Nelle vicende che hanno riguardato l’Iran nelle ultime settimane, Raisi ha avuto un ruolo quasi defilato. E non solo perché a Teheran, seguendo il complesso meccanismo istituzionale, il presidente della Repubblica è sì capo dell’esecutivo ma non un effettivo capo dello Stato. Nella storia della Repubblica Islamica infatti, anche se tutti i presidenti hanno dovuto dividere oneri e onori con la Guida Suprema, più o meno tutti hanno impresso la propria linea politica. Al contrario, già dalla sua elezione avvenuta nel 2021, quello di Raisi è stato un profilo quasi schiacciato da chi, specialmente dopo l’uccisione a Baghdad nel 2020 del generale Soleimaini, ha realmente preso le redini del Paese: ossia l’intero apparato militare ricollegabile ai Guardiani della Rivoluzione.
Raisi, in poche parole, ha lavorato con molte carte nella sua scrivania ma i bottoni, quelli veri e che contano, sono altrove. Tra le basi militari, le caserme e i comandi generali di esercito e Pasdaran. L’incidente che lo ha coinvolto in questa domenica di maggio, lo ha paradossalmente messo in luce come mai prima d’ora. Anche quando si è trattato dell’attacco scagliato da Teheran contro Israele, in risposta al raid dello Stato ebraico sull’ambasciata iraniana di Damasco, Raisi è sembrato in disparte e la scena è stata presa quasi interamente dai militari.
Una vita trascorsa nel mondo giudiziario
Quando nel 1979 è scoppiata la rivoluzione islamica, Raisi aveva appena 19 anni. E faceva parte della schiera dei ragazzi che ha appoggiato le istanze khomeiniste già dalla prima ora. Leggendo la sua biografia, non poteva essere diversamente: nato a Mashad, una delle città sante degli sciiti e sede di numerose scuole religiose, negli anni della rivolta ha sposato la figlia dell’Imam delle preghiere del venerdì di Mashad. Non solo, ma già a 15 anni Raisi risulta tra i registri di diverse scuole coraniche di Qom, altra città santa e principale centro culturale dello sciismo iraniano.
La sua vita quindi ha subito preso una forte impronta legata alla religione e agli studi teologici. Quando poi è nata la Repubblica Islamica, Raisi ha iniziato a servire le nuove autorità intraprendendo una carriera in ambito giudiziario. A questo è legato uno degli episodi più controversi che lo hanno visto coinvolto in prima persona: le esecuzioni di numerosi prigionieri politici nel 1988, una volta chiuso il capitolo della guerra contro l’Iraq. Secondo Hossein-Ali Montazeri, una delle principali voci critiche interne al sistema della Repubblica Islamica, ci sarebbe stata anche la mano di Raisi dietro le centinaia di condanne ed esecuzioni capitali emanate nei confronti dei gruppi dell’opposizione. Una fase del terrore che sarebbe andata avanti per almeno un anno.
Lui non ha mai confermato un coinvolgimento, anche se di quella fase in Iran negli anni si è fatto sempre poco cenno. Ad ogni modo, la sua carriera giudiziaria è andata avanti a grandi passi arrivando a essere vice presidente della Corte Suprema tra il 2004 e il 2014, procuratore generale fino al 2016 e infine presidente della Corte Suprema a partire dal 2019. Un incarico che ha poi dovuto lasciare nel 2021 per via dell’elezione quale nuovo presidente dell’Iran, succedendo ad Hassan Rouhani. Ha così preso in mano un Iran diventato, almeno all’interno delle istituzioni della Repubblica Islamica, sempre più conservatore e fortemente condizionato dagli apparati militari.
La sua figura è quindi servita quasi da garanzia: Raisi, con la sua carriera giudiziaria alle spalle e la sua linea conservatrice in politica, ha svolta una funzione di garanzia sia per la Guida Suprema Khamenei che per l’esercito. Sostituirlo non sarà semplice, almeno secondo i piani della dirigenza: ad oggi, appare difficile far digerire al Paese un passaggio di consegne tanto repentino quanto traumatico.
Cosa potrebbe accadere adesso
Ufficialmente Ebrahim Raisi è dato per disperso. Dopo le ore 20:00, ora italiana, si è riaccesa qualche speranza di poter recuperare l’equipaggio schiantatosi nel nord del Paese: media locali infatti, hanno riferito di contatti tra i soccorritori e almeno due membri dello staff presidenziale a bordo del mezzo precipitato. Ma nell’area sta perseverando il maltempo, unito alla nebbia e al buio. Informazioni certe quindi sarà difficile stabilirle almeno per la serata di domenica.
Se dovesse emergere una condizione in cui Raisi non sarebbe più in grado di gestire il governo, si creerebbe un esecutivo provvisorio guidato dal vice presidente Mohammad Mokhber. Successivamente, si andrebbe ad elezioni entro 50 giorni. E lì il Paese si avvierebbe in una delicata campagna elettorale, la seconda nel giro di pochi mesi considerando le recenti legislative. Una fase quindi delicata, senza dubbio non messa in conto né dall’ayatollah, né dai pasdaran. Per questo, al momento, ogni notizia sulla possibilità di riportare vivo a Teheran il presidente Raisi viene vista in Iran come una speranza per evitare il peggio.