A poche ore dalla tragica esplosione che il 4 agosto 2020 devastò il porto di Beirut il presidente francese Emmanuel Macron fu il primo leader straniero a visitare la capitale del Libano, mostrando vicinanza all’ex colonia di Parigi, Paese ritenuto strategico per l’agenda mediorientael della Republique.

La visita a Beirut ha certificato il desiderio del capo dell’Eliseo di imporre la sua guida all’interno della ricostruzione libanese. Ricostruzione politica, prima ancora che fisica, per un Paese provato dalla complessa e faticante necessità di far coesistere più etnie e tre grandi gruppi religiosi (cristiani, sciiti, sunniti). Un passaggio ritenuto fondamentale per riportare Parigi in Medio Oriente attraverso il Paese dei Cedri.

“Questa esplosione è l’inizio di una nuova era” disse il presidente durante la visita in Libano, incassando l’appoggio del leader druso Walid Jumblatt e del capo delle Forze Libanesi cristiane, Samir Geagea. C’era la speranza che l’esplosione del 4 agosto rappresentasse un non plus ultra per il Libano. Invece ha rappresentato solo una tappa, la più tragica, di un lungo percorso verso il baratro. Che in parte è responsabilità francese.

A un anno di distanza, infatti, la scommessa di Macron di puntare a compattare il Libano dietro la guida francese è completamente fallita. Il Libano, che è andato in default a marzo 2020, non si è ancora ripreso finanziariamente ed è tecnicamente uno Stato fallito; la carenza di servizi essenziali è preoccupante, tanto che si pensa che solo i cali di tensione nell’elettricità costino al Paese tra gli 1,5 e i 2 miliardi di dollari l’anno; il governo provvisorio  è ancora in mano al premier dimissionario Hassan Diab e nel frattempo si è al quarto primo ministro incaricato di provare a formare un governo in un anno, il finanziere miliardario Najib Mikati, segno che il progetto di Macron di porsi come mediatore tra le forze politiche non ha avuto esito positivo.

Macron aveva proposto alle élite politiche libanesi un accordo per raggiungere un programma di governo di unità nazionale entro settembre 2020, salvo vedere poi le forze di Beirut non riuscire a rispettarlo; il Washington Post scrive che, anzi, Macron ha avuto un effetto indesiderato sulla crisi politica libanese: dare alle forze politiche di Beirut un salvacondotto e una legittimazione, facendo di fatto rientrare l’onda di protesta e sdegno che si era abbattuta sulla classe dirigente libanese da parte della popolazione civile dopo un disastro frutto di incuria e errori umani. Moti che si saldavano a profonde rivendicazioni legate a diritti sociali e civili che andavano avanti dal 2019. L’assenza di una guida politica nei partiti e nelle fazioni ha però impedito che questa finestra di rispettabilità fosse sfruttata positivamente. La moneta ha perso il 90% del suo valore, cibo e medicine sono scarse, centinaia di migliaia di persone stanno lasciando il Paese e la classe dirigente è pienamente sfiduciata di fronte all’opinione pubblica.

Il problema è proprio il fatto che Macron, offrendo la possibilità di un accordo vegliato da Parigi, ha consentito proprio a tale classe dirigente l’estremo tentativo di riciclarsi camaleonticamente. Tentativo andato sostanzialmente a vuoto, dato che l’esplosione del 2020 non ha terminato ma semmai accelerato la fase di crisi sistemica del Libano, ma che ha trascinato con sé le velleità di Parigi di essere il decisore di ultima istanza sulla stabilità del Paese dei Cedri.

Alcuni aneddoti sono indicativi dello stato di salute della classe dirigente libanese: il premier reggente Diab, dimessosi poco dopo l’esplosione ma non ancora sostituito, ad aprile è finito nella bufera perché avrebbe consegnato alle autorità del Qatar un suo curriculum personale dettagliato cercando un posto di lavoro in una società o in un’amministrazione controllata dall’emirato di Doha dopo la fine del suo mandato; il presidente maronita Michel Aoun, invece, fa da tempo pressioni sui vari premier incaricati perché concedano un importante portafoglio, probabilmente gli Esteri, al figliastro Gebran Bassil, garantendo ai suoi fedelissimi un terzo del gabinetto. Troppo da accettare per qualsiasi leader. Macron è stato accusato di non aver posto adeguatamente sotto scrutinio il tema della corruzione della classe politica libanese prima di decidere di entrare nel dibattito politico interno.

Con il flop della sua politica in Libano, a cui i suoi protegé hanno contribuito non poco, Macron e la Francia hanno visto rimbalzare all’indietro la loro influenza in Medio Oriente. E questo a Parigi ha destato sorpresa. Come se si fossero anche agli occhi dei francesi rivelate problematiche sistemiche ben chiare agli occhi degli osservatori internazionali da tempo e legate alla capacità della Francia di proiettare effettivamente influenza all’estero. Direttamente proporzionale alla chiarezza dei disegni politici, alla volontà di applicarli e agli strumenti di hard power e soft power necessari a renderli tali.

Decisamente spuntati nel caso di Parigi, come dimostra l’incapacità di venire a capo con il ruolo di Hezbollah e dei movimenti sciiti in un possibile governo filo-francese. E nel frattempo la classe dirigente protetta da Parigi, a cui Macron ha concesso l’ultimo giro di giostra, continua nell’inazione mentre inflazione, debito, povertà e assenza di prospettive affondano il Libano e la Banca Mondiale parla di una delle peggiori crisi dal XIX secolo a oggi. Un triste epilogo per quello che un tempo era un Paese paragonato alla Svizzera del Medio Oriente e che oggi è senza pace.