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Mario Draghi Marta Cartabia intendono tirare dritto sulla riforma della giustizia e portare a termine un programma ritenuto di valenza strategica per l’intera agenda dell’esecutivo di unità nazionale. Il cui peso prescinde le pur fondamentali questioni legate alla necessità di andare oltre ai vulnus delle riforme targate Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede (un “tradimento di Montesquieu” secondo il giurista Sabino Cassese) e riguarda l’architettura politica su cui l’esecutivo intende puntare.

Più del 5G per l’innovazione, più delle regole certe e dei fast-track sugli appalti per le infrastrutture, più delle altre riforme collaterali al Piano nazionale di ripresa e resilienza, il cambiamento sulla giustizia è probabilmente la vera riforma abilitante per la ripresa del sistema-Paese. Perché mette in campo dei precisi cambi di rotta rispondendo a stimoli politici, sociali, culturali accumulatisi nel Paese nel corso di un lungo trentennio in cui il tema delle problematiche della giustizia e del loro legame con l’architettura istituzionale del Paese si è fatto spazio nel dibattito. E in cui diversi casi di mala giustizia o diverse questioni legate ai problemi strutturali dei procedimenti civili e penali sono stati un freno sistemico alla competitività del Paese.

I processi infiniti allontanano gli investitori

Draghi, lo ripetiamo da tempo, intende tracciare con la sua azione di governo delle chiare e nette linee di discontinuità col recente passato in diversi ambiti. E tra le priorità che animano la definizione del perimetro dell’esecutivo c’è sicuramente l’apertura del Paese a un maggior livello di appetibilità per gli investitori, nazionali ed esteri, attraverso la definizione di uno sistema di regole chiare ed efficienti. Dagli Anni Novanta in avanti, più volte si è pensato a livello politico ed economico che la via maestra per rilanciare l’economia italiana nel pieno della transizione oltre il sistema della Prima Repubblica fosse il combinato disposto tra moderazione della spesa pubblica e privatizzazioni. Ovvero il sostanziale ritaglio di spazi del perimetro dello Stato nell’azione pubblica. L’agenda Draghi mira non necessariamente a ridurre ma a riqualificare il perimetro di influenza di ogni corpo dello Stato, di ogni apparato, di ogni campo dell’amministrazione pubblica per rimettere ordine e chiarezza. E non è un caso che la durata dei processi e il ruolo della magistratura nell’Italia odierna siano problemi chiave da risolvere.

Italia Oggi spiega che il superamento dei tempi lunghi dei processi, dell’incertezza del diritto, dello strapotere dei Pm ben manifesto in processi problematici come quelli a Leonardo e Enidell’incancrenimento dei tempi per ricorsi e procedure amministrative è vitale perché gli investitori internazionali tornino ad interessarsi attivamente all’Italia: “Draghi con la riforma della magistratura punta a prendere due piccioni con una fava: euro e dollari in un colpo solo, tutti soldi che gli consentirebbero di rilanciare il paese. Un modo, questo, anche per consolidare il legame con gli Stati Uniti dell’amico Joe Biden”.

Nella consapevolezza che il clima attuale soffia a favore dell’Italia, recentemente premiata dalla fiducia dell’alleato statunitense. Ma anche del fatto che “nessun grande investitore straniero è disponibile a investire milioni di dollari per poi ritrovarsi impelagato in vicende giudiziarie che possono durare decenni”. Non a caso Draghi, assieme a Sergio Mattarella, ha scelto la figura più apicale a disposizione, Marta Cartabia, per dare autorevolezza al ministero della Giustizia dopo l’era Bonafede e sulla riforma proposta dalla Guardasigilli è pronto a chiedere il voto di fiducia per imporre uno stop alla fronda del Movimento Cinque Stelle.

Un recente rapporto Ue segnala che l’Italia è all’ultimo posto a livello comunitario per i tempi della giustizia civile. Lo studio effettuato dalla Commissione europea sulla Giustizia che analizzata dati del 2019 ha segnalato che in Italia per raggiungere e portare a sentenza definitiva il terzo grado di giudizio in un processo civile ci vogliono in media 1302 giorni, contro gli 875 di Malta, penultima in classifica. Sono 791 quelli necessari per il secondo, mentre anche il primo impone praticamente un anno e mezzo di attesa (531 giorni). Il totale complessivo è superiore ai 2.600 giorni, oltre sette anni. Due anni e mezzo per campo, invece, richiede mediamente un processo amministrativo, fondato su due gradi di giudizio (Tar e Consiglio di Stato). Il settore più rapido della giustizia italiana è quello penale: qui un processo che attraversi tutti e tre i gradi di giudizio dura in media 3 anni e 9 mesi (310 giorni in primo grado, 876 in secondo e 191 in Cassazione), ma si tratta comunque di un dato ai minimi nel contesto europeo.

Una partita strategica

Questo contesto preoccupante va di pari passo con la necessità di garantire una discontinuità all’immagine della giustizia italiana dopo il tourbillon di inchieste, molto spesso finite in un nulla di fatto, che hanno riguardato le partecipate pubbliche e, dunque, ridare organicità anche sul fronte interno al legame tra politica, istituzioni giudicanti e mondo economico.

Il potenziale insito nella riforma della giustizia sotto il profilo economico è formidabile. Discutendo con l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli l’economista Jonathan Donadonibus, senior consultant di Ambrosetti, ha parlato di una ricerca realizzata sui dividendi economici di processi legati all’efficientamento della macchina giudiziaria in cui è emerso che se “solo avessimo un sistema giudiziario allineato alla media europea riusciremmo ad attrarre fino a 170 miliardi di investimenti esteri oltre a un recupero sul Pil tra i 30 e i 40 miliardi”, 1,5-2% dei livelli pre-Covid.

Il recente caso Ilva segnala la problematicità insita nel vedere la politica economica condizionata dalle scelte dei tribunali, e altrettanto alla rovescia insegna il caso Autostrade sull’assenza di un filo diretto tra processi e inchieste dalla durata ragionevole e scelte strategiche di carattere economico-industriale.

Il Pnrr imporrà un’accelerazione negli investimenti pubblici e altrettanto farà l’ondata in corso di programmi e piani volti ad incentivare la transizione ecologica, l’innovazione e il digitale, le infrastrutture in forma parallela e complementare. Chiarificare il ruolo della giustizia e definire un set di regole chiare per evitare che inchieste infondate, avvisi di garanzia improvvidi o procedimenti eccessivamente lunghi frenino la corsa del Paese alla ripartenza. E dare dignità a un organo che deve riuscire ad essere nuovamente quello della lotta alla mafia, allo stragismo terrorista, alle Brigate Rosse. Ovvero una colonna di legalità e un pilastro del sistema-Paese. Non una burocrazia intenta ad autoperpetrarsi.

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