Nell’intervista concessa a un gruppo di sei quotidiani europei (tra cui La Stampa e il Guardian) la cancelliera tedesca Angela Merkel ha avuto modo di esprimersi sul tema più rovente del rapporto tra Germania e Unione europea, quello legato alla sentenza di Karlsruhe del 5 maggio scorso.

La Cancelliera è, chiaramente, favorevole a un accordo tra Corte Costituzionale tedesca Banca centrale europea sulla legittimità del quantitative easing, ritenuto fondamentale per mantenere in carreggiata in maniera efficace il piano di rilancio dell’Eurozona in cui l’Eurotower ha un ruolo fondamentale. Lo ha ribadito recentemente piazzando un giudice “europeista”, Stephan Harbart, alla guida dell’istituzione per il prossimo mandato.

Ma la Merkel sa che per ottenere ciò che desidera deve muoversi coi piedi di piombo. E nell’intervista ammette l’esistenza di un “conflitto” di poteri tra Germania e Unione Europea. Pur non negando che a suo parere “la legge europea ha la prevalenza sugli ordinamenti nazionali”, la Merkel sottolinea che ciò non implica affermare con precisione dove la legge europea inizia e finisca. E nelle parole della leader di Berlino si coglie la sfumatura del rilievo costituzionale mosso da Karlsruhe: la concessione a Bundesbank della possibilità di partecipare a programmi comunitari che violino il principio di proporzionalità nell’erogazione dei fondi potrebbe cozzare con la Legge Fondamentale tedesca, che per ogni istituzione germanica è lo scoglio impossibile da doppiare. Jens Weidmann, governatore di BuBa, lo aveva già rilevato nelle scorse settimane, sottolineando che in caso di parere negativo di Karlsruhe alle giustificazioni della Bce sulla proporzionalità del Qe non potrebbe fare altro che ritirare la sua banca dai programmi di acquisto.

La Merkel, in effetti, non sbaglia nel notare che nella terra di confine tra le sfere di giurisdizione possono verificarsi “frizioni se a livello europeo si definiscono dei limiti più a grandi linee di quanto, per esempio, faccia il Parlamento tedesco”. E, aggiunge, di sottolineare come uno Stato possa essere sempre in grado di “reclamare particolari poteri”, a meno che essi non siano interamente trasferiti a livello sovranazionale. Cosa che, sottolinea la Merkel, è ben lungi dall’accadere.

Dalle dichiarazioni dell’intervista si nota come la posizione della Cancelliera sia inequivocabile nello scegliere la terza via tra “sovranismo costituzionale” e europeismo ortodosso: il temporeggiamento funzionale a coprire l’inevitabile compromesso politico che dovrà aver luogo per mediare un dialogo tra Bce e Corte di Karlsruhe. Non a caso nella Cdu, il partito centrista della Merkel, convivono diverse anime e diverse cordate che potrebbero approfittare dell’esito della sentenza per dare una spallata al potere della Cancelliera: i falchi rigoristi tenteranno un nuovo assalto alla diligenza dopo il fallimento della scalata ai vertici del partito del 2018. Allora la “delfina” favorita della cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer, ebbe la meglio sul giurista milionario Friedrich Merz, il cui rientro in campo era stato appoggiato da un padrino come Wolfgang Schaeuble, “falco” per antonomasia. Il fallimento della leadership di Akk ha imposto alla Merkel di mediare: il suo obiettivo è preservare la centralità di Berlino in un’Europa non diversa da quella attuale, mentre tra i rigoristi non è secondaria l’idea di sganciarsi dall’attuale architettura comunitatia per fare sponda con i Paesi nordici ritenuti più virtuosi (Kerneuropa). Molti nodi verranno al pettine quando ad agosto Karlsruhe commenterà la “difesa” della Bce alle sue accuse: e la Merkel, non sbilanciandosi, dimostra di aver capito l’importanza della partita. Che merita una silenziosa e cauta mediazione istituzionale.

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