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Sono passati tre anni da quella notte di metà luglio quando una fazione dell’aviazione turca cercò di rovesciare il governo dell’allora ed attuale presidente Recep Tayyip Erdogan. Il tentativo di colpo di Stato fallì miseramente nel giro di poche ore, con i cittadini di Istanbul, chiamati in appello dallo stesso Erdogan, che scesero in strada a fermare i carri armati dei ribelli. Le conseguenze del fallito golpe sono state durissime, a partite da più di 200 morti nella notte della sommossa, fino alle repressioni che hanno portato all’arresto di decine di migliaia di persone. Molti di questi sono intellettuali, accademici, funzionari e giornalisti, accusati dal governo turco di essere la quinta colonna di Fethullah Gülen, l’accerrimo nemico del “Sultano”, da anni residente negli Stati Uniti, che viene considerato responsabile del golpe.

Un’altra conseguenza è stata la svolta della Turchia, che da fermo bastione e faro dei valori occidentali nel Medio Oriente si è trasformata in un elemento di destabilizzazione, non solo nella regione, ma anche della Nato, della quale la Turchia è membro sin dagli anni Cinquanta. Il momento della svolta può essere certamente considerato il golpe fallito, dopo il quale Ankara ha richiesto più volte l’estradizione di Gülen. Una richiesta – questa – che però non è mai stata presa in seria considerazione dagli Stati Uniti. Ma alla base del nuovo anti americanismo nascente in Turchia ci sono anche importanti questioni geo-strategiche. Se per esempio, all’alba delle primavere arabe nel lontano 2011, quando cominciò anche la rivolta in Siria che presto sarebbe sfociata in aperta guerra civile, gli obiettivi della Turchia e dell’Occidente sembrano armonizzarsi perfettamente, dopo otto anni di guerra America e Turchia non potrebbero essere su posizioni più differenti.

Mentre all’inizio del conflitto siriano sia Erdogan, allora primo ministro, che Barack Obama, il presidente americano, vedevano nella cacciata di Bashar al Assad l’obiettivo strategico più importante, ora la Turchia si trova di fatto a sostenere il governo siriano. Assad, nonostante tutto, è riuscito a sopravvivere a quella che, almeno fino all’entrata in gioco della Russia, era sembrata un situazione estremamente precaria. I più efficaci alleati degli Stati Uniti in Siria, i ribelli curdi, sono considerati terroristi dal governo di Ankara, sensibilissimo nei confronti della questione di un possibile Stato curdo, sia questo in Siria o in Iraq. La Turchia infatti teme che un entità curda riconosciuta internazionalmente potrebbe destabilizzare ancora di più la regione sudorientale del Paese, dove la concentrazione di curdi è molto elevata. Qui la Turchia ormai da diversi anni si trova a fronteggiare un conflitto di intensità medio-bassa che potrebbe però trasformarsi facilmente in una guerra civile nel caso i ribelli curdi sul territorio turco potessero contare di un supporto di uno Stato indipendente al confine con la Turchia che godesse del sostegno americano. È uno scenario da incubo per la Turchia e sul quale i turchi non sono disposti a negoziare.

L’incubo degli Stati Uniti invece è che la Turchia si trasformi in una quinta colonna russa all’interno dell’alleanza atlantica, come si vede dalla recente contesa intorno al sistema antiaereo S-400, che la Turchia ha già acquistato dalla Russia e dovrebbe vedersi consegnare già nelle prossime settimane. Se nel 2015, quando la Turchia abbatté nei cieli al confine tra Siria e Turchia un caccia russo, provocando una crisi che per qualche giorno sembro poter sfociare un conflitto ben più serio, gli eventi successivi hanno portato Russia e Turchia, insieme all’Iran, ad un ravvicinamento sul tema della guerra in Siria. Il ravvicinamento è continuato dopo il golpe del 2016, del quale si dice sia stato Putin ad informare per tempo Erdogan, e successivamente circolarono voci che sostenevano che il governo americano avrebbe potuto riconoscere il nuovo governo turco, nel caso il colpo di Stato avesse avuto successo. Del resto cambi di potere per mano militare non erano mai stati cosa rara, l’ultimo risale al 1997, e tradizionalmente, per quanto possa sembrare paradossale, l’esercito era considerato il difensore ultimo della democrazia turca. Gli Stati Uniti avevano in più occasioni cercato di dissuadere Ankara dall’acquisto di armamenti presso uno di quelli che negli ultimi anni, è stato uno degli avversari più agguerriti della Nato, anche giungendo a minacciare di escludere la Turchia dalla dotazione dei nuovi caccia F-35.

Tutto invano, però, perché ormai Erdogan e molti nell’establishment turco non considerano gli Stati Uniti come un partner affidabile, e questo non ha nulla a che vedere con la proverbiale volubilità del presidente Donald Trump. Le nuove minacce di sanzioni da parte degli Stati Uniti, come era avvenuto l’anno scorso in seguito alla vicenda del pastore americano Andrew Brunson, imprigionato in Turchia a seguito di accuse di partecipazione in attività terroristiche, non hanno fatto nulla per riconciliare l’atmosfera. Dal punto di vista economico, nuove sanzioni potrebbero fare molto male all’economia turca, ma è difficile che Erdogan si faccia piegare a questo punto dalle richieste americane. La Turchia sembra aver capito che i propri interessi nella regione non corrispondono per forza all’ordine preferibile dagli Stati Uniti, ma è probabile sia consapevole del fatto che la Nato ha più bisogno della Turchia di quanto la Turchia non abbia bisogno della Nato. Quindi Ankara sa di poter mettere alla prova i limiti della tolleranza americana, senza per forza rischiare conseguenze serie in termini di esclusione dell’alleanza.