Ci sono situazioni, nel mondo, che, anche se portatrici di conseguenze catastrofiche, non fanno notizia. Prendiamo ad esempio la situazione che si trascina dal 2014 nello Yemen. In quell’anno i ribelli Houthi (gruppo armato sciita presente in Yemen) si allearono con i seguaci del Presidente Ali Abdullah Saleh (presidente dello Yemen, costretto a dimettersi a causa delle proteste del popolo) al fine sottrarre il controllo di gran parte del Paese, inclusa la capitale Sana’a, al Capo di Stato riconosciuto a livello internazionale, il Presidente Abd-Rabbu Mansour Hadi. Così ebbe inizio un sanguinoso conflitto che si protrae ancora, ignorato dalla maggior parte dei mass media, fino ai giorni nostri.

Le Nazioni Unite hanno stimato che, da quel momento in poi, almeno 10mila persone sono state uccise e 2.800.000 sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, a causa dei continui e violenti scontri, propagatisi su tutto il territorio.


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Questa terra tormentata, suo malgrado, si è trasformata in campo di battaglia fra Shiiti e Sunniti. In effetti si tratta dell’ennesima guerra, non dichiarata ma combattuta, tra Iran e Arabia Saudita. È un conflitto, per così dire, “per procura” tra queste due grandi potenze del Medio Oriente, e gli obiettivi che dovrebbero essere perseguiti in Yemen, risultano essere nebulosi e inconcludenti. Nessuna delle due parti è abbastanza potente per sconfiggere il proprio avversario. Lo Yemen, quindi, con il suo territorio desertico, la sua bella capitale con palazzi finemente decorati come merletti, è rimasto intrappolato in una situazione di stallo, pagando, però, un prezzo altissimo in termini di distruzione e di morte.

La natura di questa guerra, dove l’identità delle forze in campo non è ben definita, coinvolge una serie di soggetti diversi, a volte anche di frazioni anarchiche, di gruppi terroristici, che, in definitiva, per i motivi più svariati, non ultimo quello economico, hanno interesse a prolungare il conflitto.


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Come abbiamo scritto, gli attori principali sono l’Arabia Saudita e con essa, schierati più o meno alla luce del sole, troviamo gli Emirati Arabi, il Sudan, il Senegal, il Qatar, il Bahrain, il Kuwait, la Giordania, il Marocco, la Turchia, gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia. L’altro contendente è l’Iran che riceve aiuti, invece, dagli Hezbollah, ma anche, presumibilmente, dalla Russia e dalla Corea del Nord. Precisiamo, inoltre, che si hanno prove di un coinvolgimento nel conflitto anche di centinaia di mercenari, provenienti da molti Stati del Golfo, ma anche dall’Europa, dagli Usa e perfino dall’Australia e dall’America del Sud, regolarmente equipaggiati e affiancati alle truppe militari regolari dell’Arabia Saudita, del Qatar, del Bahrain e degli Emirati Arabi.

In questa girandola di forze militari diverse sono naturalmente presenti anche militanti fanatici Sunniti, collegati ad al-Qaeda e allo Stato Islamico, inviati dalla Siria e dall’Iraq, che, a loro volta, vorrebbero estendere la loro influenza oltre i propri confini, sfruttando l’assenza di un potere definito e stabile nello Yemen.

Inoltre, anche una parte del popolo yemenita, composta prevalentemente da membri di minoranze etniche, politici e aspiranti capi militari assetati di potere, si è fatta coinvolgere in questa guerra sottaciuta ma dolorosa e violenta.


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Apparentemente le linee di battaglia sono ben delineate e le appartenenze ai vari gruppi in conflitto chiaramente stabilite, ma la realtà sul campo, in molti casi, non è così semplice. A causa del gran numero di interessi conflittuali in Yemen, la lealtà e l’appartenenza ad un gruppo sono molto fluide e possono cambiare all’improvviso. Nemici che diventano alleati e poi di nuovo nemici, a seconda delle convenienze, sono all’ordine del giorno. Per esempio, nella presa della città di Taiz, i militanti di al-Qaeda hanno lottato al fianco della coalizione dell’Arabia Saudita, contro i ribelli, gli Houthi. Successivamente, nella battaglia di Aden, questi stessi alleati sono diventati acerrimi nemici. Ricordiamo, inoltre, che le forze armate dell’Arabia Saudita ed il governo a favore del Presidente Hadi sono spesso stati i bersagli di attentati da parte di kamikaze appartenenti ad al-Qaeda o allo Stato Islamico.

Non esiste nemmeno un ordine preciso nella gestione dei vari posti di blocco. Il controllo cambia continuamente , passando da ribelli Houthi, a militanti dello Stato Islamico, a ufficiali del governo. Il caos regna sovrano e l’unica cosa certa è che la situazione presente un’ora prima potrebbe essere completamente diversa un’ora dopo.

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La maggior parte del popolo yemenita cerca di continuare a condurre una vita il più normale possibile, senza alcun interesse a prender parte a questo conflitto sanguinoso. La distruzione e la morte però sono lì, sotto gli occhi di tutti quelli che si rifiutano di voltare le spalle e che pensano di continuare a testimoniare la realtà, prima che un possibile futuro di pace venga soffocato sul nascere dall’indifferenza e dall’oblio.