In queste settimane convulse, la Thailandia non ha tempo per pensare agli equilibri di forza tra Stati Uniti e Cina. Il primo ministro ad interim del Paese, Anutin Charnvirakul, ha ben altri dossier scottanti da risolvere: dai combattimenti di confine in corso con la Cambogia alle prossime, imminenti, elezioni generali previste per il prossimo 8 febbraio.
Dall’esterno, appare tuttavia sempre più evidente come Bangkok, tradizionalmente legata agli Usa da un’alleanza militare – e anti comunista – risalente alla Guerra Fredda, si stia smarcando da Washington per avvicinarsi a Pechino. Gli ultimi indizi riguardano la pressoché inutile mediazione di Donald Trump per convincere il governo thailandese e quello cambogiano a cessare le reciproche ostilità lungo la frontiera, e il convincente inserimento nel dossier della leadership cinese.
Pare, infatti, che le due nazioni belligeranti abbiano espresso una decisa volontà di allentare la tensione nel corso di separate conversazioni telefoniche con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Ma non c’è soltanto questo a ipotizzare un cambiamento strategico negli equilibri politici thailandesi.
Lo scorso novembre, per esempio, Re Maha Vajiralongkorn ha visitato la Cina: è stato il primo monarca thailandese a farlo da quando, mezzo secolo fa, Bangkok e Pechino hanno stabilito relazioni diplomatiche. Il giorno prima del suo viaggio, le autorità thailandesi hanno estradato oltre la Muraglia tale She Zhijiang, un presunto boss criminale cinese a lungo ricercato dal governo cinese.

La Thailandia si smarca dagli Usa?
La realtà è molto semplice: con l’avvento dell’amministrazione Trump, i vecchi equilibri diplomatici tra Stati Uniti e Thailandia sono (quasi) saltati. La goccia che ha fatto traboccare il vaso? La pioggia di dazi che ha colpito l’export thailandese verso gli Usa, un settore che vale poco meno di 60 miliardi di dollari, a fronte dei 35 miliardi di quello cinese, ha costretto Bangkok a negoziare.
L’aliquota originaria del 36% è scesa al 19%, ma tutto questo ha avuto un effetto paralizzante che potrebbe far deragliare la crescita della Thailandia. Non solo: secondo un recente studio della società di ricerca Milieu, condotto dopo l’insediamento dell’amministrazione Trump, tre quarti dei cittadini thailandesi hanno espresso un certo livello di preoccupazione o seria preoccupazione per le tariffe Usa. Hanno anche espresso una visione estremamente pessimistica sull’impatto dei dazi statunitensi sull’economia thailandese.
Secondo, invece, un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, le esportazioni di Bangkok verso gli Stati Uniti subiranno una contrazione del 12,7% nel lungo periodo a causa dei soliti dazi, che potrebbero danneggiare in maniera evidente diversi settori chiave (automobili, elettronica e prodotti alimentari, compresi prodotti agricoli).

Occasione Cina
La Cina ha una notevole influenza sia sulla Cambogia che sulla Thailandia. Pechino mantiene relazioni amichevoli con entrambe, con particolari eccezioni. Phnom Penh è un importante acquirente di armi cinesi, effettua esercitazioni militari con il Dragone e avrebbe concesso all’Esercito Popolare di Liberazione Cinese l’accesso alla sua base navale di Ream. Lo Stockholm International Peace Research Institute, ha in ogni caso evidenziato come, nel 2024, la Cina sia stata la principale fornitrice di armi della Thailandia, rappresentando il 43% delle sue importazioni totali.
L’Economist ha notato una particolare reattività thailandese ad alcune spinose richieste cinesi: al netto dell’estradizione di She Zhijiang, annotiamo la rimozione in una galleria d’arte di Bangkok di opere di autori tibetani, uiguri e di Hong Kong, nonché il rimpatrio, in Cina, di una quarantina di uiguri nonostante le offerte di asilo da parte di Usa e Canada.
Le aziende cinesi, intanto, stanno investendo fior di quattrini nelle infrastrutture thailandesi, nei parchi industriali e nei progetti ferroviari ad alta velocità. Nei primi dieci mesi del 2025, il commercio bilaterale thai-cinese ha toccato i 122 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 116 miliardi dell’intero 2024.
Certo, l’alleanza che lega la Thailandia agli Usa è ancora in essere. Tuttavia, dopo che Washington ha tagliato i finanziamenti militari ai suoi partner, governo thailandese compreso, la Cina è intervenuta nel tentativo di colmare il vuoto. Offrendo vicinanza ma anche sottomarini, veicoli blindati e carri armati. Rigorosamente a prezzi inferiori rispetto a quelli statunitensi. E non vincolati a garanzie su diritti umani e democrazia.

Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

