L’incontro tra il leader nordcoreano Kim Jong-un ed il suo omologo della Sud Corea, Moon Jae-in, tenutosi venerdì nella storica località di Panmunjeom, rappresenta indubbiamente un punto di svolta nelle relazioni tra i due Paesi ed un momento storico, in quanto per la prima volta un leader della Corea del Nord ha messo piede a sud del 38° parallelo.

Gli incontri tra i massimi vertici dei due Paesi, che pur ci sono stati nel recente passato, sono infatti sempre avvenuti a Pyongyang: fu così per il primo, altrettanto storico, del 2000 tra Kim Dae-jung e il presidente Kim Jong-il, e per il secondo, del 2007, che ha visto sempre tra il defunto leader della Corea del Nord incontrare il presidente Roh Moo-hyun.

Quello di venerdì è stato un summit pieno di  gesti simbolici: oltre il passaggio del confine da parte di Kim, e l’invito a fare altrettanto rivolto a Moon, i due leader hanno gettato nuova terra proveniente dai rispettivi Paesi sull’albero germogliato alla sigla dell’armistizio nel 1953. Il terreno era proveniente dal monte Halla nell’isola di Jeju e del monte Paektu, i punti più a sud e a nord della penisola e sul pino è stata poi versata acqua dei fiumi Han di Seul e Taedong di Pyongyang.

Successivamente è stato poi firmato un memorandum congiunto di impegno per arrivare alla sottoscrizione di un trattato di pace, ed è stata raggiunta l’intesa di spingere le altre parti in causa di quel conflitto, Cina e Usa, a “dichiarare la fine delle ostilità e stabilire un permanente e solido regime di pace”.

Contestualmente sono stati presi altri “impegni” come ad esempio la fine dell’attività di propaganda del Sud lungo il confine nel quadro della cessazione di ogni atto ostile “in mare terra e aria” che possa causare tensioni e possibili escalation come quelle che abbiamo visto in questi due anni.

Sembra quindi di aver fatto un salto indietro di 5 anni quando i confini di quello che è uno dei paesi più ermeticamente chiusi al mondo erano aperti per i lavoratori del Sud, impiegati nell’area industriale di Kaesong, sede di industrie sudcoreane che attiravano circa 50 mila operai portatori di valuta pregiata.

Del resto la distensione dei rapporti tra i due Paesi, lo abbiamo detto più volte, giova ad entrambi: al Nord per uscire dall’isolamento commerciale ed economico, al Sud per avere una via di comunicazione diretta con la Cina e la Russia attraverso la rete ferroviaria nordcoreana.

Il summit è indubbiamente una vittoria di Kim: la “spinta verso il baratro” data da esperimenti nucleari e lanci missilistici ha condotto Moon a ricercare il dialogo al di fuori della linea americana, più intransigente, e parallelamente il leader del Sud ha saputo brillantemente cogliere la palla al balzo dell’apertura di Pyongyang in occasione delle olimpiadi invernali per proporsi come mediatore di pace. Sembrerebbe quasi una questione interna se, nelle ore che hanno preceduto lo storico incontro, non si sia assistito ad un’altra storica stretta di mano: quella tra il neo nominato Segretario di Stato Pompeo e Kim Jong-un.

In questo quadro idilliaco spicca però una grande assenza, ed è quella della Cina. A Pechino non è stato chiesto di mandare una propria delegazione, nemmeno in via informale, al summit tra le due Coree, e sebbene abbia ufficialmente espresso la propria posizione favorevole in vista della risoluzione delle tensioni lungo i suoi confini meridionali, la preoccupazione è quella di “restare fuori dai giochi” per il modo in cui sono avvenute le trattative tra i due Paesi.

È innegabile che, oltre all’ampio spazio di manovra concesso a Moon, Washington sia restata a margine dell’evento anche perché è previsto che il presidente Trump incontri Kim nell’immediato prossimo futuro, ma pur sempre la Corea del Sud è fortemente dipendente dalla politica americana, e la Cina sembra che si sia fatta sfuggire di mano la situazione nonostante il precedente incontro tra Xi Jinping ed il leader di Pyongyang.

Secondo alcuni analisti la Cina “non ha virtualmente alcun controllo su questo processo, ed addirittura hanno ancor meno input” riferisce Donnie Glaser del Centro per gli Studi Strategici ed Internazionali (Csis) di Washginton al Diplomat “anche se la Cina vuole risolvere le tensioni, un accordo tra Usa e Corea del Nord, avrebbe implicazioni negative per gli interessi cinesi”.

Paradossalmente, però, il vero ostacolo alla pacificazione della penisola coreana potrebbe arrivare proprio dagli stessi Stati Uniti.

Già avevamo espresso le nostre perplessità in merito alla tempistica del prossimo incontro tra Trump e Kim, troppo a ridosso del cambio al vertice delle dicastero degli Esteri americano (e non solo) che quindi complicherebbe molto la preparazione “diplomatica” del summit: risulta evidente che uno staff che ha seguito una questione così delicata da tempo sia più preparato rispetto ad un altro che vi si trova catapultato nel giro di pochi giorni.

Secondariamente ad impedire una risoluzione definitiva della questione coreana potrebbero essere delle considerazioni di natura strategica/militare.

La denuclearizzazione della Corea rappresenta un vantaggio per Washington – e l’eliminazione dell’arsenale atomico di Pyongyang è da sempre stato uno degli obiettivi degli Stati Uniti – anche in considerazione della nuova Nuclear Posture Review che prevede il ritorno delle armi nucleari tattiche (o “non strategiche” come vengono definite nella NPR). L’eliminazione delle testate atomiche sui missili “Tomahawk” lanciati dal unità navali americane è stata infatti bloccata e viene esplicitamente indicata la volontà di riassegnare il compito di attacco nucleare a questi famosi missili da crociera. Quindi gli Usa disporranno di uno strumento in più slegato dai missili da crociera aviolanciabili, che avendo bisogno di un aereo e di una base, sono più vulnerabili rispetto ad un sottomarino SSGN.

Parallelamente però la riduzione delle forze americane dalla penisola, come auspicato da Kim, ci risulta del tutto inverosimile in questo periodo storico: Washington non può vedere diminuire il suo contingente terrestre o navale nella delicata area del Mar Giallo, così come nel Mar del Giappone o nei mari attigui, in quanto la finalità della presenza militare nell’area è quella di arginare e fare da deterrente per l’audace espansionismo cinese, che ormai sembra del tutto irreversibile.

Pertanto il vero nodo cruciale per la pace nella penisola coreana non è l’incontro appena tenutosi a Panmunjeom, ma sarà quello tra Kim e Trump, sempre che l’amministrazione americana non voglia prendere tempo e procrastinare le reali decisioni per le motivazioni sin qui esposte.