La dismissione di Mike Waltz dalla carica di Consigliere nazionale è una buona notizia per il mondo. Il falco neocon è caduto vittima dello scandalo Signal, la riunione di vertice online nella quale fu impostato il piano di attacco contro gli Houti dello Yemen alla quale partecipò, da intruso, il direttore dell’Atlantic Jeffrey Goldberg.
Lo scandalo sembrava dovesse travolgere Pete Hegseth, il capo del Pentagono, sul quale si sono concentrate le critiche feroci del partito democratico, invece Trump ha salvato, almeno per ora, Hegseth e buttato alle ortiche Waltz, destinato a ricoprire la carica di ambasciatore Usa all’Onu rimasta vacante dopo il ritiro della nomina di Elise Stefanik (una pasionaria neocon anch’essa… evidentemente quello scranno è appannaggio dei falchi).

Waltz, vittima predestinata
Subito dopo lo scoppio dello scandalo, Trump aveva manifestato la sua disapprovazione verso Waltz, nonostante l’avesse difeso pubblicamente, ma ha aspettato a mandarlo ai giardinetti che arrivasse ai 100 giorni del suo mandato, scadenza che in America ha una certa valenza politica dal momento che si fa il primo bilancio della presidenza in corso così da prospettarne il futuro.
Ciò perché cacciarlo prima sarebbe stato un segno di debolezza, invece la defenestrazione è arrivata in parallelo alla fanfara con cui Trump e i suoi fan hanno celebrato la scadenza fatidica, evitando appunto che la decisione fosse interpretata come un segno di debolezza.
D’altronde, che lo scandalo Signal fosse farina del suo sacco lo ha ammesso candidamente lo stesso Waltz, spiegando che era stato lui a far partecipare Goldberg alla riunione online, invitandolo inavvertitamente, aggiungendo però che non sapeva come fosse stato possibile.
Dinamica alquanto impossibile. In realtà, la confessione nasconde cose: o l’ha invitato scientemente o Goldberg si è intrufolato con un sabotaggio/hackeraggio che Waltz ha coperto assumendosi la colpa (evitandogli, cioè, i guai conseguenti all’alto tradimento). Dinamiche che si spiegano col fatto che Goldberg condivide con Waltz la consegna al credo neocon, con il primo molto più importante del secondo a livello gerarchico.
Tale gerarchia si nota anche da un particolare: poco prima di dimissionare Waltz, Trump ha concesso un’intervista a Goldberg, nonostante in precedenza l’avesse più volte aspramente criticato. Evidentemente, ha concluso un accordo col superiore per chiudere la vicenda, gettando a mare il sottoposto (di entrambi).

La lotta nel cuore dell’Impero
La dismissione di Waltz deve essere inquadrata nell’ambito della lotta feroce che si sta consumando in seno all’amministrazione Usa. Una lotta sorda, senza esclusione di colpi, di cui hanno fatto le spese tre alti funzionari del Pentagono, che nell’ultimo mese sono stati licenziati perché accusati di aver fatto trapelare notizie riservate all’esterno.
Ne scrive Alastair Crooke sul sito del Ron Paul Institute, che spiega come i tre funzionari appartenevano alla fazione realista, “uno di questi, Dan Caldwell, ex consigliere di Hegseth e veterano dell’esercito, ha scritto un post in cui criticava duramente i ‘Falchi anti-Iran’ – ed è stato successivamente licenziato”.

“[Caldwell] È stato poi intervistato da Tucker Carlson. In particolare, Caldwell descrive in termini feroci le guerre americane in Iraq e Siria (definendole ‘criminali’). Questo sentimento negativo nei confronti delle precedenti guerre americane è un tema crescente, a quanto pare, tra i veterani statunitensi di oggi”.
“I tre membri dello staff del Pentagono sono stati sostanzialmente licenziati, non perché ‘informatori’, ma perché, a quanto pare, hanno convinto Hegseth a non sostenere la guerra contro l’Iran (vedi Piccolenote); i sostenitori di Israele non hanno rinunciato a quella guerra”.
“Le accese linee di frattura tra falchi e ‘repubblicani’ tradizionalisti si riversano sulla questione ucraina, anche se la composizione delle fazioni potrebbe cambiare leggermente. I sostenitori del ‘First Israel’ e, più in generale, i falchi statunitensi sono dietro sia la guerra alla Russia che alle richieste massimaliste all’Iran”, richieste, cioè, avanzate perché sono del tutto inaccettabili alla controparte, così da spianare la strada alle bombe.
L’interim a Rubio
Salvando Hegseth e gettando alle ortiche Waltz – che può far danni anche dallo scranno dell’Onu, ma limitati – Trump ha in qualche modo reagito al forcing per dare inizio alla guerra contro Teheran, nella quale ha detto di non voler essere “trascinato” da Netanyahu.
Detto questo, resta l’incertezza. Per ora Trump ha affidato al Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio anche la carica di Consigliere per la Sicurezza nazionale, ma ad interim, in attesa di scegliere il successore di Waltz. In ambito Maga si fa il nome di Steve Witkoff, che Trump sta mandando in giro per il mondo a trattare tutte le questioni più critiche, di fatto il vero ministro degli Esteri degli Stati Uniti.
Sarebbe un bene, dal momento che Witkoff si è dimostrato pragmatico e realista, ma non sappiamo quanto sia fondata tale indiscrezione, se sia cioè solo una speranza di chi ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero riporre le pistole nelle fondine. In effetti, se Trump pensava a tale turnover, forse l’avrebbe fatto subito, senza passare per Rubio.
L’interim a Rubio fa in realtà pensare che Trump voglia assegnare quella carica a un falchetto in stile Rubio, una figura che ama le pose muscolari e non fa mistero della sua propensione ad attaccare l’Iran, come denotano le recenti dichiarazioni rilasciate in tandem con Waltz, ma che evita di tramare alle spalle del presidente come quest’ultimo (il giorno prima di essere cacciato, sembra che Waltz stesse ancora messaggiando via Signal dalla Casa Bianca, come accenna Newsweek… recidiva sospetta).

Ma sono considerazioni che trovano il tempo che trovano, nulla più. Per ora si può solo tirare un sospiro di sollievo, sebbene momentaneo, per l’allontanamento dall’amministrazione Usa della figura più oscura scelta – o subita – dall’imperatore.
Un retropensiero: la dimissioni di Waltz giungono in contemporanea con l’annuncio del rinvio del quarto round dei negoziati Iran-Usa sul nucleare iraniano previsto a Roma per domani. Qualcosa è andato storto, qualcuno ha messo i bastoni tra le ruote. Pensare che si tratti di fatti collegati è alquanto legittimo.

