La Turchia, storica rivale dell’Iran guidato dagli ayatollah, non intende cavalcare uno scenario caratterizzato dall’aumento delle proteste nel Paese centroasiatico che potrebbero produrre come esito il crollo della Repubblica Islamica. Lo confermano apertamente le parole di Hakan Fidan, ministro degli Esteri del Paese guidato da Recep Tayyip Erdogan e ex capo dell’intelligence di Ankara (il Mit) oltre che architetto della proiezione geopolitica della repubblica anatolica.
La cautela di Fidan e l’affondo contro Israele
Sabato, in una presa di posizione netta, Fidan ha accusato Israele e il suo servizio segreto estero, il Mossad, di essere dietro le proteste in Iran. “Il Mossad non lo nasconde”, ha detto il capo della diplomazia turca parlando alla Tv nazionale in un’intervista e aggiungendo che gli agenti israeliani “stanno invitando il popolo iraniano a ribellarsi al regime attraverso i loro account Internet e Twitter”. Una posizione chiara, insolitamente vicina a quella degli apparati iraniani e della Guida Suprema Ali Khamenei, che ha denunciato la presenza di agenti manipolatori stranieri nelle piazze iraniane.
Fidan ha detto che non si aspetta la fine del governo di Teheran. “Vedo che la fine che Israele si aspetta non accadrà. Il popolo iraniano sa quanta reazione mostrare”, ha detto. Dichiarazioni che sembrano mostrare una confidente accettazione dell’ipotesi che il governo di Teheran e il sistema di potere centrato sulla Guida Suprema e i Pasdaran non cadranno, e che riflettono anche la tensione della Turchia per lo “scenario caos” che Fidan, navigato conoscitore delle dinamiche mediorientali, vede per l’Iran in caso di collasso della Repubblica Islamica.
Fidan è un esperto di scenari mediorientali e un architetto di strategie ardite: il suo Mit ha condotto gradualmente allo smantellamento del regime siriano di Bashar al-Assad preparando a Idlib l’alchimia ideale con Hay’at Tahrir al-Sham; dalla Somalia al Sudan, da uomo d’intelligence e diplomatico Fidan ha costruito la rete di influenza turca. In Libia si vedono le tracce del suo operato sotto forma di una sostanziale egemonia turca.
Lo scenario di crisi: una possibile guerra civile in Iran
Parliamo di un uomo tutt’altro che avverso al rischio e spregiudicato, tra le figure più importanti del sistema di potere di Erdogan. Dunque, di un pensatore strategico che pondera con attenzione la propria visione del mondo. E nel caso iraniano la sua lettura è resa consapevole dalla certezza che in caso di collasso istituzionale dell’Iran lo sbocco non sarebbe un cambio di regime immediato ma uno scenario di destabilizzazione con esiti imprevedibili.
Se a Khamenei e ai suoi si sostituisse un regime radicale, magari con a capo le Guardie della Rivoluzione, la Turchia perderebbe il modus vivendi costruito negli ultimi anni con Teheran mentre la sfera d’influenza regionale della Mezzaluna Sciita dell’Iran si ridimensionava. Qualora, invece, la marea montante delle proteste trovasse una risposta iraniana tale da far sprofondare il Paese nella guerra civile, la Turchia avrebbe da temere il rischio di una strada senza ritorno.
Nel quadro di una frontiera di 534 km in alcuni punti tripartita con l’Azerbaijan, la Turchia rischia di trovarsi di fronte a una destabilizzazione delle sue principali necessità securitarie ai suoi confini e dovrebbe temere anche un revival delle rivendicazioni curde in un Iran partito dal conflitto su faglie politiche e etniche. L’American Enterprise Institute nota che Ankara potrebbe essere trascinata sul terreno, prevedendo che “l’Azerbaigian incoraggerà il separatismo etnico tra la popolazione azera dell’Iran, mentre curdi sono organizzati, ma la Turchia potrebbe intervenire per impedire qualsiasi emancipazione curda o la creazione di un’entità federale” con proiezione transfrontaliera.
Un Medio Oriente più complesso per Ankara
Inoltre, sul fronte di una sfida strategica con il rivale israeliano, la Turchia si aspetta che l’Iran torni, prima o poi, a una qualche forma di stabilità. Alla Turchia è funzionale un Iran indebolito rispetto allo scorso decennio e capace di lasciare vuoti nella regione che Ankara può colmare, dal puntello dell’Azerbaijan alla Siria, ma che al contempo col suo appannamento contribuisca, indirettamente, a rimescolare le carte.
Con un Iran più forte e assertivo sarebbe stato impossibile per la Turchia aver mano libera nel Levante, riavvicinarsi a un’Arabia Saudita distesasi con Teheran, sfidare direttamente il duo formato da Israele e Emirati Arabi Uniti. Per questa ragione, peraltro, Ankara potrebbe essere una delle capitali maggiormente attenta a consigliare l’amministrazione Usa di Donald Trump, che ascolta molto i pareri di Erdogan, circa i rischi di un intervento militare contro l’Iran. Fidan ne ha viste molte ed è il primo a dissuadere, implicitamente, Washington con le sue parole.
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