La Serbia è il secondo paese più colpito dall’epidemia di Covid-19 dei Balcani, dopo la Romania. A differenza di Bucarest, però, a Belgrado si sta assistendo ad una vera e propria gara a chi offre la quantità maggiore di aiuti, alla quale stanno partecipando attivamente Russia, Turchia e Cina, ed è proprio quest’ultima a guidare la competizione.

Dai medici ai laboratori

Con 3.105 infezioni accertate e 71 morti nel bollettino del 10 aprile, la Serbia è il secondo paese più colpito dalla pandemia nell’area balcanica, ma è anche quello che sta ricevendo il maggior numero di aiuti dalla Cina sotto forma di tonnellate di donazioni di beni igienico-sanitari, squadre di medici volontari, e “diplomazia dei laboratori”.

Pechino è stata la prima potenza a raccogliere le richieste di aiuto serbe, in largo anticipo rispetto a Mosca, e il 21 marzo, su esplicita richiesta del presidente Aleksandar Vucic, ha inviato il materiale medico di cui i paesi dell’Unione Europea avevano bloccato l’esportazione e sei esperti volontari per dare manforte negli ospedali. Beni e personale, arrivati a bordo di un Airbus A330 nell’aeroporto di Belgrado, erano stati ricevuti da Vucic in persona, il quale aveva colto l’occasione per invitare Xi Jinping nel paese.

Da allora, gli esperti cinesi stanno guidando le operazioni anti-epidemiche nel paese: hanno coordinato la costruzione di grandi ospedali da campo in tutto il paese e rinvigorito gli sforzi delle strutture sanitarie per l’aumento dei tamponi giornalieri. Politica e società civile hanno reagito molto positivamente all’esposizione in prima linea di Pechino ed il governo ha pagato l’affissione di poster ritraenti Xi Jinping per le strade di Belgrado, mentre il video del presidente Vucic che bacia la bandiera cinese ha fatto il giro dei social network cinesi. Anche i personaggi pubblici sono scesi in campo per manifestare gratitudine alla Cina, come il tennista Novak Djokovic.

Infine, il 9 aprile è stato annunciato che il gigante cinese della biotecnologia, il Beijing Genomics Institute, aprirà due laboratori di diagnostica nel paese con tempistiche estremamente celeri. I centri, che saranno costruiti a Belgrado e Nis e saranno riforniti di mezzi e personale da Pechino, potenzieranno enormemente la capacità diagnostica giornaliera poiché, secondo il governo, “la capacità diagnostica addizionale sarà più del triplo di quella attuale”. I lavori stanno procedendo a ritmi serrati: il centro di Belgrado sarà operativo nei prossimi giorni, mentre quello di Nis dovrebbe essere ultimato entro 45 giorni.

Belgrado parla cinese

Nei giorni precedenti al 21 marzo, Vucic aveva dichiarato che “[Xi] non è soltanto un amico, ma un fratello. Non mio, personale, ma un amico e un fratello di questo paese” e, a proposito dell’atteggiamento europeo, che “la solidarietà europea non esiste. Era una fiaba su un foglio. Quella decisione è stata presa dalle persone che ci dicono che non dovremmo comprare beni cinesi”.

L’entrata in scena di Pechino ha infine spinto l’UE a tornare su suoi passi: dopo le critiche di Vucic, Bruxelles ha promesso l’invio di 93 milioni di euro di aiuti a Belgrado, dei quali 7 milioni e 500mila liberati immediatamente. Il dietrofront in extremis, però, per quanto ben accetto alla luce dell’emergenza, non ha fatto altro che confermare la visione di Vucic: ipocrisia, non solidarietà. L’UE avrebbe dovuto aiutare Belgrado a priori, in luogo di attendere l’incursione di Pechino, palesando la natura arbitraria e politica del proprio operato.

Il protagonismo cinese sta contribuendo a migliorare la reputazione di Pechino nel paese, che è già molto alta ed è superiore a quella dei paesi occidentali. Nell’immaginario serbo, la Cina è un benefattore al pari della Russia che, contrariamente all’UE, viene ritenuta fonte di aiuti incondizionati, offre supporto nella questione kosovara e ha acquistato diversi impianti industriali abbandonati, riportandoli alla produzione, creando e recuperando migliaia di posti di lavoro.

I due paesi hanno attivato un partenariato strategico nel 2009, potenziato nel 2016, che ha legato in maniera profonda l’economia serba alla Cina, che oggi è il terzo rifornitore più importante di beni per il paese, dietro Germania e Italia. Belgrado è diventata l’hub sperimentale di Huawei nei Balcani meridionali, che si è occupata della sua telecamerizzazione nell’ambito del progetto “Città Sicura”, e compagnie cinesi stanno costruendo la linea ferroviaria Belgrado-Budapest e la rete metropolitana della capitale. Inoltre, quest’anno dovrebbe avere luogo la prima esercitazione militare congiunta con la Cina.

L’aumento dell’esposizione cinese nel paese balcanico ha finalizzato la diversificazione delle entrate di Belgrado, la cui dipendenza da Mosca è stata superata: sono i paesi UE e la Cina i principali mercati per l’import-export serbo, perché il ruolo russo si è ridotto alle questioni di sicurezza ed è rivestito di un significato sempre più simbolico.

Nel dopo-Covid19 si potrebbe assistere ad un allontanamento di Belgrado dall’orbita euroamericana in favore di quella cinese, non soltanto russa, e i recenti sforzi dell’amministrazione Trump di riattivare i tavoli negoziali con il Kosovo, adottando una linea apparentemente più “filoserba”, sono l’espressione della consapevolezza che il percorso verso l’occidentalizzazione del paese è, oggi, ostacolato anche dal dinamismo di Pechino. Avere il controllo, od una voce in capitolo, negli affari interni di Belgrado è essenziale perché è qui che, da secoli, si scrivono e passano i destini dei Balcani e dell’Europa, e lo ha compreso anche la Cina.

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