Sulla carta, Ahmed al-Sharaa avrebbe avuto più di una ragione per colpire Hezbollah. In realtà, la rivalità tra le due parti nasce a partire dal 2011 quando, durante la rivolta siriana, Hezbollah intervenne a sostegno di Bashar al Assad e partecipò a battaglie decisive contro le forze ribelli, tra cui lo stesso al-Sharaa. Allora perché non attaccare, ora che Hezbollah risulta indebolito dagli attacchi israeliani? La risposta potrebbe trovarsi tanto nella storia recente del Medio Oriente quanto nelle priorità strategiche della nuova leadership siriana.
Il fantasma del passato
Nonostante al-Sharaa abbia più di un conto in sospeso con Hezbollah, la nuova leadership siriana sembra guardare oltre le rivalità maturate durante la guerra civile. A pesare sulle valutazioni di Damasco è soprattutto il precedente del 1976, quando Hafez al-Assad intervenne militarmente in Libano. Quella che doveva essere una missione temporanea si trasformò in una presenza destinata a durare quasi trent’anni, fino alla cosiddetta Rivoluzione dei Cedri del 2005. Una lezione che la Siria sembrerebbe non aver dimenticato: entrare in Libano può essere semplice, uscirne molto meno. In questo senso, la storia aiuta a comprendere la prudenza di Damasco, ma non basta a spiegare il rifiuto di al-Sharaa.
La cautela del leader siriano emerge ancora di più guardando alle pressioni americane delle ultime settimane. È il 21 luglio quando Donald Trump riceve alla Casa Bianca il presidente libanese Joseph Aoun. Ma se Beirut arriva a Washington per discutere di ricostruzione e del ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese, il presidente americano sembra avere un’altra priorità: trovare un attore capace di ridimensionare Hezbollah. Eppure, Trump aveva già provato a percorrere un’altra strada: convincere la Siria di Ahmed al-Sharaa a farsi carico del dossier Hezbollah. L’invito in questione risale a novembre scorso, mentre diverse testate riprendono un’interessante dichiarazione di Trump: «Ho suggerito ad Israele che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah, perché ad essere onesti, farebbero (la Siria) un lavoro migliore».
Al contrario di quanto Trump abbia voluto fare credere al presidente Aoun durante il loro incontro nella Casa Bianca, il leader siriano ha prontamente declinato la proposta americana, escludendo qualsiasi intervento militare contro Hezbollah.
L’ISIS prima di Hezbollah
In un’analisi pubblicata da Middle East Eye, l’analista Ali Rizk propone infatti una lettura diversa. Secondo l’analista, Hezbollah continua certamente a rappresentare un avversario storico della nuova leadership siriana, ma non costituisce la minaccia più grave alla sua sopravvivenza politica. Quel ruolo spetterebbe invece allo Stato Islamico. Rizk osserva come, nonostante la lunga storia di ostilità tra Damasco e il gruppo sciita libanese, Hezbollah non abbia dichiarato guerra all’attuale governo siriano. Al contrario, il vero pericolo per al-Sharaa sarebbe rappresentato dalle reti jihadiste dell’ISIS, che continuano a costituire una minaccia per la sicurezza del Paese proprio mentre la Siria cerca di ricostruire le proprie istituzioni dopo anni di conflitto.
Non è un caso che negli ultimi mesi le autorità siriane abbiano concentrato gran parte dei propri sforzi sul contrasto ai gruppi jihadisti e sul rafforzamento della cooperazione di sicurezza con il Libano. Aprire un nuovo fronte contro Hezbollah significherebbe inevitabilmente disperdere risorse preziose e spostare l’attenzione da quello che Damasco considera il nemico prioritario.
A dimostrazione di quanto la sicurezza condivisa sia diventata una priorità per entrambi i Paesi, Rizk osserva: «Il Libano si è affermato come un partner importante per la Siria nellal otta contro l’ISIS. Secondo quanto riferito, la condivisione di informazioni dei servizi segreti ha contribuito a smascherare e smantellare la cellula accusata di aver orchestrato un attentato dinamitardo a Damasco».
Una guerra che potrebbe ritorcersi contro Damasco
C’è poi un altro elemento che contribuisce a rendere poco appetibile l’opzione militare. Secondo Rizk, un intervento siriano contro Hezbollah rischierebbe di riaccendere la storica contrapposizione tra sunniti e sciiti nella regione, un terreno sul quale organizzazioni come lo Stato Islamico hanno costruito negli anni parte della propria narrativa e della propria capacità di reclutamento. È proprio nei momenti di maggiore instabilità, infatti, che gruppi come l’ISIS riescono a guadagnare terreno, inserendosi nei vuoti di potere lasciati dagli Stati.
In quest’ottica, un nuovo conflitto regionale rischierebbe di offrire proprio quelle condizioni di caos e frammentazione dalle quali lo Stato Islamico ha storicamente tratto vantaggio.
Ma non è l’unico rischio. Paradossalmente, una guerra pensata per indebolire Hezbollah potrebbe persino produrre l’effetto opposto. Diversi osservatori ritengono infatti che il movimento sciita potrebbe sfruttare un eventuale intervento siriano per presentarsi ancora una volta come difensore della sovranità libanese contro interferenze esterne, recuperando parte del consenso perso negli ultimi anni. A ciò si aggiunge un problema d’immagine non trascurabile. Accettare una proposta sostenuta pubblicamente da Donald Trump rischierebbe di alimentare la percezione di una Siria allineata agli interessi statunitensi, fornendo argomenti tanto ai gruppi jihadisti quanto agli oppositori più radicali del nuovo governo.
Più che il desiderio di colpire un vecchio nemico, sembra quindi prevalere una fredda valutazione strategica. Per quanto Hezbollah rimanga legato a una delle pagine più dolorose della guerra civile siriana, Damasco non sembra intenzionata ad aprire un nuovo fronte. La priorità, oggi, è un’altra: evitare che il caos della regione offra allo Stato Islamico l’occasione di tornare protagonista.