Joe Biden ha il cancro. La recente rivelazione delle condizioni cliniche dell’ex presidente Usa – affetto da una forma avanzata di carcinoma con punteggi clinici particolarmente gravi – ha acceso una discussione che va ben oltre il piano medico. È il sintomo, più che la causa, di una vulnerabilità strutturale: quella di un sistema politico che fatica a gestire l’età, il declino e, soprattutto, la trasparenza.
In un Paese dotato di una delle sanità più avanzate al mondo, sorprende che una malattia così seria possa essere stata individuata tardi. O peggio, nascosta. Secondo indiscrezioni, alla Casa Bianca si sarebbe lavorato per minimizzare i segnali del peggioramento fisico del presidente, arrivando persino a escludere l’uso di una sedia a rotelle negli scorsi mesi per evitare crolli d’immagine. In gioco non c’era solo la salute di un uomo, ma l’architettura simbolica della leadership americana.
Un esperto di comunicazione per il Presidente malato
Il ricorso a un esperto di comunicazione parla chiaro: negli Stati Uniti contemporanei, la percezione pubblica conta quanto, se non più, della realtà. La malattia del Presidente, in questo senso, è diventata una questione squisitamente politica. Ed è inevitabile chiedersi: cosa sarebbe accaduto se Biden fosse stato rieletto? Chi avrebbe davvero detenuto il potere? E con quali garanzie democratiche?
Original Sin : President Biden’s Decline, Its Cover-Up, and His Disastrous Choice to Run Again, un libro di prossima uscita dei giornalisti Jake Tapper e Alex Thompson avanza dubbi sulla salute dell’ex presidente nell’ultimo anno. La pubblicità generata dal libro ha costretto esponenti di spicco del Partito democratico a rispondere a domande sul perché non abbiano fatto di più per rispondere alle preoccupazioni degli americani sulla salute di Biden durante la sua campagna per la rielezione. Original Sin presenta un feroce resoconto di un presidente anziano ed egocentrico, isolato dalla realtà e in cerca di rielezione nel 2024, nonostante le notevoli preoccupazioni relative al declino della sua salute e delle sue capacità cognitive. La prestazione insoddisfacente di Joe Biden durante il dibattito del 27 giugno 2024 contro Donald Trump ha rappresentato il momento in cui l’illusione sulla sua piena forma è definitivamente caduta. Il Presidente ha impiegato oltre tre settimane prima di annunciare il proprio ritiro e di dare il proprio sostegno alla vicepresidente Kamala Harris. “Ci ha completamente fottuti“, ha dichiarato David Plouffe, consigliere di Harris, agli autori.
Quello strano tempismo
Un ex avversario democratico di Joe Biden ha espresso il suo parere sull’ipotesi che ci fosse un secondo fine dietro la rivelazione da parte dell’ex presidente della sua diagnosi di cancro in stadio avanzato. Dean Phillips, ex membro del Congresso del Minnesota che ha lanciato una improbabile candidatura per sfidare Biden alle primarie presidenziali democratiche del 2024, ha dichiarato al New York Times che non può essere una “coincidenza” il fatto che Biden abbia rivelato di avere il cancro nel bel mezzo di un rinnovato scalpore generato dalla sua idoneità alla carica o meno.
Il caso riporta in primo piano un nodo già emerso negli ultimi cicli elettorali: la tenuta del sistema democratico americano di fronte a figure istituzionali sempre più anziane, in un contesto in cui il potere è fortemente personalizzato. La fragilità fisica del leader rischia così di coincidere con la fragilità del sistema stesso.
Non più tardi di un paio di settimane fa l’attenzione si era soffermata su una scelta ben precisa di Biden, ossia la sua strategia di gestione della reputazione, in un momento politicamente delicato, rafforzando il proprio team con figure esperte in comunicazione e campagne elettorali. La mossa era arrivata mentre cresce, all’interno del Partito democratico, la pressione perché l’ex presidente si faccia da parte in qualità di leader de facto dei dem. Come segnale della volontà di restare presente nello spazio pubblico, il suo entourage aveva contattato Chris Meagher, già vice addetto stampa della Casa Bianca e portavoce del Dipartimento della Difesa, per supportarlo in questa nuova fase. Secondo fonti informate, Meagher era stato chiamato ad affiancare Biden nei primi 100 giorni dell’amministrazione Trump. Figura di rilievo nel panorama democratico, ha lavorato anche per il segretario ai Trasporti Pete Buttigieg e per la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer.
Perché Biden non è rimasto in silenzio
Il tempismo è significativo: i 100 giorni successivi a un cambio di amministrazione sono solitamente un periodo in cui gli ex presidenti scelgono di restare in silenzio. Ma, in realtà, è accaduto il contrario. L’ex presidente si è sentito libero di intervenire con maggiore incisività contro il suo successore, moltiplicano gli interventi pubblici, credendo di tirare acqua al mulino dem. Alcuni esponenti democratici, parlando sotto anonimato ai microfoni di Politico, hanno giudicato questa scelta come un tentativo di sollevarsi da ogni responsabilità per il ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Ma ogni crisi è anche un’opportunità. Per il Partito Democratico, questa potrebbe essere una fase di rifondazione: la transizione post-Biden – con il possibile passaggio di testimone a Kamala Harris o ad altri leader emergenti – apre uno spazio per ridefinire visione strategica, messaggio politico e leadership. Più che una semplice staffetta, potrebbe trattarsi di una nuova stagione per una formazione politica a lungo segnata da divisioni interne. La recente assunzione di un consulente esterno per la comunicazione – prima ancora che scada il consueto periodo di sei mesi in cui agli ex presidenti è garantito un portavoce finanziato dai contribuenti ma soggetto alle restrizioni dell’Hatch Act – suggeriva l’intenzione di mantenere un profilo attivo. L’ingaggio anticipato di Meagher, pur permettendo a Biden di continuare a contare su Kelly Scully fino al 20 luglio, sembrava progettato per garantirgli maggiore libertà d’azione e incisività nel dibattito pubblico. Su questo stato di cose si è invece abbattuta la diagnosi e la pubblicazione di Original Sin.
I dem in cerca d’autore
Dopo la sconfitta elettorale del 2024, il Partito democratico è impegnato in un processo di introspezione e rinnovamento che per ora sembrano essere introdotti da un anziano come Bernie Sanders e una radicale come Alexandria Ocasio-Cortez. Ma il declino resta, pur nelle difficoltà in cui naviga Trump: un sondaggio della Cnn indica che solo il 29% degli americani ha un’opinione favorevole dei Democratici, il dato più basso dal 1992. Con le elezioni del 2026 all’orizzonte, il Partito Democratico deve affrontare la sfida di riconnettersi con l’elettorato, superare le divisioni interne e presentare una leadership credibile e rinnovata. La salute di Biden e le critiche sulla gestione della sua candidatura rappresentano un monito sull’importanza della trasparenza e del rinnovamento all’interno del partito.
La grave diagnosi di Biden ha tolto al partito ogni ambiguità, costringendolo a diventare maggiorenne: l’era Biden è finita. Questo spinge i Democratici a fare ciò che per anni hanno evitato: aprire davvero lo spazio a una nuova leadership giovane e progressista. Le polemiche sulla mancata trasparenza circa la salute di Biden hanno danneggiato la credibilità del partito. Ma se ben gestito, questo scivolone può diventare un momento di chiarificazione. Un partito che riconosce l’errore, che si mostra autocritico e che costruisce un nuovo patto con l’elettorato può uscirne rafforzato. Con Biden fuori scena, inoltre, il Partito democratico non deve più difendere un presidente costretto a giustificare ogni apparizione. Questo sblocco può portare a una comunicazione più offensiva, proiettata sulle grandi sfide, senza il timore di sembrare grotteschi: diritti civili, giustizia sociale, clima, sanità.
La vera domanda, però, resta sospesa: la sempiterna battaglia tra massimalisti e moderati, si risolverà questa volta in una sterzata storica? O ancora una volta un anziano maschio WASP sarà chiamato a trainare il carrozzone?
Se hai trovato utile questo approfondimento su Joe Biden, sappi che su InsideOver continuiamo a indagare i retroscena del potere, le crisi globali e le dinamiche che plasmano il nostro tempo. Abbonati ora per ricevere analisi indipendenti, reportage esclusivi e contenuti senza pubblicità.
Il mondo non si spiega da solo: aiutaci a raccontarlo con occhi liberi.