Per molti la Cina è una minaccia a priori, per altri un Paese con il quale allearsi dando vita a un nuovo assetto geopolitico. In mezzo a questi due estremi troviamo una serie di posizioni intermedie, le stesse adottate da numerosi Paesi europei che intendono fare affari con Pechino, tutelando i propri interessi e senza necessariamente abbandonare del tutto gli Stati Uniti. Ma è davvero possibile farsi abbracciare dal Dragone senza farsi strangolare? A giudicare dalla famigerata legge sull’intelligence cinese, la risposta potrebbe sembrare negativa. Già, perché all’interno di questo codice c’è un articolo, il numero 7, che obbliga i cittadini cinesi a sostenere il lavoro di intelligence nazionale. In altre parole, ogni cittadino cinese deve collaborare con i servizi di sicurezza e mantenerne il riserbo. Facciamo adesso un esempio pratico di una regolare azienda cinese che opera in uno Stato dell’Unione Europa. Considerando la citata legge sull’intelligence, è lecito chiedersi a chi debba rispondere l’azienda in questione: al governo del Paese terzo o alla Cina?

La legge sull’intelligence cinese

La legge sull’intelligence cinese è entrata in vigore nel luglio 2017. Secondo alcuni esperti l’intera legge, compreso l’articolo 7, sarebbe fraintesa. Eppure la preoccupazione per la possibile longa manus del Partito Comunista cinese ben oltre la Grande Muraglia, soprattutto mediante aziende di telecomunicazioni e tecnologia, è viva e vegeta, e disturba il sonno di numerosi governi. L’articolo 7 obbliga i cittadini cinesi a sostenere l’intelligence nazionale, anche se non autorizza lo spionaggio preventivo dal momento che, sottolinea The Diplomat, il “lavoro di intelligence nazionale deve essere di natura difensiva”. In ogni caso, la legge costringe davvero i cittadini a spiarsi l’un l’altro. Il problema diventa ancora più grande considerando che le istituzioni di sicurezza cinesi sono autorizzati, secondo questa legge, a condurre azioni dentro e fuori i confini nazionali, oltre che a indagare individui, cinesi o stranieri, e istituzioni che si ritenga “mettano a rischio la sicurezza nazionale”.

I rischi nascosti

Il Congresso nazionale del popolo afferma che lo scopo della normativa è quello di “rafforzare il lavoro dell’intelligence”, con un occhio di riguardo per il tema della cyber sicurezza. Ma cosa comporta tutto questo nella quotidianità? Ad esempio che le spie cinesi potranno intercettare, mettere in atto la sorveglianza elettronica e filmare in maniera clandestina gli obiettivi sensibili. Potranno anche ispezionare veicoli, entrare in aree riservate e creare “relazioni cooperative con individui e organizzazioni”. L’articolo 14 autorizza le agenzie di intelligence a “richiedere che gli organi, le organizzazioni o i cittadini interessati forniscano il necessario supporto, l’assistenza e la cooperazione”. Il discorso vale anche per le aziende che si trovano all’estero, ed è proprio questo il punto focale sul quale vale la pena riflettere. Nel caso in cui Pechino ordinasse a un qualsiasi operatore cinese in qualunque parte del mondo di “cooperare” con l’intelligence, dovrebbe farlo mantenendo il riserbo. Anche se quell’operatore si trova in uno Stato terzo e sovrano.