Alla fine, il primo ministro inglese ha ceduto. Messo all’angolo dalle tante critiche esterne, dalle forti tensioni all’interno del Gabinetto e a fronte dell’inequivocabile crescita dei numeri della pandemia, Boris Johnson, si è arreso.

Dopo un tentativo di corsa in solitaria, la Gran Bretagna si è omologata alla linea dura, quella più condivisa a livello mondiale (salvo alcune eccezioni come la Svezia), ha adottato misure forti per fronteggiare la crisi generata dal Coronavirus e lo ha fatto subito, cioè prima di raggiungere i livelli più alti che finora hanno portato progressivamente gli altri Paesi ad azioni ferme.

Così, nel suo primo discorso solenne alla nazione, BoJo, davanti a 27 milioni di telespettatori, si è presentato da solo.

La sua risposta alla nuova sfida è arrivata con l’ennesimo slogan breve e diretto a sintetizzare la sua rinnovata strategia: “State a casa, salviamo il nostro sistema sanitario nazionale e salviamo vite”. “Io – non detto, auspicato e sottinteso – salverò l’economia”.

“State a casa”

Lanciati i motori a tutta forza contro la pandemia, Johnson ha parlato alla nazione seduto ad una scrivania di Downing Street comunicando le restrizioni che l’avrebbero colpita al cuore: chiusura delle attività, limitazioni delle libertà con piccola deroga sullo sport all’aria aperta, il tutto senza mai citare la parola che tutto il mondo ha mutuato proprio dal vocabolario inglese: lockdown. Il blocco totale.

Questione di sfumature, ma i sostenitori del primo ministro a lungo hanno cercato di spiegare come per un uomo naturalmente libertario (e libertino nel privato), sia stato difficile dire al suo popolo che non era più libero. I pub, simbolo assoluto dell’evasione degli inglesi, che con tutte le precauzioni del caso non erano stati chiusi nemmeno ai tempi della Seconda guerra mondiale, questa volta hanno dovuto abbassare le serrande.

Questione di cultura, ma i Britons hanno sopportato di sentirsi dire per la seconda volta con crudezza che in gioco ci sono numerose vite che non potranno essere salvate, ma faticherebbero a tollerare l’uso della forza da parte della polizia per garantire l’ordine e il rispetto delle nuove regole introdotte dall’emergenza.

Johnson ha provato nuovamente a rivolgersi al senso di responsabilità della cittadinanza che, però, in tutta risposta ha saccheggiato i supermercati, si è accalcata nelle file e dentro i mezzi pubblici, ha tentato la fuga verso caravan e seconde case e ha invaso i parchi al richiamo dell’avaro sole britannico.

Le misure draconiane tanto invocate sono arrivate fino al punto di non ritorno annunciato da quella scrivania; l’idea originaria di fare un passo alla volta si è trasformata nell’accelerazione di uno sprint deciso che in fondo, sarebbe ingeneroso definire inversione a U perché a ben guardare, il governo ha mantenuto la stessa direzione ma di fatto ha aumentato la velocità cambiando le tempistiche delle misure da introdurre.

“Salviamo il nostro sistema sanitario”

I retroscena e le gole profonde del palazzo raccontano di un Gabinetto di governo da qualche tempo più diviso e litigioso. Il Sunday Times ha rotto gli indugi nell’edizione del 22 marzo dando voce a diverse indiscrezioni che avrebbero raccontato cosa stava veramente succedendo a Downing Street.

I numeri dei contagi e dei morti per Coronavirus in Gran Bretagna erano e sono ancora lontani da quelli che stanno piegando l’hotspot europeo, cioè l’Italia. Il ritardo sull’esplosione del picco continua a segnalare una distanza di circa due settimane. Sette giorni invece, rispetto agli altri Paesi europei più colpiti come Francia e Spagna.

Ma come chiedere al Paese di non guardare oltre la siepe, oltre la Manica, oltre il sottile confine che separa l’Irlanda del Nord e quella del Sud che rispondono a due input diversi?

E poi come dire no alla “franca” telefonata raccontata sulle pagine del quotidiano francese Liberation nella quale il presidente Emmanul Macron avrebbe praticamente minacciato Johnson di chiudere le frontiere se non si fosse sbrigato a chiudere tutto. E alla fine così è stato.

Ma com’è andata? Il metodo “scienza ed evidenza” che ha guidato la strategia di Downing Street non è mai cambiato, semmai sono state le condizioni ad averlo fatto, quando la scienza ha parlato anche con un’altra voce che ha mostrato come l’evidenza stesse lanciando un allarme forte.

Il professore Neil Ferguson dell’Imperial College di Londra ha firmato un documento di venti pagine che ha messo in discussione le certezze dei consulenti scientifici ai quali il governo si era affidato fino a quel momento.

“Lo studio è stato condotto per due mesi da un team che ha cercato un metodo accettabile per affrontare l’emergenza pandemica in Gran Bretagna rispettando le esigenze di vita e quelle economiche del Paese” ha spiegato l’autore prima di uscire di scena annunciando di essere stato anch’egli colpito dal Covid-19.

Nel documento, i costi in termini di vite umane e di salute sono messi a confronto con quelli della stessa tenuta sociale arrivando alla conclusione che, a fronte della mortalità mostrata in particolare in Italia, l’unica soluzione possibile per affrontare l’emergenza era un cambio di passo, uno sprint che trasformasse l’imperativo “mitigare” in un più deciso “sopprimere” la diffusione della malattia.

Rallentare l’epidemia con l’auspicio di posporre il picco ad una stagione più avanzata non era più considerata da Ferguson una scelta sostenibile.

L’unica azione possibile era quella di alzare la guardia ed il livello di intervento sopprimendo la diffusione del virus in termini assoluti per evitare il collasso del sistema sanitario, di quel passo, previsto già da metà Aprile.

“Osservando l’evoluzione in Italia – ha spiegato Ferguson ai microfoni di Bbc Radio – appariva sempre più evidente che lo scenario che si prospettava non era ragionevolmente tollerabile”, in particolare per il già claudicante sistema sanitario inglese. La prospettiva rappresentata dallo studio prefigurava, ad esempio, un’impennarsi della domanda di posti letto in terapia intensiva di 30 volte superiore alla disponibilità reale.

L’Inghilterra non ha mai smesso di guardare all’Italia anche per apprezzarne le strutture ospedaliere lodate per le capacità e gli sforzi profusi continuando a dimostrare di essere un’eccellenza a livello europeo.

Stima un rilievo del Telegraph che in Italia esistono il doppio dei posti letti di terapia intensiva rispetto a quelli disponibili in Gran Bretagna: 14 per 100mila abitanti contro i sette disponibili Oltremanica.

Qualche membro del parlamento inglese ha provato a sottolineare il fatto che avere un sistema sanitario nazionale rappresenterebbe un vantaggio per la gestione e la risposta all’emergenza. Ma Boris Johnson, che sull’investimento nel settore, dai noti limiti, aveva puntato la sua recente campagna elettorale, posto di fronte allo scenario prospettato dallo studio dell’Imperial College non ci ha pensato due volte e così hanno fatto i suoi consiglieri più fidati.

L’idea di vedere le televisioni del mondo invase dalle immagini drammatiche del reale stato dell’NHS (sistema sanitario nazionale inglese) al collasso in poche settimane di fronte all’emergenza sanitaria del Covid-19 ha fatto il resto.

“Salviamo vite”

“Quanto messo in atto sino a quel momento era valido – ha confermato Ferguson – ma lo sviluppo della pandemia e la velocità di trasmissione hanno richiesto il cambio di passo che il governo ha immediatamente fatto”. Passare dalla fase del “Mitigare” con quel sottofondo di laisser-faire che tante ricostruzioni e pesanti critiche aveva già generato, alla più dura fase di “Sopprimere”, che deve avere una durata di almeno 3 mesi, è stata l’unica scelta possibile dettata anche dall’auspicio di agire su eventuali “effetti ricaduta”.

Ciò nonostante, non è stata certo dimenticata la terribile frase attribuita (e smentita) a Dominic Cummings, lo stratega di Johnson che qualche tempo fa avrebbe affermato: “Bisogna salvare l’economia, se poi questo costerà la vita a qualche pensionato, poco male”. Ma per fare i conti ci sarà tempo più avanti, adesso è il momento di calibrare il costo sanitario dell’epidemia e il suo costo economico in un bilanciamento che non può e non deve lasciare indietro nessuno.

Se la risposta da parte del Paese sinora non è sembrata un gran che,  forse il suo cambio di passo decisivo arriverà dopo aver visto colpiti anche i simboli più cari,  superando così ogni possibile incertezza generata dall’azione governativa.

Dunque, succede che il peggiore bagno di realtà per i sudditi della Corona arriva dal risultato del tampone effettuato dall’erede al trono, il Principe Carlo, positivo al Coronavirus. Probabilmente a partire da lì, i britannici cominceranno ad affrontare l’emergenza e le sue regole con la determinazione che finora sembrano essere mancate. A tutti i livelli.

Il parlamento delega il governo e va in pausa

Con l’approvazione dell’Emergency Coronavirus Bill, la legislazione che dà poteri speciali al governo in materia di sanità, welfare, scuole, polizia, tribunali e municipi, porti e aeroporti (“non tutti necessariamente da attuare”, ha spiegato il Ministro della salute, Matt Hancock) il Parlamento chiude fino al prossimo 21 Aprile e insieme al Paese, si mette nelle mani del britannico giudicato, ad oggi, il più inaffidabile di tutti.

Boris Johnson, però, con le sue promesse, la sua ironia (molto repressa ultimamente) anche questa volta riesce a sintetizzare le divisioni e, dopo aver conquistato il 60% dei voti alle politiche dello scorso anno, secondo i recenti sondaggi condotti da YouGov riesce a godere del sostegno del suo popolo. Il 93% dei 2.788 inglesi interpellati sulle mosse del governo il 23 Marzo scorso, afferma di sostenere le sue scelte e due terzi degli intervistati ritengono di riuscire ad affrontare le restrizioni imposte.

Grande assente fino all’ultima seduta della House of Commons, invece, l’opposizione.

I Laburisti sono stati accusati di essere così impegnati nella campagna per la successione a Jeremy Corbyn, da non riuscire a sintetizzare e ad esprimere un’azione di opposizione incisiva.

Corbyn dal canto suo, prima ha scelto di non ritirarsi subito dopo la batosta elettorale, rallentando così i tempi del passaggio del testimone e poi ha disubbidito all’ordine di mettersi in auto isolamento, avendo 70 anni suonati e rientrando per questo tra coloro ai quali è stato imposta la misura restrittiva per dodici settimane.

Mercoledì 25 Marzo, nell’ultima seduta dell’aula prima della lunga pausa “Covid-19 più vacanze di Pasqua”, Corbyn ha provato a dire la sua rivolgendo il pensiero agli ultimi, le vittime più fragili di questa pandemia anche economica. Ma nel frattempo insieme ai quattro contendenti alla guida dei Labour non ha mai sortito una linea convincente. Una delle accuse che gli viene rivolta è quella di non aver ad esempio creato, nel perfetto stile inglese, uno Shadow Cobra (“Cobra Ombra” in contrasto e a supporto dei meeting ai quali partecipano il Gabinetto e le forze impegnate nelle grandi crisi nazionali e presieduto dal Primo Ministro o dal Ministro della Salute).

Non solo, come per la Brexit, anche in questa situazione il partito diviso e confuso ha esitato più del necessario prima di stabilire e quindi comunicare la sua posizione sull’ipotesi del Lockdown.

E’ arrivata invece dalla maggioranza la proposta di George Freeman, ex ministro del governo Johnson, che dalle pagine del Guardian,  rompe gli indugi e apre alla possibilità di creare una “coalizione Covid” giudicata a questo punto “inevitabile” anche da parte di altri deputati Conservatori che ritengono che il Primo Ministro avrà bisogno del sostegno di una larga maggioranza interpartitica qualora le misure emergenziali dovessero essere prorogate per mesi. Nello specifico, ha continuato il ragionamento Freeman, Johnson dovrebbe condividere la responsabilità delle sue decisioni anche con le opposizioni e “quando i Laburisti avranno il loro nuovo leader, presumibilmente  Keir Starmer (se eletto), anch’egli dovrà essere invitato a partecipare al Gabinetto Covid, unendosi al governo nei Cobra briefings”.

Boris Johnson, andando avanti potrebbe progressivamente vedere erodere il suo consenso e non avere più la forza per prendere decisioni tanto pesanti per il Paese, infine, restando nel campo del continuo raffronto con il suo eroe, va detto che anche Churchill, a suo tempo, creò un governo di unità nazionale con il laburista Clement Attlee. Dunque, perché non farlo anche ora?

Sempre più lontani dall’Europa

Un altro grande assente dalla scena inglese è senza dubbio l’Europa. O meglio. Michel Barnier, il commissario europeo a capo della Task Force della Brexit per conto dell’Unione ha contratto il Coronavirus annunciando in un video di essere risultato positivo al tampone. Da quel momento, David Frost, il negoziatore incaricato da Boris Johnson, ha comunicato di avere qualche sintomo e si è messo in auto isolamento.

Se quindi, per ora, sono in qualche modo sospese le negoziazioni causa Covid-19, la Gran Bretagna non perde l’occasione per rivendicare la sua autosufficienza e marciare in direzione ostinatamente opposta a quella dell’Unione della quale non vuole più far parte. Tanto meno adesso.

Diverse fonti, dalle due coste della Manica, hanno confermato che il Regno di Sua Maestà non partecipa e non parteciperà al sistema di approvvigionamenti  istituito da Bruxelles per acquistare ventilatori, strumenti di protezione per il personale ospedaliero e kit per effettuare i tamponi.

Così, mentre l’Europa con grande fatica prova a darsi un ruolo giocandosi tutta la sua storia e il suo futuro nel tentativo di dimostrare di essere veramente un’unione, la Gran Bretagna accelera verso la sua autonomia.

Ricordano le cronache che, nel 2014, durante l’emergenza H1N1 David Cameron firmò l’accordo sull’approvvigionamento che fu utile a sostenere gli stati colpiti dall’emergenza che si ritrovarono a corto di forniture. L’obiettivo anche in questo caso è quello di monitorare i costi e ridistribuire le professionalità grazie ad una centrale di controllo europea. Teoricamente la possibilità di accedervi per la Gran Bretagna durerà fino alla fine del periodo di transizione (31 dicembre 2020) ma pare ormai evidente la scelta del governo inglese di non prendervi parte.

E’ invece dal suo bilancio, in continuo aggiornamento, che Downing Street continua a snocciolare numeri, sterline e promesse di aiuto.

Un pacchetto da 330 miliardi da sommare ad altri interventi da 20 miliardi a chi ne avrà bisogno. Anche i 5 milioni di lavoratori autonomi avranno la loro parte, garantisce il Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak che, dopo aver presentato gli investimenti straordinari per fronteggiare l’emergenza, sembra godere di un grande favore da parte degli inglesi. Il 60% degli intervistati da YouGov afferma di essere decisamente dalla sua parte. Ma la partita è ancora tutta da giocare e saranno i fatti a dire se avrà meritato questa fiducia.

E’ tempo di cambiare

Lo scenario è in continua mutazione. Di fronte ad una situazione così straordinaria, anche quella specie di “supponenza” tipicamente britannica dovrà cedere sulle sue convinte tradizioni rinunciando forse a qualche sfumatura di quella sua speciale forma di democrazia che l’ha resa ciò che è oggi. “The land of liberty”, la terra della libertà, come la definisce Johnson. Gli inglesi, ma soprattutto i londinesi, dovranno imparare a mangiare a casa e magari anche a cucinare, tutti si dovranno abituare a vedere sempre più militari per le strade che, se non verranno rispettate le regole, saranno molto plausibilmente autorizzati ad usare la forza.

Il Primo Ministro più bizzarro e controverso della storia dovrà mostrare di saper cambiare pelle e accompagnare il suo Paese a fare lo stesso, almeno finché tutto questo grande incubo collettivo non sarà finito. Questa volta non sono concessi scivoloni.