Un “atto di tradimento internazionale”, una “aperta provocazione”, un gesto di sfida che non passerà certo inosservato. Quando Milos Vystrcil, presidente del Senato della Repubblica Ceca, ha incontrato a Taipei il presidente taiwanese, Tsai Ing Wen, la Cina non credeva ai propri occhi. Impossibile che Praga abbia osato tanto: mandare un alto funzionario in visita ufficiale nella “provincia ribelle” di Taiwan e fare asse con gli indipendentisti dell’isola, elogiando la democrazia in barba al principio di “una sola Cina” sbandierato da Pechino.

Il governo ceco conosce benissimo le dinamiche che regolano i complicati rapporti tra la Repubblica Popolare e la Repubblica di Cina. Taiwan rivendica la propria autonomia dal Dragone ed esercita una sovranità autonoma, tanto dal punto di vista politico quanto da quello economico-militare. Il Partito comunista cinese ha sempre rifiutato simili rivendicazioni e continua a considerare l’isola una provincia sottoposta alla propria leadership.

Insomma, appare evidente come l’isola di Formosa rappresenti un nervo scoperto nella politica estera cinese. Toccare la questione taiwanese equivale ad attaccare direttamente la Cina di Xi Jinping, una delle due potenze mondiali del XXI secolo. Passino le provocazioni degli Stati Uniti, che stanno di fatto utilizzando Taiwan come una specie di roccaforte sulla quale fare leva per disturbare l’ascesa di Pechino nel Mar Cinese Meridionale. Ma per quale motivo un Paese come la Repubblica Ceca, dal peso specifico limitato in campo internazionale, dovrebbe inimicarsi la Cina? Quali sono gli interessi che si nascondono dietro la mossa di Praga? È in corso una specie di “Grande Gioco” che coinvolge anche gli Stati Uniti. E che si aggiunge a una crescente ostilità anti cinese derivante da affari interni al sistema politico ceco.

Davide contro Golia?

Nell’ultimo anno le relazioni tra Repubblica Ceca e Cina si sono notevolmente deteriorate. Già il predecessore di Vystrcil, Jaroslav Kubera, morto a gennaio, aveva organizzato una visita ufficiale a Taiwan. In quell’occasione, risalente a un anno fa, l’ambasciata cinese a Praga era stata chiarissima, avvertendo il signor Kubera che se non avesse interrotto il suo piano Pechino avrebbe reagito. Passano i mesi e il primo ministro ceco, Andrej Babis, decide di esprimersi pubblicamente sulla vicenda, suggerendo alla Cina di sostituire il proprio ambasciatore in Repubblica Ceca a causa di simili avvertimenti minacciosi. La carica anti cinese è stata quindi foraggiata dal sindaco di Praga, Zdenek Hrib, lo stesso personaggio che l’anno scorso ha stracciato il gemellaggio tra la città ceca e Pechino. Il signor Hrib dichiarò inoltre che avrebbe sostituito Beijing con Taipei: uno smacco per il governo cinese.

In passato la situazione era ben diversa. L’attuale presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, da quando è entrato in carica nel 2013, ha promosso varie alleanze con Russia e Cina. Nel 2015, non ha mancato di sottolineare Asia Times, Zeman definì il proprio Paese la “porta della Cina verso l’Europa”. In seguito nominò consigliere speciale tale Ye Jianming, un magnate cinese – arrestato in Cina nel 2018 con l’accusa di corruzione – la cui azienda, CEFC China Energy, ha fatto shopping di varie aziende ceche, compresa la squadra di calcio dello Slavia Praga.

Il sentimento anti Pechino ha dunque una matrice collegabile alla politica interna della Repubblica Ceca. A Praga, infatti, ha preso piede una corrente che vorrebbe orientare il Paese maggiormente verso l’Occidente e sul tema dei diritti umani. A sposare questa causa, ad esempio, è il partito d’opposizione Pirate Party (PP), terzo più grande partito in parlamento. A quanto pare desideroso di lanciarsi in un epica sfida dal sapore di “Davide contro Golia”. Ma anche il Partito Democratico Civico (ODS), di cui fa parte lo stesso Vystrcil, e altri gruppi di opposizione più piccoli marciano nella medesima direzione del PP.

Il gioco americano

Tornando al viaggio di Vystrcil a Taipei, resta da capire come si concretizzerà la vendetta cinese. È possibile che la Cina possa attivare la leva economica, visto che l’anno scorso lo scambio commerciale tra i due Paesi ha sfiorato i 30 miliardi di dollari. Nell’occhio del ciclone potrebbero finire alcune aziende ceche, tra cui Skoda, che aveva recentemente investito diversi denari per ottimizzare il proprio portafoglio e fare breccia nel mercato cinese. C’è da dire che il ministro degli Esteri ceco, Tomas Petricek, si è scagliato contro il viaggio taiwanese di Vystrcil, ribadendo come il governo ceco non lo abbia sostenuto in alcun modo.

Le sole dinamiche interne non bastano per spiegare l’offensiva ceca contro Pechino. A questo proposito è doveroso guardare alla crescente vicinanza americana. Emblematica la visita del Segretario Usa, Mike Pompeo a Praga, avvenuta lo scorso agosto. Pompeo ha affermato che Stati Uniti e Repubblica Ceca sono un’ottima squadra: “Siamo pronti ad aiutarvi. Se qualcuno vi minaccia, siamo dalla vostra parte. Sappiamo che sceglierete la democrazia”. Washington spera che altre nazioni, seguendo l’esempio ceco, mettano in imbarazzo la Cina di fronte al mondo intero. A quel punto potrebbe crearsi un serbatoio di voci ostili a Pechino da poter utilizzare per creare problemi al soft power cinese. In Europa e non solo.