramente a Londra, che ha ribadito ulteriormente come l’abbandono dell’Afghanistan sia stato un “atto tragico, pericoloso” ma soprattutto “non necessario”. Quando il “fido scudiero” alza la voce, solitamente il dominus ci ripensa.

Ormai l’Afghanistan è una missione conclusa (e fallita), ma quanto accaduto sicuramente comporterà una ridiscussione delle dinamiche e dei rapporti interni alla Nato.

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