Non sono la cultura, la storia o l’economia a rendere un luogo essenziale, importante, trascurabile oppure insignificante, ma la geografia: fissa, immutabile, perenne. La geografia è la principale determinante del destino di un luogo e dei popoli che lo abitano, per i quali può essere una benedizione o una maledizione.

Il progresso tecnologico non ha eroso il potere deterministico della geografia: i luoghi che erano centrali al tempo della navigazione dei mari continuano a essere fondamentali nell’epoca dell’attraversamento dei cieli. I perni geostrategici di oggi sono gli stessi di ieri. Gli anatemi geografici non sono stati spezzati. Le potenze guerreggiano per gli stessi territori. L’eterno ritorno della storia.

Se è vero che non tutti gli eventi delle relazioni internazionali hanno origine nella geografia, giacché una buona parte della storia viene prodotta dalle idee, dal materialismo e dal caso, è altresì vero che le politiche domestiche ed estere degli stati sono (sempre) il risultato della loro posizione nel mappamondo. I vincoli della geopolitica.

Geografia, mappe, chilometri, distanze; è questo che (maggiormente) conta quando si esaminano le origini e le ragioni di alleanze, contenimenti, rivalità e dottrine di politica estera. Dottrine come la Monroe, che nel 2023 ha spento la candelina numero duecento, nel cui alveo si inserisce l’ossessione cubana degli Stati Uniti.

Si scrive Cuba, si legge sicurezza nazionale

Alcuni luoghi non sono stati colpiti dall’onda d’urto della caduta del Muro di Berlino e della disgregazione dell’Unione Sovietica. In alcuni luoghi, come Cuba, Corea del Nord e Iran, è come se il tempo avesse seguito una linea propria, parallela a quella del resto del mondo, in cui la Guerra fredda non è mai finita.

L’ideologia è l’ingrediente aggiunto alla geografia che fa di Cuba, nel Duemila come nel secondo Novecento, una delle principali minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Perché sebbene l’era dell’esportazione della rivoluzione nel Sud globale sia morta con Fidel Castro, il comunismo è ancora la fede del governo politico-militare e l’antiamericanismo è ancora uno dei motivi conduttori della politica internazionale dell’Avana.

La resistenza dell’ideologia guerrafreddesca dell’élite cubana allo scorrere del tempo e all’estinzione di un’epoca, in parte dovuta alla decisione di Washington di eternizzare il bloqueo – che ha centrato l’obiettivo di un impoverimento cronico, mancando, però, quello del cambio di regime –, è stata a lungo ignorata dai rivali degli Stati Uniti. Ma il peggioramento della competizione tra grandi potenze ha infine riportato l’isola al centro delle relazioni internazionali.



I principali sfidanti dell’unipolarismo, cioè Russia, Cina e Iran, hanno (ri)messo piede a Cuba (e in Latinoamerica) nell’ottica di una risposta simmetrica all’agenda eurasiatica degli Stati Uniti: estero vicino per estero vicino, linea rossa per linea rossa. Tit for tat. L’obiettivo dell’asse Mosca-Pechino, che un giorno potrebbe diventare il trio Mosca-Pechino-Teheran, è di appiccare un fuoco nel giardino di Washington, protetto dalla recinzione della dottrina Monroe, per avere un jolly da giocare in sede negoziale.

È la geografia a rendere Cuba la isla perfecta per condurre trattative basate sull’utilizzo delle cannoniere – crisi dei missili docet. A separare i due Stati è una distanza in linea d’aria di soli centosessanta chilometri, poco meno di un’ora di aereo, che rende un qualsiasi avamposto sull’isola una minaccia imminente agli Stati Uniti.

Cuba è il luogo ideale in cui installare dispositivi di guerra elettronica, centri di spionaggio satellitare e basi per la raccolta di intelligence dei segnali (SigInt) capaci di coprire potenzialmente l’intera area della costa del golfo – area ricca di strutture militari e incredibilmente trafficata. Questo è il motivo per cui Mosca inaugurò una struttura sigint a Lourdes durante la Guerra fredda, presumibilmente riaperta tra il 2022 e il 2023, e che ha incoraggiato Pechino a seguire le orme sovietiche.

La mappa che ha scatenato la crisi dei missili di Cuba.


Cuba, una balestra puntata sulla Florida, è un mezzo per un fine: una trattativa armata. I sovietici utilizzarono lo spettro dei missili su Miami per negoziare il ritiro dell’arsenale balistico dell’Alleanza Atlantica da Italia e Turchia. Russi e cinesi stanno oggi riscoprendo la crisi del 1962 per ragioni simili a quelle di Krusciov: contrattazione.

La spina nel fianco degli Stati Uniti può anche fungere da piattaforma di lancio per guerre elettroniche aventi come obiettivo navi e installazioni a stelle e strisce, da raccoglitore di intelligence nel geostrategico Mar dei Caraibi, da laboratorio di guerre neurologiche – sindrome dell’Avana insegna – e da esportatore di instabilità nel circondario.

La geografia può rendere Cuba la migliore alleata o la peggiore nemica della dottrina Monroe: porta scea a prova di bombarda o cavallo di Troia. Ed è dal 1959, anno della Rivoluzione cubana, che i rivali dell’America vedono nell’isola uno dei ventri molli delle Americhe.

L’eterno scramble for Cuba

La geografia ha voluto che Cuba fosse al centro dei Caraibi, la storia l’ha messa nella scomoda posizione di ago della bilancia della dottrina Monroe, la spina dorsale degli Stati Uniti. Quella della isla perfecta, a seconda dei punti di vista, può essere interpretata come una benedizione o una maledizione geografica.

La centralità di Cuba nello strategico scacchiere caraibico, stagno che separa l’Atlantico e il Pacifico, è la ragione per cui l’Impero britannico provò a sottrarla alla Corona spagnola a più riprese nel corso del Settecento, riuscendo a controllarla per un breve periodo.

La vicinanza di Cuba agli Stati Uniti, sinonimia di pericolo immediato, è la ragione per cui gli strateghi e i diplomatici al servizio della Casa Bianca hanno posato gli occhi su di essa fin dal 1818, anno dell’ottenimento della Florida dalla decadente Spagna, tentando inizialmente di comprarla – per ben due volte – e ricorrendo, infine, alla false flag per satellizzarla – l’autoaffondamento dell’Uss Maine, casus belli della guerra ispano-americana.



Liberata dal giogo spagnolo solo per essere trasformata in un grande parco giochi di proprietari territieri vicini agli Stati Uniti, caudillos autoritari come Fulgencio Batista e crimine organizzato – Cosa nostra americana –, Cuba è stata traghettata fuori dalla sfera d’influenza nordamericana nel 1959 dai fratelli Castro e da Ernesto Guevara.

La stessa geografia che per un certo periodo ha garantito agli Stati Uniti il pieno controllo dell’area America centrale-Caraibi, a partire dal 1959 ha permesso che la parte più importante del loro giardino, il vialetto che conduce alla porta di casa, diventasse preda di vagabondaggi e predonerie. Ieri coinvolgenti i sovietici, oggi russi, cinesi e iraniani, domani chissà.

Esistono leggi di gravitazione sia della fisica sia della politica: come una mela che la tempesta strappa dal suo albero natale non può fare a meno di cadere al suolo, così Cuba, forzatamente separata dal suo legame innaturale con la Spagna e incapace di autosostenersi, non potrà gravitare che solo verso l’Unione nordamericana, la quale, per quella stessa legge della natura, non può scacciarla dal proprio seno.

John Quincy Adams