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La bandiera greca è tornata a sventolare sull’edificio dell’ambasciata di Atene a Damasco, in Siria. Una mossa in controtendenza rispetto all’approccio adottato da dieci anni a questa parte dall’Unione europea nei confronti del dossier siriano, ma che si inserisce nel più generale tentativo della Grecia di avere voce in capitolo sul futuro della Siria. Per Atene, riuscire ad inserirsi nella questione siriana è un passo indispensabile per spostare l’attenzione su alcuni dossier di particolare rilevanza per la politica estera ed interna ellenica in una chiave fondamentalmente anti-turca.

Il dossier siriano

Oltre ad aver riaperto la propria ambasciata a Damasco, la Grecia il 28 giugno ha anche preso parte alla riunione ministeriale informale ristretta sul futuro della Siria, tenutasi a margine dell’incontro della Coalizione globale anti-Isis di Roma. Nel documento conclusivo dell’incontro, gli Stati e le organizzazioni partecipanti si sono limitate a ribadire il proprio impegno nel proseguire con i colloqui di pace in corso a Ginevra sotto l’egida dell’Onu e nel combattere il terrorismo in tutte le sue forme, senza aggiungere nulla di particolarmente rilevante rispetto a quanto già dichiarato in passato. Elemento interessante è invece la partecipazione della Grecia alla riunione ministeriale informale, ulteriore segnale dell’intenzione di Atene di ritagliarsi un maggiore margine di azione in Siria.

La Grecia ha sempre potuto contare su un legame storicamente forte con Damasco ed è riuscita in parte a preservare i rapporti economici con la Siria nonostante la guerra e le sanzioni americane ed europee contro il presidente Bashar al-Assad. Un altro fattore importante nelle relazioni con la Siria è poi la religione. Fin dal 14esimo secolo, a Damasco ha sede il Patriarca greco-ortodosso di Antiochia e nel Paese sono ancora presenti circa 500 mila greco-ortodossi, molti dei quali vedono Assad come il loro unico difensore. Il presidente ha spesso usato la carta di protettore delle minoranze religiose, in particolare quelle cristiane, per tracciare una linea di separazione rispetto ai suoi oppositori e cercare così di ingraziarsi le cancellerie occidentali e parte della popolazione.

Obiettivo Turchia

A guidare la Grecia nel suo ritorno in Siria è in primo luogo la sua rivalità con la Turchia. Nell’ultimo anno i rapporti tra Ankara e Atene sono stati molto tesi a causa della contesa delle acque del Mediterraneo orientale, una questione tutt’oggi irrisolta e che continua a dividere i due Paesi. Avere voce in capitolo sul dossier siriano serve quindi alla Grecia per cercare di limitare l’espansione turca in Medio Oriente e a ridurne il potere ricattatorio nei confronti dell’Unione europea.

Ankara infatti controlla de facto la zona di confine al nord della Siria grazie alle milizie a lei vicine e gestisce i flussi migratori diretti verso l’Europa, ricevendo tra l’altro finanziamenti pari a sei miliardi di euro dalla stessa Unione. La possibilità di aprire e chiudere i confini a proprio piacimento ai migranti permette alla Turchia di tenere sotto scacco l’Europa, riuscendo così a minacciare gli interessi greci e ciprioti nel Mediterraneo o ad umiliare le più alte cariche europee senza particolari ripercussioni a livello economico o diplomatico. Se la Grecia dovesse invece riuscire ad inserirsi nei colloqui per il futuro della Siria potrebbe spostare l’attenzione sulla questione migratoria o su altri dossier – come quello della ricostruzione o delle relazioni diplomatiche – il cui sviluppo è necessario per evitare che l’esodo dalla Siria continui. Andando così a limitare la possibilità della Turchia di usare l’immigrazione a suo favore e portando a casa una vittoria sia in politica estera che interna.

Nel fare ciò, la Grecia dovrà però essere in grado di mantenere la giusta distanza da Assad. Sia l’Unione europea che gli Stati Uniti sono contrari alla normalizzazione dei rapporti con il regime e a pesare sui piani ellenici sono soprattutto le sanzioni previste dal Caesar Act e dirette contro organizzazioni, governi o soggetti che fanno affari con Damasco. Se messa alle strette, la Grecia sceglierebbe di schierarsi con gli Usa, ben più importanti della Siria.